Lo stagista leccapiedi (parte 4)
Paolo passò la notte con il cervello in corto circuito, rigirandosi nel letto come un pollo allo spiedo. Venticinque anni, una laurea in tasca, e invece eccolo lì, a sognare piedi sudati e tacchi che lo schiacciano. Che razza di vita, eh? Il sapore salato di Rebecca gli era ancora appiccicato alla lingua, e il pensiero di quella “riunione informale” gli stringeva lo stomaco in una morsa di terrore misto a eccitazione. Sapeva che sarebbe andata male, molto male. Ma il povero cristo non aveva scelta: era già troppo dentro, troppo preso da quella donna che lo trattava come uno straccio per i pavimenti. E, diciamocelo, una parte di lui ci godeva pure.
Il giorno dopo, allo studio legale, l’aria sembrava carica di elettricità. Paolo entrò con la solita aria da cane bastonato, gli occhiali storti e la camicia che sembrava stirata con i piedi. Cristina lo evitò come la peste, non gli rivolse nemmeno uno sguardo mentre passava vicino alla sua postazione. E chi poteva biasimarla? Dopo averlo visto leccare i piedi di Rebecca come un disperato, probabilmente lo considerava un pervertito da tenere a distanza. Matteo, l’altro stagista, un tipo spavaldo con la risata facile, gli lanciò invece un ghigno che diceva tutto: “Ti ho visto, zerbino, e non vedo l’ora di vederti sprofondare ancora”. Paolo arrossì fino alla radice dei capelli, abbassando lo sguardo sulla tastiera. Ma il peggio doveva ancora venire.
Verso le sette di sera, quando l’ufficio si era ormai svuotato, Rebecca convocò tutti in sala riunioni. “Una chiacchierata informale,” l’aveva chiamata, con quel sorriso che sembrava un coltello affilato. Paolo, Cristina e Matteo entrarono nella stanza illuminata dai neon, con quell’odore di carta e disinfettante che aleggiava nell’aria. Rebecca era già lì, seduta a capotavola come una regina sul trono. Tailleur nero oggi, tacchi lucidi da 12 centimetri, capelli tirati in uno chignon che sembrava scolpito nel marmo. Appena Paolo la vide, sentì il sangue scendere tutto sotto la cintura. Patetico, eh? Bastava un’occhiata e già si ritrovava nei guai.
“Sedetevi, ragazzi,” disse Rebecca con quella voce di seta e veleno, tamburellando le unghie rosso sangue sul tavolo. Poi, con una lentezza calcolata che era pura tortura, si chinò per togliersi le décolleté. Il rumore del tacco che toccava il pavimento fu come un colpo di pistola per Paolo, che si irrigidì sulla sedia. I piedi di Rebecca, nudi e perfetti, con le unghie smaltate che brillavano come gioielli, si posarono sul bordo del tavolo. Un leggero odore di sudore caldo, dopo una giornata intera chiusa in quelle scarpe, colpì le narici di Paolo come una droga. Lui deglutì a vuoto, il cuore che gli martellava nel petto, mentre Cristina sgranava gli occhi e Matteo tratteneva una risata nervosa.
“Paolo,” lo chiamò Rebecca, con un tono che era un ordine mascherato da invito. “Vieni qui. Il mio segretario sa cosa fare.” Il povero cristo esitò per un istante, il viso già in fiamme, ma lo sguardo di lei non ammetteva repliche. Si alzò, tremando come una foglia, e si inginocchiò davanti al tavolo, il viso a pochi centimetri da quei piedi che erano la sua ossessione e la sua dannazione. “Su, zerbino, non fare aspettare la tua padrona,” sussurrò Rebecca, spingendo leggermente il piede verso di lui. Paolo tirò fuori la lingua, tremante, e il primo contatto fu un’esplosione di sapore salato e caldo. Leccò la pianta con una cura quasi religiosa, sentendo la pelle morbida e leggermente umida sotto la lingua, mentre l’odore gli mandava il cervello in tilt.
Cristina distolse lo sguardo, rossa in viso, mentre Matteo non riuscì più a trattenersi e scoppiò in una risata soffocata. “Ma che diavolo…?” mormorò, tirando fuori il telefono per filmare di nascosto. Rebecca lo notò, oh sì che lo notò, ma non disse nulla. Anzi, il suo sorriso si allargò, come se l’idea di un video che circolava le desse un piacere sadico. “Tranquilli, ragazzi,” disse con voce calma, quasi professionale, mentre Paolo continuava a leccare come un cane affamato. “A lui piace. Vero, zerbino? Dillo ai tuoi colleghi quanto ti eccita succhiarmi i piedi.”
Paolo alzò lo sguardo per un istante, il viso paonazzo, la lingua ancora appoggiata alla pianta di Rebecca. “M-mi… mi eccita tantissimo,” balbettò, la voce spezzata dall’umiliazione. Matteo rise più forte, scuotendo la testa, mentre Cristina si coprì la bocca con una mano, visibilmente a disagio. Rebecca, invece, sembrava una gatta che gioca col topo. “Bravo ragazzo,” sussurrò, spingendo il piede più a fondo nella sua bocca. “Ora striscia sotto il tavolo. Voglio sentire la tua lingua tra le dita mentre parliamo di lavoro.” Lui obbedì, ovviamente, sparendo sotto il mogano come un verme, mentre lei accavallava le gambe con eleganza e iniziava a discutere di una pratica legale come se nulla fosse. Paolo succhiò ogni dito con una dedizione patetica, sentendo il sapore forte del sudore tra le pieghe della pelle, il cazzo duro nei pantaloni che premeva contro la stoffa in modo imbarazzante.
“Vedi, Cristina,” continuò Rebecca, guardandola con un sorriso tagliente, “Paolo è molto servizievole. Un bravo segretario sa stare al suo posto. Tu non sei d’accordo?” Cristina non rispose, limitandosi a fissare un punto indefinito sul muro, mentre Matteo sghignazzava e zoomava col telefono. “Dai, zerbino, fai sentire quanto ci tieni,” lo spronò Rebecca, muovendo il piede nella sua bocca con un movimento lento e possessivo. Paolo gemette piano, incapace di trattenersi, e lei rise, un suono basso e crudele. “Patetico, ma è il mio patetico,” mormorò, guardandolo dall’alto con occhi che bruciavano di sadismo.
Dopo qualche minuto di quella tortura, Rebecca tirò indietro il piede, lasciandolo lì sotto, ansimante e umiliato. “Basta così, zerbino,” disse, rimettendosi le scarpe con una calma glaciale. “Ora alzati e vai a pulire il bagno. Puzzi di sudore e disperazione.” Paolo riemerse da sotto il tavolo, il viso rosso come un peperone, i capelli spettinati e la camicia sgualcita. Matteo non smetteva di ridere, il telefono ancora in mano, mentre Cristina evitava del tutto il suo sguardo. Lui si alzò, barcollando, e uscì dalla sala riunioni con la testa bassa, sentendo le risate e i sussurri alle sue spalle come coltellate.
Ma non era finita. Oh, no. Mentre camminava lungo il corridoio verso il bagno, con l’odore dei piedi di Rebecca ancora appiccicato alla bocca, il telefono gli vibrò in tasca. Un messaggio. Lo aprì con mani tremanti, e il sangue gli si gelò nelle vene. Era un video, inviato da Matteo, con un commento laconico: “Guardati, leccapiedi. Questo lo vede tutto lo studio domani.” Nel filmato, si vedeva lui, Paolo, inginocchiato sotto il tavolo, la lingua tra le dita di Rebecca, il viso contorto in un misto di vergogna e piacere. Sentì lo stomaco sprofondare, il cuore che gli esplodeva nel petto. Che vita, eh? Non bastava essere lo zerbino di una donna che lo trattava come spazzatura. Ora tutti avrebbero saputo, tutti avrebbero riso. E Rebecca? Lei lo sapeva, ne era sicuro. E probabilmente stava già pensando a come usarlo per stringere ancora di più il guinzaglio. Mentre fissava lo schermo, paralizzato, sentì i tacchi di lei ticchettare nel corridoio alle sue spalle. Si voltò, tremante, e la trovò lì, che lo fissava con quel sorriso che prometteva solo guai. “Domani, zerbino,” sussurrò, chinandosi vicino al suo orecchio. “Nel mio ufficio. Abbiamo un discorso da finire.” E con quella minaccia che gli pesava come un macigno, Paolo capì che il peggio doveva ancora arrivare.
