Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Trasformato dal Maestro K

Trasformato dal Maestro K

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Mi chiamo Tommaso, ho trent’anni e, diciamocelo, sono un disastro. Dopo che la mia ex mi ha mollato, sono sprofondato in un buco nero di depressione. Non riuscivo a dormire, a mangiare, a fare niente se non fissare il soffitto e chiedermi perché fossi così sbagliato. Così, una sera, mentre scrollavo senza meta su internet, sono finito in un gruppo online che prometteva di “ritrovare se stessi”. Sembrava una roba innocua, tipo meditazione o auto-aiuto. Il nome era vago, “Il Cerchio dell’Essenza”, e la descrizione parlava di “liberazione interiore”. Ho pensato: che ho da perdere? Ho cliccato “unisciti” e ho mandato un messaggio in chat.

Il primo contatto è stato con un tizio che si faceva chiamare Maestro K. Aveva una voce pazzesca, profonda e calma, che ti entrava nella testa anche solo attraverso un messaggio vocale. Cinquant’anni, diceva di essere un “guida spirituale”, ma non era il classico guru hippy. No, questo era uno che ti faceva sentire piccolo con due parole, ma allo stesso tempo ti faceva venir voglia di ascoltare di più. Mi ha detto che il gruppo organizzava incontri segreti in una villa fuori città, e che se volevo “rinascere” dovevo partecipare. Ero scettico, ma quella voce… non so, mi ha preso. Ho detto di sì.

Le prime chat erano strane, ma non troppo. Ci davano esercizi da fare da soli, tipo guardarsi allo specchio e ripetere frasi tipo “non sono nulla senza guida”. Mi sentivo un idiota, ma lo facevo. Poi sono arrivati gli incontri. La villa era un posto enorme, vecchio, con stanze buie e un odore di incenso che ti stordiva. Eravamo una ventina, tutti con lo sguardo perso, come me. Maestro K era lì, alto, magro, con i capelli grigi e gli occhi che ti scavavano dentro. Ci metteva in cerchio e ci guidava in sessioni di ipnosi collettiva. La sua voce ci ipnotizzava, ci diceva di abbandonarci, di odiare quello che eravamo. Io, che già mi sentivo una merda, ho iniziato a crederci sul serio. Ogni parola mi pesava sul petto, ma allo stesso tempo mi eccitava. Non capivo perché, ma sentivo il cuore battere più forte quando mi insultava davanti a tutti, chiamandomi “inutile” o “debole”.

Durante uno di questi incontri, le cose hanno iniziato a cambiare. Maestro K ci ha detto che per “liberarci” dovevamo accettare l’umiliazione fisica, non solo mentale. Mi sono sentito gelare, ma allo stesso tempo c’era una parte di me che voleva vedere fin dove potevo spingermi. Ero stanco di essere me stesso, di portare il peso di tutto. Così, quando mi ha chiesto di spogliarmi davanti al gruppo per un “esercizio di vulnerabilità”, l’ho fatto. Tremavo, ma l’ho fatto. Gli altri mi guardavano, qualcuno rideva, qualcuno sussurrava. Maestro K mi ha detto: “Guardati, Tommaso, non sei niente. Un corpo senza scopo.” E io, invece di arrabbiarmi, ho sentito un calore strano nello stomaco. Era sbagliato, ma mi piaceva.

Le mani degli altri hanno iniziato a sfiorarmi. Non era sesso, non ancora, ma un tocco che mi faceva sentire esposto, indifeso. Mi sussurravano ordini, frasi che mi entravano nel cervello: “Sei nostro, non vali niente da solo.” Io chiudevo gli occhi, lasciandomi andare. La voce di Maestro K era sempre lì, come un’ancora. “Senti come ti ecciti a essere umiliato, Tommaso. È questo che sei.” E aveva ragione. Non riuscivo a negarlo. Ogni tocco, ogni insulto, mi faceva sentire vivo in un modo che non capivo ma che non volevo smettere di provare. Però c’era una voce nella testa che gridava: “Che cazzo stai facendo?” Non la ascoltavo. Ero troppo stanco per lottare.

Dopo qualche incontro, siamo arrivati ai preliminari veri. Durante una sessione, mi hanno legato le mani dietro la schiena con una corda ruvida che mi graffiava i polsi. Ero nudo, in ginocchio, al centro del cerchio. Gli altri mi guardavano, alcuni con disgusto, altri con una luce strana negli occhi. Maestro K si è avvicinato, mi ha preso il mento con una mano e mi ha costretto a guardarlo. “Vuoi essere svuotato, vero?” ha chiesto, con quella voce che sembrava entrarmi direttamente nella spina dorsale. Ho annuito, senza nemmeno pensare. Non so perché, ma lo volevo. Volevo essere nulla, volevo che qualcuno mi dicesse cosa fare.

Hanno iniziato a toccarmi, tutti insieme. Mani sconosciute mi sfioravano il petto, le cosce, il culo. Qualcuno mi ha afferrato i capelli e mi ha tirato indietro la testa, mentre un altro mi pizzicava i capezzoli fino a farmi male. Faceva male, ma era un male che mi accendeva. Sentivo il sangue pulsare, il respiro corto. Maestro K mi parlava, sempre con quella calma ipnotica: “Senti come ti piace essere usato. Non sei un uomo, sei solo un oggetto.” E io, invece di ribellarmi, gemevo. Mi sentivo umiliato, ma era come se ogni insulto mi togliesse un peso. Qualcuno mi ha dato uno schiaffo leggero sulla faccia, e ho sentito il cazzo indurirsi. Non capivo più niente, solo che volevo di più.

Poi è arrivato il momento del “rituale”. Maestro K ha detto che era il passo finale per “abbandonarmi del tutto”. Mi hanno slegato le mani solo per farmi mettere a quattro zampe, con il culo in aria e la faccia schiacciata contro un tappeto polveroso che odorava di muffa. Ero esposto, vulnerabile, e il cuore mi batteva così forte che pensavo mi scoppiasse. Gli altri si sono messi in cerchio intorno a me, continuando a sussurrare comandi. “Sei nostro, sei niente, obbedisci.” Io ripetevo le loro parole come un automa, con la voce spezzata: “Sono vuoto senza un padrone.” Non so se ci credevo davvero, ma dirlo mi faceva sentire… giusto, in qualche modo contorto.

Maestro K si è messo dietro di me. L’ho sentito spogliarsi, il rumore della cintura che cadeva a terra. Ha messo una mano sulla mia schiena, fredda e ferma, e ha spinto per farmi abbassare ancora di più. “Rilassati, Tommaso,” ha detto, con quella voce che non ammetteva repliche. Ho sentito qualcosa di freddo e scivoloso sul culo, un lubrificante, immagino. Poi la pressione. Ho stretto i denti, il bruciore era forte, ma lui non si è fermato. “Respira,” ha ordinato, e io ho obbedito. Quando è entrato, ho emesso un gemito che era metà dolore e metà qualcos’altro. Non so come descriverlo, ma mentre mi penetrava, lento ma deciso, sentivo il cervello spegnersi. Ogni spinta era un comando, ogni parola un ordine. “Dillo ancora,” ha ringhiato, e io ho obbedito: “Sono vuoto senza un padrone.”

Gli altri guardavano, qualcuno sussurrava, qualcuno rideva. Io sentivo tutto, i suoni, gli odori, il sudore che mi colava lungo la schiena. Il ritmo di Maestro K era costante, profondo, e il dolore si è trasformato in un calore strano, intenso. Il mio cazzo sfregava contro il tappeto a ogni spinta, e anche se non volevo, sentivo che stavo per venire. “Cazzo, non fermarti,” ho biascicato, senza nemmeno rendermene conto. Lui ha riso, una risata bassa, e ha accelerato. “Sei proprio una puttana, eh?” ha detto, e quelle parole mi hanno mandato oltre il limite. Sono venuto con un gemito strozzato, tremando, mentre lui continuava a spingere senza pietà. L’odore di sesso e sudore mi riempiva le narici, il suono dei nostri corpi che sbattevano era l’unica cosa che sentivo. Quando ha finito, ho sentito il calore dentro di me, e sono crollato sul tappeto, svuotato, in tutti i sensi.

Non c’è stato un “dopo” vero e proprio. Mi hanno lasciato lì per un po’, poi qualcuno mi ha portato una coperta e un bicchiere d’acqua. Maestro K mi ha guardato negli occhi e ha detto: “Ora sei nostro. Non hai più niente da perdere.” E io ho annuito. Non avevo più niente da perdere, davvero. Nei giorni successivi, ho mollato il lavoro, ho tagliato i ponti con i pochi amici che mi erano rimasti. Mi sono trasferito nella villa, come uno dei tanti schiavi mentali del gruppo. Vivo per obbedire, per servire, e ogni volta che vengo usato, ringrazio. Non so se sia giusto o sbagliato, ma non mi importa. Questo è quello che sono adesso.

Lascia un commento