Inculato nei bagni dell’azienda
Mi chiamo Luca, ho 28 anni e, se devo essere sincero, non avrei mai pensato di ritrovarmi a raccontare una cosa del genere. Non sono il tipo che si apre facilmente, soprattutto su argomenti così… personali. Ma ho bisogno di sfogarmi, di buttare fuori tutto quello che mi è successo quel giorno, perché ancora non ci credo. È stato un misto di imbarazzo, eccitazione e pura follia. Quindi, ecco la mia confessione: vi racconto di come mi sono fatto sfondare il culo nei bagni del mio ufficio da un collega che ho beccato su Grindr mentre stavo lavorando.
Lavoro in una grande azienda di consulenza, uno di quei posti dove tutti hanno una scrivania identica, un computer identico e un’aria di finta cortesia stampata in faccia. Il mio ufficio è al quinto piano, un open space con finestre che danno su una strada trafficata. Sono nel dipartimento marketing, passo le mie giornate a fare presentazioni, analizzare dati e fingere di essere entusiasta di progetti che, onestamente, mi fanno sbadigliare. Non è un brutto lavoro, ma è monotono. Forse per questo, ogni tanto, mi ritrovo a cercare distrazioni. E quella distrazione si chiama Grindr.
Non fraintendetemi, non sono uno che passa tutto il tempo su app di incontri. Ma, diciamo la verità, in un ufficio grigio come il mio, con colleghi che parlano solo di scadenze e caffè insipido della macchinetta, ogni tanto ho bisogno di qualcosa che mi faccia sentire vivo. Così, durante le pause o quando il capo è in riunione, apro quell’app sul telefono e do un’occhiata. Solo per curiosità, mi dico. Solo per vedere chi c’è nei dintorni. Non cerco niente di serio, solo qualche chiacchiera, magari un po’ di flirt per spezzare la noia. Ma quel giorno, quel maledetto giorno, le cose sono andate molto oltre.
Era un martedì pomeriggio, uno di quelli in cui il tempo sembra non passare mai. Ero seduto alla mia postazione, con un file Excel aperto davanti a me che non riuscivo a guardare senza sentirmi morire dentro. Ho preso il telefono, ho aperto Grindr e ho iniziato a scorrere i profili. La solita gente: qualche ragazzo carino, qualche foto di torso senza faccia, qualche messaggio banale tipo “Hey, come va?”. Poi, all’improvviso, vedo un profilo che mi colpisce. Foto di un tipo sui trent’anni, capelli corti scuri, un sorriso malizioso e un fisico che, diciamocelo, non passava inosservato. Ma non era solo quello. C’era scritto: “Vicino a te, 50 metri”. Cinquanta metri. Questo significava che era nell’edificio. Nel mio stesso edificio.
Il cuore ha iniziato a battermi più forte. Non so perché, ma l’idea che qualcuno così vicino fosse su Grindr mi ha eccitato subito. Ho cliccato sul profilo e gli ho mandato un messaggio, semplice, diretto: “Sei in ufficio?”. La risposta è arrivata dopo nemmeno un minuto: “Sì, e tu?”. Ho sorriso, sentendo una scarica di adrenalina. “Anch’io. Che dipartimento?”. “Logistica, quarto piano. Tu?”. “Marketing, quinto. Non ci credo che sei così vicino.”
Abbiamo continuato a chattare per un po’. Si chiamava Matteo, 32 anni, un tipo scherzoso ma diretto. Mi ha detto che era in pausa e che si annoiava a morte. Io gli ho risposto che ero nella stessa situazione. La conversazione è diventata sempre più audace. Lui ha iniziato a fare battute spinte, a dirmi che gli piaceva il mio profilo, che avevo un bel viso. Io, che non sono certo un timidone, gli ho tenuto testa, gli ho detto che le sue foto non erano niente male e che, se fosse stato un po’ più vicino, magari avremmo potuto fare due chiacchiere di persona. Lui ha riso – o almeno, ha messo un’emoji che rideva – e poi ha scritto: “Perché non scendi al quarto? Oppure ci vediamo nei bagni, se hai coraggio.”
I bagni. Il cuore mi è salito in gola. Non so se fosse per paura o per eccitazione, ma quelle parole mi hanno mandato in tilt. I bagni dell’ufficio sono un luogo neutrale, sì, ma anche un posto dove non puoi permetterti di fare cazzate. Se qualcuno ci avesse beccato, sarebbe stata la fine. Però, cazzo, l’idea mi attirava. Era una sfida, un gioco pericoloso, e io, in quel momento, non avevo nessuna voglia di tirarmi indietro. Gli ho risposto: “Bagni del quarto piano, fra dieci minuti. Ci stai?”. La sua risposta è stata un semplice “Ci sto.”
Ho chiuso l’app, ho bloccato il telefono e mi sono guardato intorno. I miei colleghi erano tutti immersi nei loro schermi o stavano chiacchierando sottovoce. Nessuno sembrava fare caso a me. Mi sono alzato, ho preso la giacca – più per avere qualcosa da tenere in mano che per altro – e ho detto a voce alta che andavo a prendere un caffè. Nessuno ha battuto ciglio. Sono andato verso l’ascensore, ma poi ho deciso di prendere le scale, per avere un momento per pensare. Mentre scendevo, il cuore mi batteva all’impazzata. Cosa stavo facendo? Ero impazzito? Eppure, non riuscivo a fermarmi. Ogni gradino mi avvicinava a qualcosa di proibito, e questo mi eccitava da morire.
Arrivato al quarto piano, sono andato dritto verso i bagni. Non c’era nessuno nel corridoio, solo il rumore lontano di qualche telefonata e il ronzio dell’aria condizionata. Ho aperto la porta del bagno con una certa cautela, come se mi aspettassi di trovare chissà chi dall’altra parte. Invece c’era solo lui, Matteo, appoggiato al lavandino con un sorrisetto stampato in faccia. Era ancora più bello dal vivo: alto, spalle larghe, una camicia bianca che gli tirava un po’ sui pettorali. Mi ha guardato e ha detto, con una voce profonda e un po’ roca: “Pensavo non venissi.”
Ho cercato di sembrare sicuro di me, anche se dentro tremavo. “E perdere un’occasione come questa? Non sono mica scemo.” Lui ha riso, si è staccato dal lavandino e si è avvicinato. Non c’era tempo per chiacchiere inutili, lo sapevamo entrambi. Eravamo lì per un motivo, e quel motivo non aveva niente a che fare con il lavoro. Mi ha preso per un braccio, con una presa decisa ma non violenta, e mi ha spinto verso una delle cabine. Ho chiuso la porta dietro di noi con il chiavistello, il rumore metallico che risuonava nel silenzio del bagno.
“Sei sicuro?” mi ha chiesto, guardandomi negli occhi. C’era una luce di sfida nei suoi, una luce che mi ha fatto venir voglia di dire di sì a tutto. “Sicurissimo,” ho risposto, e in quel momento non pensavo a nient’altro che a lui, al suo corpo vicino al mio, al calore che sentivo già attraverso i vestiti. Lui non ha perso tempo. Mi ha spinto contro la parete della cabina, le piastrelle fredde contro la schiena, e mi ha baciato con una forza che mi ha tolto il fiato. La sua bocca era calda, esigente, e io ho ricambiato con la stessa fame. Le sue mani erano ovunque, sui miei fianchi, sotto la camicia, a stringermi il culo con una presa che non lasciava spazio a dubbi.
“Ti voglio,” ha ringhiato contro il mio orecchio, e quelle parole mi hanno fatto andare fuori di testa. Gli ho slacciato la cintura con mani tremanti, sentendo già la sua erezione dura contro di me. Lui ha fatto lo stesso con i miei pantaloni, tirandoli giù insieme agli slip in un solo movimento. Ero esposto, vulnerabile, ma non mi importava. Volevo solo che continuasse, che non si fermasse. Mi ha girato di spalle, facendomi appoggiare le mani al muro. Ho sentito il suo respiro caldo sul collo, poi la sua voce, bassa e volgare: “Hai un culo da urlo, lo sai? Non vedo l’ora di sfondartelo.”
Quelle parole mi hanno fatto gemere, e non mi vergogno a dirlo. Ero già pronto, eccitato oltre ogni limite. Lui ha preso qualcosa dalla tasca – un preservativo, grazie al cielo aveva un po’ di testa – e ho sentito il rumore della bustina che si apriva. Non c’era lubrificante, ma non mi importava. Ero troppo preso, troppo desideroso di sentirlo dentro di me. “Fai piano,” gli ho detto, più per abitudine che per altro, perché in realtà volevo che facesse tutto il contrario.
E lui non si è fatto pregare. Ho sentito la pressione del suo cazzo contro di me, dura e insistente, e poi il dolore acuto mentre entrava. Ho stretto i denti, trattenendo un gemito, ma lui mi ha afferrato i fianchi e ha spinto di più, senza darmi il tempo di abituarmi. “Cazzo, sei stretto,” ha grugnito, e io ho chiuso gli occhi, lasciandomi andare a quella sensazione di essere riempito, posseduto. Il dolore si è trasformato presto in piacere, un piacere crudo, animalesco, che mi faceva tremare le gambe.
Ha iniziato a muoversi, prima piano, poi più forte, ogni spinta un’esplosione di sensazioni. Il rumore dei nostri corpi che si scontravano riecheggiava nella cabina, e io pregavo che nessuno entrasse in quel momento. Ma il rischio, cazzo, il rischio mi eccitava ancora di più. Gli ho detto di andare più forte, di non fermarsi, e lui mi ha accontentato, spingendo con una forza che mi faceva quasi perdere l’equilibrio. “Ti piace, eh?” mi ha detto, la voce carica di desiderio. “Dimmi quanto ti piace.” E io, senza vergogna, gli ho risposto: “Cazzo, sì, mi piace da morire. Non smettere.”
Non so quanto tempo siamo rimasti lì, persi in quel ritmo frenetico, ma a un certo punto ho sentito che non potevo più trattenermi. Gliel’ho detto, tra un gemito e l’altro, e lui ha riso, una risata bassa e provocante. “Vieni per me,” mi ha ordinato, e quelle parole sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sono esploso, senza nemmeno toccarmi, un orgasmo così intenso che mi ha lasciato senza fiato, le mani che scivolavano sul muro mentre cercavo di reggermi in piedi. Lui mi ha seguito poco dopo, con un grugnito profondo, stringendomi i fianchi così forte da lasciarmi i segni.
Siamo rimasti fermi per un attimo, ansimando, il cuore che batteva all’impazzata. Poi lui si è ritirato, con delicatezza stavolta, e io mi sono girato, ancora tremante. Ci siamo guardati negli occhi, e per un momento mi sono chiesto cosa diavolo avessimo appena fatto. Ma lui ha sorriso, un sorriso soddisfatto, e mi ha detto: “Sei stato fantastico.” Io ho ricambiato il sorriso, anche se dentro di me ero un casino di emozioni. “Anche tu,” ho risposto, cercando di sembrare tranquillo.
Ci siamo sistemati i vestiti in silenzio, attenti a non fare troppo rumore. Prima di uscire dalla cabina, lui mi ha dato un ultimo bacio, breve ma intenso. “Ci rivediamo su Grindr,” ha detto, con un occhiolino, e poi è uscito per primo, lasciandomi solo a cercare di riprendere fiato. Ho aspettato qualche minuto prima di uscire anch’io, controllando allo specchio che non ci fosse niente di strano nel mio aspetto. Ma dentro di me, lo sapevo, ero cambiato. Quello che era successo in quel bagno aveva lasciato un segno, un ricordo che non avrei dimenticato tanto facilmente.
Tornato al quinto piano, mi sono seduto alla mia scrivania come se niente fosse. I miei colleghi erano ancora lì, ignari di tutto, e io ho aperto quel file Excel con un sorriso che non riuscivo a togliermi dalla faccia. Ogni tanto, nei giorni successivi, ho ripensato a Matteo, al suo corpo, alla sua voce, a quello che avevamo fatto. E sì, l’ho cercato di nuovo su Grindr. Non so se ci rivedremo, non so se succederà ancora qualcosa. Ma una cosa è certa: quel martedì pomeriggio ha spezzato la monotonia della mia vita in un modo che non avrei mai immaginato.
Ecco, questa è la mia confessione. Non so se giudicarmi o no, ma una cosa ve la dico: non mi pento di niente.
