La schiava di Luca
La pioggia cadeva a scroscio su Milano, un velo grigio che offuscava i contorni delle torri di vetro e acciaio del centro. Rebecca stringeva l’ombrello con una mano, mentre con l’altra si lisciava nervosamente il vestito nero, corto e aderente, che aveva scelto con cura da un armadio pieno di roba di seconda mano. Non era abituata a quel tipo di lusso, a quel mondo di marmi lucidi e portieri in divisa che la guardavano con un misto di curiosità e diffidenza. L’hotel in cui stava per entrare, un cinque stelle in Piazza Duomo, le sembrava un pianeta alieno rispetto al suo monolocale scalcagnato a Gratosoglio, con le pareti scrostate e il riscaldamento che funzionava a singhiozzo.
Aveva il cuore in gola mentre attraversava l’atrio, i tacchi che ticchettavano sul pavimento come un tamburo che scandiva il ritmo della sua ansia. Non era la prima volta che faceva la escort – aveva avuto qualche cliente nei mesi precedenti, piccoli lavori di compagnia o serate in cui si era spinta appena oltre una conversazione – ma stavolta era diverso. Luca, il tipo con cui aveva chattato per giorni su quel sito esclusivo, aveva chiesto esplicitamente un incontro completo. Sesso. Niente giri di parole. E lei aveva accettato, spinta da un misto di disperazione per l’affitto in ritardo e una curiosità che non riusciva a spegnere.
L’ascensore la portò al ventesimo piano, e quando le porte si aprirono, Rebecca si trovò davanti a un corridoio silenzioso, illuminato da luci soffuse. La stanza 2012 era in fondo. Si fermò un istante davanti alla porta, inspirando profondamente. “Dai, Reb, puoi farcela. È solo un’ora, magari due. Prendi i soldi e scappa,” si disse, cercando di infondersi coraggio. Ma sotto quella spavalderia c’era un vuoto che non riusciva a colmare, un senso di solitudine che la seguiva come un’ombra.
Bussò. La porta si aprì quasi subito, e davanti a lei apparve Luca. Era più giovane di quanto si aspettasse, sui ventiquattro anni, con un viso pulito, capelli scuri ordinati e occhi azzurri che sembravano scavarle dentro. Indossava una camicia bianca con le maniche leggermente arrotolate e un paio di pantaloni scuri, eleganti ma non ostentati. Niente di quello che si aspettava da un cliente. Niente arroganza, niente sguardi viscidi. Solo un sorriso caldo, quasi disarmante.
“Rebecca, giusto? Entra, accomodati,” disse con una voce profonda, ma dolce, facendole spazio. La stanza era enorme, una suite con vetrate che davano su un Duomo illuminato dalla pioggia, un divano di pelle nera e un tavolo su cui erano posati due calici di vino e una bottiglia già aperta. L’odore di legna bruciata proveniva da un camino elettrico che crepitava in un angolo. Tutto gridava lusso, controllo, sicurezza – tutto ciò che nella vita di Rebecca mancava.
“Grazie,” mormorò lei, appoggiando l’ombrello vicino alla porta e cercando di sembrare a suo agio. Si sedette sul divano, incrociando le gambe con un movimento che sperava risultasse seducente, ma che in realtà tradiva la sua insicurezza. Luca si sedette di fronte, versando il vino nei calici senza fretta.
“Allora, dimmi di te,” iniziò lui, porgendole un bicchiere. “Non voglio correre. Abbiamo tempo. Voglio conoscerti un po’.”
Rebecca lo fissò, spiazzata. Non era abituata a quel genere di approccio. Di solito i clienti erano frettolosi, diretti, impazienti di arrivare al dunque. “Ehm, cosa vuoi sapere? Non c’è molto da dire. Studio Lettere alla Statale, vivo da sola, e… beh, faccio questo per tirare avanti,” rispose con un tono che voleva essere sarcastico, ma che tradiva una certa fragilità. Bevve un sorso di vino, più per darsi un contegno che per altro.
Luca annuì, come se stesse davvero ascoltando, non solo annuendo per educazione. “Lettere. Interessante. Cosa ti piace leggere? O scrivere, magari?” chiese, inclinando la testa. I suoi occhi non la lasciavano, ma non erano invadenti. Erano attenti, come se stessero cercando di decifrare qualcosa.
Rebecca esitò. Non si aspettava domande personali. “Leggo un po’ di tutto. Poesia, soprattutto. Montale, Ungaretti. Roba che ti fa sentire meno solo, anche se ti sbatte in faccia quanto sei piccolo davanti al mondo,” disse, sorpresa di quanto fosse facile parlare con lui. “E tu? Non sembri il tipo che ha bisogno di pagare per compagnia. Perché sei qui?”
Luca rise piano, un suono caldo che le fece venire un brivido lungo la schiena. “Non è solo compagnia che cerco. È… connessione. Qualcosa di vero. Le ragazze che incontro di solito, quelle dei miei giri, sono tutte uguali. Superficiali. Tu invece sembri diversa. Hai un modo di parlare che mi piace. Diretto, ma con qualcosa dietro. Come se stessi sempre nascondendo un pezzo di te.”
Quelle parole la colpirono come un pugno allo stomaco. Nessuno l’aveva mai descritta così, non con quella chiarezza. Si sentì nuda, non fisicamente, ma emotivamente. “Forse perché è così,” ammise, abbassando lo sguardo sul bicchiere. “Ma non sono qui per raccontarti la mia vita. Vuoi che iniziamo o no?”
Luca non rispose subito. Si alzò, si avvicinò e si sedette accanto a lei. La sua presenza era intensa, ma non opprimente. Le sfiorò il braccio con la punta delle dita, un tocco leggero che le fece accelerare il battito. “Non c’è fretta. Ma se vuoi, possiamo iniziare. Però voglio che tu sia a tuo agio. Se in qualsiasi momento vuoi fermarti, dillo. Va bene?”
Rebecca annuì, la gola secca. “Va bene.”
“Brava,” sussurrò lui, e quella parola, così semplice, le fece qualcosa dentro, qualcosa che non riuscì a capire subito. Luca le prese il mento con delicatezza, facendole alzare lo sguardo verso di lui. Poi si chinò e la baciò, lento, profondo, un bacio che non aveva nulla di frettoloso o meccanico. Sapeva di vino e di qualcosa di più oscuro, di bisogno. Rebecca si lasciò andare, sorprendendosi di quanto fosse facile farlo con lui.
“Spogliati,” le disse piano, staccandosi appena dalle sue labbra. Non era un ordine secco, ma una richiesta ferma, quasi intima. Lei esitò solo un momento, poi si alzò, slacciando con mani tremanti la zip del vestito. Lo lasciò cadere a terra, restando in lingerie nera, un completino economico ma che metteva in risalto il suo corpo magro, le gambe lunghe, i fianchi appena accennati. Sentiva gli occhi di Luca su di sé, ma non c’era giudizio in quello sguardo. Solo desiderio, e qualcosa di più profondo che non riusciva a decifrare.
“Sei bellissima,” mormorò lui, alzandosi e avvicinandosi. Le sue mani le sfiorarono i fianchi, poi scesero lungo le cosce, leggere come una carezza. Rebecca trattenne il fiato quando lui si inginocchiò davanti a lei, le sue labbra che si posavano appena sotto l’ombelico, poi più in basso, sopra il tessuto sottile delle mutandine. “Sdraiati sul letto,” le disse, e questa volta il tono era un po’ più fermo.
Lei obbedì, il cuore che martellava. Si sdraiò sul letto enorme, le lenzuola di seta fredde contro la pelle. Luca si tolse la camicia con calma, rivelando un torso atletico ma non esagerato, e poi si avvicinò, salendo sopra di lei. La baciò di nuovo, mentre le sue mani scivolavano sotto il reggiseno, accarezzandole i seni con una lentezza che la fece gemere piano. Poi scese più in basso, sfilandole le mutandine con un movimento deciso. Quando la sua lingua la toccò, lì, in mezzo alle cosce, Rebecca si irrigidì per un istante, poi si abbandonò completamente, le mani che afferravano le lenzuola. Era bagnata, così tanto che quasi si vergognava, ma lui non sembrava curarsene. La leccava con una dedizione che la faceva tremare, alternando movimenti lenti e profondi a tocchi leggeri con le dita, portandola al limite e poi rallentando, come se volesse far durare quel momento all’infinito.
“Ti prego…” mormorò lei, senza nemmeno sapere cosa stesse chiedendo. Luca alzò lo sguardo, un sorriso appena accennato sulle labbra lucide. “Ti prego cosa?” chiese, la voce bassa, carica di una calma autorità che la fece rabbrividire.
“Non… non fermarti,” riuscì a dire, e lui riprese, più intenso, finché un’onda di piacere la travolse, facendola gridare piano, il corpo che si inarcava contro di lui. Quando tornò in sé, ansimante, Luca era sopra di lei, nudo ormai, il cazzo duro e pesante contro la sua coscia. La guardava negli occhi, intenso, quasi possessivo. “Posso?” chiese, e lei annuì, sapendo cosa intendeva. Niente preservativo, avevano concordato tutto prima via messaggio. Voleva sentirlo davvero, e quella decisione, per quanto rischiosa, le dava una strana eccitazione.
Entrò in lei lentamente, dandole il tempo di adattarsi, di sentirlo. Era grosso, ma non doloroso, solo… presente. Ogni spinta era misurata, profonda, come se stesse cercando di imprimersi dentro di lei non solo fisicamente, ma in un modo che Rebecca non riusciva a spiegare. “Sei così stretta, così perfetta,” le sussurrò all’orecchio, e quelle parole le fecero stringere le gambe attorno ai suoi fianchi, come se volesse trattenerlo. Quando venne, lo fece con un gemito roco, riempiendola, il calore del suo seme che la fece rabbrividire di nuovo. Rimasero così per un momento, immobili, il respiro di lui che le scaldava il collo.
Poi, invece di alzarsi e rivestirsi come si aspettava, Luca la tirò a sé, avvolgendola tra le braccia. Le accarezzò i capelli, mormorando parole dolci, cose come “Sei stata bravissima” e “Sono qui, non ti lascio”. Rebecca, ancora frastornata, si ritrovò a stringersi a lui, il petto che le si stringeva per qualcosa che non era solo piacere fisico. Nessuno l’aveva mai trattata così, dopo. Nessuno l’aveva mai fatta sentire… vista.
Quando finalmente si alzò per andarsene, con i soldi contati con discrezione sul tavolo, aveva la testa che girava. Fuori, la pioggia non si era fermata, e mentre camminava verso la metro, con il cappotto stretto attorno al corpo, non riusciva a smettere di pensare a lui. A quegli occhi azzurri che sembravano leggerle dentro. A quella voce che le aveva detto “Sei bellissima” come se lo pensasse davvero. E, soprattutto, a quel senso di calore che le era rimasto dentro, non solo tra le gambe, ma nel petto, un calore che la spaventava e la attirava allo stesso tempo. Non lo sapeva ancora, ma qualcosa in lei era già cambiato.
