Racconti Piccanti
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La vendetta che ti trasforma (parte 4)

La vendetta che ti trasforma (parte 4)

13 Maggio 2026·5 min di lettura

Nei giorni successivi l’appartamento divenne stranamente silenzioso. Giovanni e Davide si evitavano il più possibile. Si incrociavano in cucina o in corridoio con appena un cenno del capo o un grugnito. Nessuno dei due nominava quello che era successo. Giovanni aveva recuperato i suoi vestiti e il telefono, ma qualcosa dentro di lui era cambiato irreversibilmente.

Non riusciva più a guardare Davide come prima.

Ogni volta che lo vedeva uscire dalla doccia con l’asciugamano basso sui fianchi, o quando lo sentiva muoversi in camera sua, Giovanni sentiva uno strano calore allo stomaco. Il ricordo del cazzo di Davide che lo apriva, dei suoi gemiti, della presborra che gli colava dalla gabbia… tornava di notte, mentre si toccava furiosamente sotto le coperte.

E invece di odiarlo, una parte sempre più grande di lui voleva che succedesse di nuovo.

All’inizio furono piccole cose, fatte in silenzio.

Una mattina Giovanni preparò il caffè per entrambi senza dire niente e lasciò la tazza di Davide sul tavolo. Un’altra sera lavò i piatti di entrambi, anche quelli che Davide aveva lasciato nel lavandino. Pulì il bagno senza lamentarsi quando toccava a lui, e una volta trovò la felpa di Davide buttata sul divano e la piegò ordinatamente sul suo letto.

Non diceva una parola. Non lo guardava nemmeno negli occhi mentre lo faceva.

Davide all’inizio non commentò. Ma notò tutto.

Col passare dei giorni iniziò a testare i limiti. Lasciava apposta i piatti sporchi, i vestiti buttati in giro, le scarpe infangate all’ingresso. E Giovanni, senza protestare, sistemava tutto. In silenzio. Con le guance che ogni tanto arrossivano quando sentiva lo sguardo di Davide su di sé.

Una sera Davide tornò dalla palestra, sudato, e si tolse la maglietta buttandola sul divano.

«Fa un caldo bestiale» disse solo, prima di andare in doccia.

Quando uscì, la maglietta era stata lavata e stesa ad asciugare. Giovanni era in cucina a preparare la cena per entrambi, senza aver chiesto niente.

Davide si appoggiò allo stipite della porta, solo con i pantaloncini della tuta, e lo osservò a lungo.

«Stai diventando proprio una brava mogliettina, eh?» disse con un mezzo sorriso.

Giovanni si irrigidì, ma non rispose. Continuò a girare il sugo, il cuore che batteva forte. Il cazzo gli si era mezzo indurito nei pantaloni al solo tono di voce di Davide.

Da quel momento Davide iniziò a spingere sempre di più.

«Gio, porta fuori la spazzatura.» «Rifammi il letto.» «Prendimi una birra dal frigo.»

Ordini secchi, dati con naturalezza. Giovanni obbediva ogni volta, sempre in silenzio, con lo sguardo basso. Ormai Davide lo trattava quasi da sguattero personale: gli faceva fare la spesa, gli faceva stirare le camicie, gli lasciava gli asciugamani sporchi per terra sapendo che sarebbero spariti e tornati puliti.

E più Giovanni obbediva in silenzio, più Davide diventava arrogante e sicuro di sé. Lo guardava con un misto di divertimento e desiderio crescente, come un padrone che vede il suo animale domestico imparare il suo posto.

Una sera, mentre Giovanni stava lavando i piatti dopo cena, Davide gli passò dietro sfiorandogli il culo con il bacino, volutamente.

«Bravo ragazzo» mormorò piano, prima di andare a sedersi sul divano.

Giovanni rimase fermo davanti al lavandino, con l’acqua che scorreva e il respiro corto, sentendo il buco contrarsi involontariamente al ricordo di quella sensazione.

Era passata quasi una settimana da quel silenzio carico di tensione. Una sera, verso le undici, Davide era stravaccato sul divano in tuta, scalzo, con le gambe allungate sul tavolino. Stava guardando una serie action in tv, birra in mano.

«Gio» chiamò senza nemmeno girare la testa. «Vieni qua.»

Giovanni uscì dalla cucina, dove stava riordinando, e si fermò sulla soglia. Davide continuò a fissare lo schermo.

«Ho i piedi distrutti dopo la palestra. Massaggiameli.»

Giovanni rimase immobile, il viso che si irrigidiva.

«Stai scherzando, vero?»

Davide finalmente lo guardò, con quel sorrisetto arrogante e sicuro che ormai Giovanni conosceva fin troppo bene. Posò la birra sul tavolino e si stiracchiò.

«Siediti sul pavimento e massaggiami i piedi. Non fare la fighetta.»

Giovanni arrossì violentemente. Aprì la bocca per protestare, ma Davide lo anticipò, parlando con voce bassa e carica di sottintesi:

«Lo so cosa vuoi davvero, Gio. Lo vedo da giorni. Come mi guardi, come obbedisci in silenzio… Sei arrapato perso. Se fai il bravo e mi massaggi bene questi piedi, forse… e dico forse… ti ricompenserò come meriti.»

Fece una pausa, guardandolo dritto negli occhi.

«Hai capito cosa intendo, no? Se ti comporti da bravo ragazzo, potrei darti quello che il tuo culo sta chiedendo da giorni.»

L’arroganza nel suo tono era palpabile, quasi sprezzante, ma anche terribilmente eccitante. Giovanni sentì il cazzo indurirsi nei pantaloni al solo pensiero.

«Io… non sono il tuo schiavo» mormorò, ma la voce era debole.

Davide rise piano.

«Inginocchiati e massaggiami i piedi, principessa. O resti con quel desiderio in pancia tutta la notte.»

Dopo quasi un minuto di lotta interiore, Giovanni cedette. Si avvicinò lentamente e si inginocchiò sul tappeto di fronte al divano, tra le gambe di Davide. Prese uno dei suoi piedi grandi e caldi tra le mani e cominciò a massaggiarlo, premendo con i pollici sulla pianta e sulle dita.

Davide sospirò di piacere e tornò a guardare la serie, ignorandolo quasi completamente.

Per quasi un’ora Giovanni rimase in ginocchio come uno sfigato, massaggiando entrambi i piedi di Davide con cura: li strofinava, li premeva, passava le dita tra le dita, sentendo l’odore maschio di sudore leggero e pelle calda. Le ginocchia gli facevano male, le braccia iniziavano a stancarsi, ma non si fermava.

Ogni tanto Davide emetteva un mugolio soddisfatto o muoveva le dita del piede contro il palmo di Giovanni, quasi a ricordargli la sua posizione.

A un certo punto, senza staccare gli occhi dalla tv, Davide disse con tono pigro:

«Più in profondità sotto le dita… bravo. Vedi? Quando vuoi sai stare al tuo posto.»

Giovanni non rispose. Aveva il viso in fiamme e il cazzo duro come pietra nei pantaloni, umiliato e terribilmente eccitato allo stesso tempo.

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