Racconti Piccanti
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Nel ripostiglio della festa

Nel ripostiglio della festa

24 Marzo 2026·10 min di lettura

Sono Giovanni, ho trentadue anni e una vita che, diciamocelo, non è esattamente un romanzo d’avventura. Lavoro in un’officina, passo le serate con gli amici e ogni tanto mi capita di rimorchiare qualcuno, ma nulla di serio. Non sono il tipo da storie complicate. Però quella sera, alla festa di compleanno di Marco, il mio migliore amico, è successo qualcosa che non avrei mai previsto. Qualcosa che mi ha preso e mi ha mandato fuori di testa.

La festa era in pieno svolgimento in una villetta appena fuori città. C’era un casino assurdo: musica a tutto volume, gente che ballava, bicchieri di plastica ovunque. Io ero lì, appoggiato a un muro con una birra in mano, a chiacchierare con un paio di ragazzi che conoscevo superficialmente. Poi l’ho visto. Ettore, il fratello minore di Marco. Vent’anni, un corpo snello ma definito, capelli scuri spettinati e un sorriso un po’ timido che però nascondeva qualcosa di sfacciato. Lo avevo notato altre volte, ma quella sera era diverso. Indossava una maglietta aderente grigia e un paio di jeans stretti che mettevano in evidenza ogni curva. Non so perché, ma non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso.

Mi sono avvicinato con la scusa di prendere un’altra birra dal frigo in cucina, dove lui stava trafficando con dei piatti di plastica. “Ehi, Ettore, tutto bene?” ho chiesto, cercando di sembrare casuale. Lui si è girato, con quel mezzo sorriso che mi ha colpito subito. “Sì, Giovanni, tutto ok. Tu? Ti diverti?” La sua voce era calma, ma c’era una nota di curiosità, come se volesse vedere dove volevo andare a parare.

“Mah, la solita festa. Però non è male. Tu non balli?” ho buttato lì, guardandolo dritto negli occhi. Ha riso piano, abbassando lo sguardo per un attimo. “Nah, non sono il tipo. Preferisco stare un po’ in disparte.” Poi ha alzato gli occhi di nuovo, e c’era qualcosa di diverso nel suo sguardo. Qualcosa che mi ha fatto accelerare il battito. “E tu? Non ti vedo con nessuna ragazza stasera,” ha detto, con un tono che sembrava quasi una sfida.

Ho sorriso, facendo un passo più vicino. “Non mi va di perdere tempo con chi non mi interessa. E tu? Nessun ragazzo qui che ti piace?” Ho sparato a zero, senza girarci troppo intorno. Lui è arrossito leggermente, ma non ha distolto lo sguardo. “Forse uno c’è. Ma non so se lui ci sta.” Il cuore mi è salito in gola. Stava giocando, e io ero più che disposto a stare al gioco. “Beh, magari dovresti chiederglielo direttamente,” ho risposto, la voce un po’ più bassa, più intensa.

Non so come, ma in pochi minuti ci siamo ritrovati a parlare sempre più vicino, le parole sempre più cariche di sottintesi. “Senti, qui c’è troppa confusione. Vieni un attimo con me,” gli ho detto, indicando con un cenno della testa un corridoio che portava verso le stanze sul retro. Lui ha esitato un istante, poi ha annuito. “Va bene. Ma solo un attimo.” Il tono era incerto, ma i suoi occhi dicevano tutt’altro.

Siamo finiti in un ripostiglio, un buco di stanza pieno di scope, scatoloni e roba ammucchiata alla rinfusa. Ho chiuso la porta dietro di noi, e il rumore della festa si è attenuato, lasciandoci in un silenzio carico di tensione. La luce era fioca, solo una lampadina nuda che pendeva dal soffitto. “Allora, cosa vuoi dirmi?” ha chiesto Ettore, incrociando le braccia, ma il suo respiro era già un po’ più veloce.

Non ho perso tempo. Mi sono avvicinato, mettendogli una mano sulla spalla. “Non voglio dirti niente. Voglio farti vedere una cosa.” La sua espressione è cambiata, un misto di sorpresa e desiderio. “Giovanni, sei sicuro? Io… non l’ho mai fatto, sai. Non così.” La sua voce tremava un po’, ma non si è tirato indietro. “Tranquillo. Se non vuoi, ci fermiamo. Ma credo che tu lo voglia quanto me,” ho detto, sfiorandogli il collo con le dita. Ha deglutito forte, poi ha annuito appena. “Ok. Però vai piano, ok?”

Non ho aspettato oltre. Gli ho preso il viso tra le mani e l’ho baciato, un bacio duro, affamato. Le sue labbra erano morbide, calde, e sentivo il sapore dolce della birra che aveva bevuto. Ha risposto subito, spingendosi contro di me, le mani che afferravano la mia maglietta. “Cazzo, Giovanni, non pensavo che fossi così diretto,” ha mormorato contro la mia bocca, con un sorriso che mi ha mandato in tilt. “E tu non pensavi di essere così pronto,” ho ribattuto, spingendolo contro il muro con un po’ più di forza.

Gli ho sfilato la maglietta in un movimento rapido, scoprendo la sua pelle liscia, i muscoli appena accennati sotto le dita. Il suo petto si alzava e abbassava veloce, e sentivo il calore del suo corpo mentre gli passavo le mani sui fianchi. “Togliti tutto,” gli ho detto, la voce roca. Lui ha esitato solo un secondo, poi ha slacciato i jeans, facendoli cadere a terra insieme ai boxer. Era completamente nudo davanti a me, il suo corpo esposto sotto quella luce cruda. Era perfetto: il cazzo già duro, medio ma ben proporzionato, la pelle tesa e lucida di sudore leggero. L’odore della sua eccitazione mi ha colpito, un misto di muschio e calore che mi ha fatto perdere la testa.

Io non mi sono spogliato del tutto. Ho solo slacciato la cintura, abbassandomi i pantaloni e i boxer quel tanto che bastava per tirare fuori il mio cazzo. Sono più grande di lui, lungo e spesso, e quando l’ha visto ha spalancato gli occhi per un attimo. “Porca puttana, Giovanni, è enorme,” ha detto, con un tono che era metà stupore e metà eccitazione. “Tranquillo, ci andrò piano. Ma tu devi aiutarmi a prepararti,” ho risposto, spingendolo a girarsi verso il muro. Lui ha appoggiato le mani contro la superficie ruvida, il culo tondo e sodo davanti a me. Non avevo mai visto niente di più invitante.

Mi sono abbassato, mettendomi in ginocchio dietro di lui. “Rilassati, ok? Fammi fare,” gli ho detto, prima di sfiorargli le natiche con le mani, aprendolo leggermente. Il suo odore era forte, naturale, un misto di pelle e sudore che mi faceva girare la testa. Ho passato la lingua lungo la linea tra le sue natiche, sentendo i suoi muscoli contrarsi sotto il mio tocco. “Cazzo, Giovanni, che stai facendo?” ha ansimato, la voce spezzata. “Ti preparo. Non voglio farti male,” ho risposto, prima di spingere la lingua più a fondo, esplorandolo con calma ma con decisione. Il sapore era intenso, leggermente salato, e i suoi gemiti bassi mi spingevano a continuare. Sentivo le sue gambe tremare mentre lo leccavo, aprendolo piano piano, preparandolo per quello che sarebbe venuto dopo.

“Ti piace, vero?” ho chiesto, alzandomi per un momento e sfiorandogli l’orecchio con la voce. “Sì, cazzo, sì… ma sono nervoso,” ha ammesso, voltandosi appena a guardarmi. Aveva le guance rosse, gli occhi lucidi. “Non preoccuparti. Ti guido io. Dimmi se vuoi fermarti,” ho detto, anche se dentro di me bruciavo dal desiderio di andare avanti. Ho sputato sulle dita, bagnandole bene, e ho iniziato a sfiorargli l’entrata, spingendo piano un dito dentro di lui. Era stretto, incredibilmente stretto, e sentivo ogni muscolo contrarsi mentre cercavo di farlo rilassare. “Respira, Ettore. Piano piano,” gli ho detto, mentre aggiungevo un secondo dito, muovendoli con lentezza ma con decisione.

“Fa un po’ male… ma non è male, sai? Continua,” ha mormorato, la voce tesa ma carica di voglia. Ho lavorato con pazienza, sentendo il suo corpo cedere poco a poco, i suoi gemiti diventare più profondi mentre lo preparavo. Il calore delle sue pareti interne mi stringeva le dita, e non vedevo l’ora di sentirlo attorno a me. “Sei pronto?” ho chiesto, tirando fuori le dita e sputando di nuovo, questa volta sulla mia mano per lubrificare il mio cazzo. Lui ha annuito, voltandosi appena. “Sì. Ma vai piano, ti prego. Non l’ho mai preso lì.”

Mi sono posizionato dietro di lui, la punta del mio cazzo che sfiorava la sua entrata. Era così stretto che quasi non riuscivo a spingere, ma ho fatto piano, come promesso. “Rilassati, lascia che entri,” gli ho detto, mettendogli una mano sul fianco per guidarlo. Quando la testa è scivolata dentro, ha emesso un gemito forte, un misto di dolore e sorpresa. “Cazzo, è grosso. Aspetta un attimo,” ha ansimato, stringendo le mani contro il muro. Ho aspettato, lasciandolo abituare, ma il calore e la stretta attorno a me erano una tortura. “Dimmi quando posso muovermi,” ho detto, la voce tesa per lo sforzo di controllarmi.

“Ok, vai… ma piano,” ha detto dopo un momento, il respiro corto. Ho spinto di più, centimetro dopo centimetro, sentendo ogni resistenza del suo corpo cedere. Era una sensazione indescrivibile, così stretto e caldo che quasi perdevo la testa. Quando sono entrato del tutto, ho sentito le sue natiche premere contro il mio bacino, i miei pantaloni ancora calati sulle cosce che sfregavano contro la sua pelle nuda. “Come stai?” ho chiesto, fermandomi per un attimo. “Sto… bene. È strano, ma mi piace. Muoviti, dai,” ha detto, con un tono che era quasi un ordine.

Ho iniziato a muovermi, lentamente all’inizio, entrando e uscendo con spinte controllate. Ogni movimento mi faceva sentire la sua stretta, il suo calore che mi avvolgeva completamente. I suoi gemiti erano bassi, gutturali, e il suono della nostra pelle che si incontrava riempiva il piccolo spazio del ripostiglio. L’odore del sesso, del sudore e del suo corpo era ovunque, un misto che mi mandava in estasi. “Ti piace, vero? Dimmi come lo senti,” gli ho detto, aumentando un po’ il ritmo. “Lo sento… cazzo, lo sento tutto. È come se mi riempissi completamente. Non fermarti,” ha risposto, la voce spezzata, il corpo che si muoveva contro il mio per assecondare le spinte.

Ho afferrato i suoi fianchi con più forza, tirandolo verso di me a ogni spinta, andando sempre più a fondo. Il suo culo si adattava piano piano, e potevo spingere con più decisione. “Sei così stretto, Ettore. Mi stai facendo impazzire,” ho ringhiato, sentendo il piacere montare dentro di me. Lui ha girato appena la testa, guardandomi con gli occhi socchiusi. “E tu sei così grosso che mi stai spaccando. Ma non smettere, cazzo, spingi più forte.” Le sue parole mi hanno mandato fuori di testa, e ho aumentato il ritmo, sbattendolo contro il muro con ogni spinta, i nostri corpi che si muovevano in perfetta sincronia.

Il suono dei nostri gemiti, il rumore umido delle spinte, il calore del suo corpo sotto le mie mani, tutto si mescolava in un caos di sensazioni. Gli ho preso il cazzo con una mano, iniziando a masturbarlo mentre continuavo a scoparlo. Era duro, bagnato sulla punta, e sentivo ogni pulsazione sotto le dita. “Voglio che vieni mentre ti scopo,” gli ho detto, la voce roca. “Cazzo, sì, sono vicino… non fermarti,” ha ansimato, spingendosi contro la mia mano e il mio cazzo allo stesso tempo.

Ho continuato a muovermi, ogni spinta più forte, più profonda, sentendo il suo corpo tremare sotto di me. Il piacere era insostenibile, una pressione che cresceva a ogni secondo. “Sto per venire, Ettore. Dove lo vuoi?” ho chiesto, il respiro affannoso. “Dentro… vieni dentro, ti prego,” ha detto, la voce disperata, e quelle parole mi hanno fatto perdere ogni controllo. Ho spinto un’ultima volta, profondo, sentendo l’orgasmo esplodermi dentro, riempiendolo con tutto quello che avevo. Nello stesso momento, l’ho sentito venire nella mia mano, il suo cazzo che pulsava, il liquido caldo che mi bagnava le dita.

Siamo rimasti fermi per un momento, ansimando, il suo corpo ancora premuto contro il mio. L’odore del sesso era ovunque, la sua pelle sudata sotto le mie mani. “Cazzo, Giovanni… non pensavo fosse così,” ha mormorato, voltandosi appena a guardarmi. Ho sorriso, tirandomi fuori piano e aiutandolo a raddrizzarsi. “Nemmeno io. Ma è stato fottutamente incredibile,” ho detto, dandogli una pacca leggera sul fianco.

Ci siamo rivestiti in silenzio, il rumore della festa che tornava a farsi sentire ora che la porta del ripostiglio era di nuovo aperta. Prima di uscire, mi ha guardato con quel sorriso timido ma sfacciato che mi aveva colpito all’inizio. “Questa cosa… resta tra noi, ok?” ha detto. Ho annuito. “Tra noi. Ma se vuoi rifarlo, sai dove trovarmi.” Lui ha riso piano, poi siamo tornati tra la gente, come se nulla fosse successo. Ma dentro di me, sapevo che quella notte nel ripostiglio della festa non l’avrei dimenticata mai.

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