Lo stagista leccapiedi (parte 3)
Paolo uscì dall’ufficio di Rebecca quella sera con le gambe che sembravano di gelatina e la testa che gli ronzava come un alveare. Venticinque anni, un futuro davanti, e invece eccolo lì, a fare il leccapiedi di una donna che potrebbe dargli del tu solo per via dell’età. Che vita, eh? I pantaloni erano ancora appiccicosi, il sapore salato dei piedi di Rebecca gli impregnava la bocca, e lui, il povero cristo, non riusciva a pensare ad altro. Tornò a casa con un misto di vergogna e dipendenza che lo faceva sentire un verme, ma anche quello, diciamocelo, lo eccitava da morire. Si scaricò di nuovo, ovviamente, ripensando a quel piede che lo strofinava senza pietà, e dormì malissimo, con il cervello incastrato su quelle unghie rosso sangue.
Il mattino dopo, Paolo si presentò allo studio legale con un’aria da cane bastonato e un panno piegato nella borsa, come da ordini. Non aveva idea di cosa Rebecca avesse in mente per quel giorno, ma il solo pensiero gli faceva venire i brividi. E pure un’erezione, chiaramente. Perché lui era fatto così, il nostro stagista: bastava un tacco che ticchetta nel corridoio e già si ritrovava nei guai. Entrò con la camicia sgualcita e gli occhiali storti, pronto a un’altra giornata di umiliazioni, quando una novità lo colpì come un pugno allo stomaco. Una ragazza nuova, capelli biondi, aria fresca e innocente, stava sistemando la sua postazione in un angolo dell’open space. Cristina, si presentò. Ventitré anni, appena laureata, un sorriso timido ma luminoso. Paolo la fissò un po’ troppo a lungo, arrossendo come un pomodoro maturo, e lei gli fece un cenno gentile con la testa. Il povero cristo sentì il cuore balbettargli nel petto: una ragazza normale, della sua età, che non sembrava pronta a calpestarlo con un tacco 12. Un miracolo, no?
Ma i miracoli, si sa, durano poco. Non aveva nemmeno finito di balbettare un “ciao” che la voce di Rebecca tagliò l’aria come una lama. “Paolo. Nel mio ufficio. Subito.” Quel tono, Cristo santo, era un mix di seta e veleno, e lui obbedì senza fiatare, con il panno che gli pesava nella borsa come un macigno. Entrò e chiuse la porta, il cuore che già gli martellava nelle tempie. Rebecca era lì, dietro la scrivania, tailleur grigio perla oggi, tacchi neri lucidi, chignon tirato come se volesse strapparsi i capelli. Lo fissò con quegli occhi che sembravano trapassarti l’anima, un sorrisetto sadico sulle labbra. “Hai portato quello che ti ho chiesto, zerbino?” chiese, accavallando le gambe con una lentezza che era pura tortura. La décolleté dondolò per un attimo, e Paolo, il patetico, sentì il sangue scendere tutto sotto la cintura. “S-sì, Rebecca,” mormorò, tirando fuori il panno con mani tremanti. Lei rise piano, un suono che sembrava uno schiaffo. “Bravo ragazzo. Ora inginocchiati e lucidami le scarpe. E fai attenzione, che non voglio nemmeno un graffio.”
Paolo si abbassò, il viso a pochi centimetri da quei tacchi che sembravano pugnali. L’odore di pelle nuova lo colpì subito, ma sotto c’era qualcos’altro, quel sentore caldo e acre che gli mandava in tilt il cervello. Passò il panno con una cura maniacale, mentre Rebecca lo osservava dall’alto, tamburellando le unghie rosse sulla scrivania. “Sai, Paolo,” disse con quella voce bassa e pericolosa, “ho notato che guardavi la nuova arrivata. Come si chiama… Cristina, vero?” Lui si irrigidì, il panno fermo a mezz’aria, e sentì il viso prendergli fuoco. “N-no, io… non stavo…” balbettò, ma lei lo interruppe con una risata gelida. “Non mentire, zerbino. Ti ho visto. E non mi piace.” Si chinò in avanti, il viso vicino al suo, e sussurrò: “Tu sei mio. Chiaro? Se ti azzardi a sorriderle di nuovo, ti faccio rimpiangere di essere nato.” Paolo deglutì a vuoto, il cazzo duro nei pantaloni nonostante la paura. Che razza di idiota, eh? Minacciato e pure eccitato. “S-sì, Rebecca,” mormorò, e lei si raddrizzò, soddisfatta. “Bene. Ora finisci con le scarpe. E dopo vai a prendere il caffè. Ne ho bisogno per affrontare questa giornata.”
Le ore successive furono un inferno. Paolo corse su e giù per l’ufficio come un cameriere, con Rebecca che lo chiamava di continuo per ordini sempre più assurdi. “Paolo, il caffè è freddo, rifallo.” “Paolo, sistema queste carte, ma in ginocchio, che mi piace vederti così.” E lui, il povero cristo, obbediva, con il viso in fiamme e i pantaloni che tiravano ogni volta che lei faceva dondolare un tacco. Ma il peggio era Cristina. Non riusciva a non guardarla, anche solo di sfuggita. Quel sorriso dolce, quei modi gentili, erano un’oasi in mezzo al deserto di sadismo di Rebecca. Durante la pausa pranzo, trovò il coraggio di offrirle un caffè alla macchinetta. “Ehm, lo vuoi zuccherato?” le chiese, rosso come un peperone. Lei rise, un suono leggero e innocuo. “Sì, grazie, sei gentile.” Gentile. Una parola che Paolo non sentiva da mesi. Le mandò pure un messaggio timido, dopo, un banale “Se hai bisogno di aiuto con le pratiche, chiedi pure.” E lei rispose con un “Grazie! :)”. Un sorriso, anche solo virtuale, che gli scaldò il petto. Ma lui, l’idiota, non aveva calcolato che Rebecca vedeva tutto. Sempre.
Quella sera, dopo l’orario, l’ufficio era quasi vuoto. Paolo stava per andarsene quando la voce di Rebecca lo inchiodò sul posto. “Paolo. Cristina. Nel mio ufficio. Ora.” Il tono era ghiaccio puro, e lui sentì lo stomaco sprofondare. Entrarono insieme, Cristina con un’aria confusa, lui con la faccia di chi sa che sta per essere scannato. Rebecca era seduta sulla sua poltrona, le gambe accavallate, le décolleté nere abbandonate accanto alla scrivania. I piedi, coperti da collant velati, erano posati sul bordo del mogano, le unghie rosse che brillavano come sangue fresco sotto la luce dei neon. L’odore, quel mix di sudore leggero e pelle calda, colpì Paolo come una mazzata. “Chiudete la porta,” ordinò lei, e Cristina obbedì, un po’ incerta. Rebecca sorrise, un sorriso che era un’arma. “Cristina, devi sapere una cosa sul nostro Paolo. È molto… servizievole. Vero, zerbino?” Paolo arrossì fino alla radice dei capelli, il cuore che gli esplodeva nel petto. “S-sì, Rebecca,” mormorò, la voce spezzata. Lei rise piano. “Inginocchiati, Paolo. Falle vedere quanto sei bravo.”
Lui esitò, gli occhi che saettavano verso Cristina, che lo fissava con un misto di curiosità e imbarazzo. Ma lo sguardo di Rebecca non ammetteva repliche. Si inginocchiò, il viso a pochi centimetri da quei piedi, e tirò fuori la lingua, tremante. Il primo contatto fu un’esplosione di sapore, salato e caldo, mentre le piante di Rebecca si muovevano leggermente sotto la sua bocca. Cristina sgranò gli occhi, un rossore che le saliva alle guance. “Ma… che sta succedendo?” chiese, la voce incerta. Rebecca la guardò, divertita. “Succede che Paolo sa stare al suo posto. Gli piace, sai? Gli piace essere il mio tappetino. Vero, zerbino?” Paolo annuì, la lingua ancora tra le dita, il viso in fiamme per l’umiliazione. “Mostraglielo bene, forza,” lo spronò Rebecca, spingendo il piede più a fondo nella sua bocca. “Falle vedere quanto ti eccita succhiarmi i piedi davanti a tutti.”
Paolo succhiò, patetico come sempre, mentre Cristina distoglieva lo sguardo, visibilmente a disagio. Ma Rebecca non aveva finito. Oh, no. Si chinò verso di lui, sussurrandogli all’orecchio con quella voce che era puro veleno. “Se ti rivedo anche solo a guardarla, ti faccio pentire di essere entrato in questo ufficio. Capito?” Lui annuì, la bocca piena, il cazzo duro nei pantaloni come un traditore. Lei si raddrizzò, soddisfatta, e guardò Cristina. “Tranquilla, tesoro. È solo un gioco. Ora vai pure, abbiamo finito.” Cristina uscì senza dire una parola, il viso rosso e gli occhi bassi. Paolo rimase lì, inginocchiato, con il sapore di Rebecca che gli bruciava la lingua e il cuore che gli martellava per l’umiliazione. Ma il peggio, lo sapeva, doveva ancora arrivare. Perché Rebecca lo fissava con un’espressione che prometteva guai. “Domani sera, zerbino,” sussurrò, mentre si rimetteva le scarpe con lentezza calcolata. “Abbiamo una riunione informale. E tu sarai la star dello spettacolo.” Lui deglutì, il terrore e l’eccitazione che gli stringevano lo stomaco. Che vita, eh? Sempre più in basso, e sempre più incapace di dire di no.
