Racconti Piccanti
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Come mi sono fatto sottomettere per chiudere l’affare

Come mi sono fatto sottomettere per chiudere l’affare

20 Marzo 2026·6 min di lettura

Non so come ho fatto a finire in questa situazione, ma una cosa è certa: sono nella merda fino al collo. Il mio capo mi ha mandato a gestire una trattativa con una start-up finanziaria, una di quelle realtà nuove fiammanti che sembrano uscite da un film su Silicon Valley, ma siamo a Milano, e l’unico silicone che vedo in giro è nei visi delle segretarie. L’obiettivo è semplice: vendere il nostro software a questi due fratelli, Massimo e Gianluca, che gestiscono l’azienda. Il problema? Il capo mi ha fatto capire, senza mezzi termini, che se non porto a casa il contratto, posso dire addio al posto di lavoro. E io, Luigi, 34 anni, con un mutuo da pagare e una vita sociale che fa pena, non posso permettermi di tornare a casa con la coda tra le gambe.

La start-up ha sede in un palazzo ultramoderno in centro, uno di quelli con vetrate che sembrano urlare “siamo ricchi e trendy”. Salgo al quindicesimo piano, il cuore che mi batte all’impazzata. Sono agitato, ma determinato. Ho passato tutta la settimana a prepararmi, a studiare il loro modello di business, a perfezionare la presentazione. Non posso fallire. Quando arrivo, però, mi fanno aspettare. E non parlo di cinque minuti: sto seduto su un divanetto di design per quasi un’ora, con una receptionist che mi guarda come se fossi un corriere con una consegna sbagliata. Alla fine, un tizio mi accompagna nell’ufficio dei due fratelli. Entro, e la tensione mi stringe lo stomaco.

Massimo, il più grande, 28 anni, è esattamente come me lo immaginavo: serio, metodico, un nerd con gli occhiali e una camicia stirata alla perfezione. È palestrato, ma non in modo vistoso, più da “faccio crossfit per scaricare lo stress”. Mi stringe la mano con decisione, mi fa cenno di sedermi e inizia subito a parlare di specifiche tecniche del software. È chiaro che sa il fatto suo, e io tiro un sospiro di sollievo: con lui posso ragionare. Gianluca, invece, è un’altra storia. Sta stravaccato su un divano in fondo alla stanza, con jeans strappati, una maglietta aderente e, giuro, un paio di infradito. È alto, altissimo, quasi due metri, con un fisico slanciato ma definito, di quelli che ti fanno pensare “questo non va in palestra, ci vive”. I capelli mossi scuri gli cadono un po’ sugli occhi, azzurri e penetranti, e i piedi… beh, sono grandi, curati, e per qualche motivo non riesco a smettere di guardarli. Non parlo, sta zitto, ma i suoi occhi sono fissi su di me. Mi guarda senza espressione, e io mi sento un idiota ogni volta che i nostri sguardi si incrociano. Mi sudano le mani, e non è solo per la paura di fallire questa trattativa.

Massimo e io parliamo per una ventina di minuti. Gli spiego i vantaggi del nostro software, i dati, i numeri. Lui annuisce, fa domande precise, sembra interessato. Sto iniziando a pensare che ce la posso fare, quando Gianluca si alza dal divano con un movimento lento, quasi teatrale, e interrompe tutto. “Basta così,” dice, con una voce profonda e un tono che non ammette repliche. “Non siamo più interessati al vostro software.”

Lo guardo, incredulo. Massimo stesso sembra spiazzato, gli lancia un’occhiata come a dire “che cazzo stai facendo?”, ma Gianluca non si scompone. “Abbiamo un’altra offerta, più vantaggiosa,” aggiunge, incrociando le braccia e appoggiandosi al bordo della scrivania di Massimo. Io sento il panico montare. Non può essere vero. Ho passato giorni a prepararmi, ho messo tutto me stesso in questa presentazione, e questo stronzo mi liquida così, senza nemmeno ascoltarmi fino in fondo? Cerco di mantenere la calma, ma la voce mi trema mentre insisto. “Guardi, Gianluca, capisco che abbiate altre opzioni, ma il nostro software è personalizzabile, può davvero fare la differenza per la vostra azienda. Se mi permette di mostrarle…”

“Non mi interessa,” mi interrompe, con un sorrisetto che mi fa venir voglia di tirargli un pugno. “Non mi convince. Punto.” La tensione sale, e io perdo la pazienza. Non so cosa mi prenda, forse è la paura di tornare dal capo a mani vuote, forse è quel ghigno che mi fa sentire un verme, ma sbotto. “Sa una cosa? Se non le interessa nemmeno ascoltare, forse non è all’altezza di gestire un’azienda come questa.”

Silenzio. Massimo spalanca gli occhi, Gianluca invece socchiude i suoi, e per un attimo penso che mi spaccherà la faccia. Invece, con una calma glaciale, si avvicina e dice, a voce bassa: “Ti consiglio di uscire. Ora.” Il cuore mi martella nel petto. Ho appena mandato tutto a puttane. Mi alzo, balbettando delle scuse, ma non serve a niente. Gianluca mi indica la porta, e io mi sento sprofondare. La paura di perdere il lavoro mi travolge, e faccio una cosa che non avrei mai pensato di fare: mi inginocchio. Sì, mi metto in ginocchio davanti a lui, con le mani giunte come un disperato. “La prego, Gianluca, non lo dica al mio capo. Rischio il posto. Mi dia un’altra possibilità, farò di tutto per riformulare la proposta. La prego.” Ho la voce rotta, sono patetico, lo so, ma non ho scelta.

Gianluca mi guarda dall’alto, e per la prima volta vedo un lampo di qualcosa nei suoi occhi. Non è pietà, è… divertimento? Sadismo? Ha un ghigno appena accennato, e con un tono falsamente gentile dice: “Tranquillo, non c’è bisogno di piangere. Ti do un giorno di tempo. Torna domani, verso le 20, qui in ufficio. Vedremo se riesci a farmi cambiare idea.” Io lo guardo, confuso, ma annuisco come un automa. Ringrazio lui, poi Massimo, che nel frattempo si è alzato ed è uscito dalla stanza con un’occhiataccia al fratello. Quando mi volto per andarmene, Gianluca mi ferma afferrandomi per un braccio. Il suo tocco è fermo, caldo, e mi fa rabbrividire. Si china verso di me e mi sussurra all’orecchio, così vicino che sento il suo respiro: “Non me ne frega un cazzo della proposta. Massimo è già entusiasta. Quello che voglio è che ti prepari per me. Depilati completamente, e presentati con questo.” Mi infila qualcosa nella tasca della giacca, un oggetto freddo e metallico. Non ho il coraggio di guardare subito, ma il cuore mi batte così forte che sembra voler uscire dal petto.

Esco dall’ufficio con le gambe che tremano. Prima di chiudere la porta, mi volto un’ultima volta. Gianluca è lì, appoggiato alla scrivania, che mi fissa con quel sorrisetto da stronzo stampato in faccia. Mi fa l’occhiolino, e io chiudo la porta con un nodo allo stomaco. Solo quando sono in ascensore tiro fuori l’oggetto dalla tasca. È un plug, di metallo, freddo al tatto, di una misura che mi fa venire i brividi solo a guardarlo. Lo rimetto subito via, come se qualcuno potesse vedermi, e mi appoggio alla parete dell’ascensore per non cadere. Che cazzo sta succedendo?

Torno in ufficio e dico al capo che è quasi fatta, che devo solo rivedere alcuni dettagli domani. Lui, per miracolo, mi concede la giornata libera per prepararmi. Passo tutto il giorno a casa, con la testa che gira. Sono ansioso, confuso, ma non posso negare una cosa: sono anche eccitato. Mi sento umiliato da come mi sono comportato, da come mi sono lasciato trattare, ma c’è una parte di me che freme al pensiero di cosa succederà domani. È come se questa situazione, per quanto assurda, mi stesse tirando fuori da una routine che mi soffoca da anni. Non so se sto impazzendo, ma decido di fare quello che mi ha chiesto. Mi depilo, con cura, ogni parte del corpo, guardandomi allo specchio e sentendomi un idiota. Poi prendo il plug, lo osservo per un tempo che sembra infinito, e alla fine lo preparo. Non lo metto ancora, non ce la faccio, ma so che domani sera lo farò. Non so se per paura di perdere il lavoro o per qualcosa di più profondo, qualcosa che non voglio nemmeno ammettere a me stesso.

Quando la sera si avvicina, il cuore mi batte all’impazzata. Mi preparo, esco di casa, e mentre cammino verso la metro non riesco a pensare ad altro che a quello che mi aspetta. Non so se sto andando verso un disastro o verso qualcosa che non dimenticherò mai. Ma una cosa è certa: domani sera, alle 20, sarò in quell’ufficio. E non ho idea di cosa succederà.

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