Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Continua a leccare

Continua a leccare

27 Marzo 2026·9 min di lettura

Era una di quelle sere d’autunno in cui l’aria si faceva pesante, densa di umidità e di silenzio, nella vecchia biblioteca universitaria. L’edificio, con i suoi scaffali scuri e le lampade al neon che ronzavano debolmente, restava aperto fino a mezzanotte per gli studenti più accaniti. Al terzo piano, nella sala di lettura principale, un lungo tavolo di legno dominava lo spazio, circondato da sedie dure e scricchiolanti. Lì, tra pile di libri e fogli sparsi, Matteo, uno studente di dottorato sulla trentina, sedeva con aria spavalda, le gambe accavallate sotto il tavolo. Di fronte a lui, o meglio, nascosto sotto quel tavolo, c’era Luca, il suo tesista, un ragazzo di vent’anni, timido e sempre pronto a compiacere.

Matteo era un tipo che sapeva come ottenere ciò che voleva. Alto, con spalle larghe e un sorriso tagliente, aveva un’aura di autorità che schiacciava chiunque gli stesse intorno. Luca, invece, era il classico bravo ragazzo, capelli castani spettinati, occhiali sottili e una perenne aria di insicurezza. Da mesi era il “protetto” di Matteo, che lo usava per sbrigare ricerche, fare fotocopie e persino portargli il caffè. Ma quella sera, Matteo aveva deciso di spingersi oltre. Molto oltre.

Avevano lavorato per ore a un capitolo della tesi, o meglio, Luca aveva lavorato mentre Matteo sfogliava riviste o controllava il telefono. Intorno alle dieci, quando la sala si era svuotata quasi del tutto, lasciando solo un paio di studenti chini sui libri all’altro capo del tavolo, Matteo aveva abbassato lo sguardo verso Luca, seduto accanto a lui.

“Ehi, ragazzo,” aveva detto con un tono che non ammetteva repliche, “ho i piedi che mi fanno un male cane. Ho camminato tutto il giorno tra lezioni e riunioni. Voglio rilassarmi.”

Luca aveva alzato gli occhi, confuso. “Vuoi che vada a prenderti qualcosa? Un caffè, magari?”

Matteo aveva riso, un suono basso e beffardo. “No, no. Ho un’idea migliore. Scivola sotto il tavolo. Dai, non fare lo scemo, muoviti.”

Luca aveva sbattuto le palpebre, il viso arrossato. “Sotto il tavolo? Ma… perché?”

“Perché te lo dico io. Forza, non abbiamo tutta la notte. Nessuno ti vedrà, tranquillo.” Il tono di Matteo era fermo, ma con una punta di divertimento crudele. “E porta il tuo quaderno, così sembri uno che ha perso qualcosa se qualcuno guarda.”

Con il cuore che gli batteva forte, Luca si era chinato, fingendo di raccogliere una penna caduta, e si era infilato sotto il tavolo. Il legno sopra di lui era freddo, e lo spazio ristretto lo costringeva a stare accovacciato. Sentiva l’odore di polvere e di vecchio pavimento, ma poi un altro odore, più forte e acre, gli colpì le narici. Matteo aveva tolto le scarpe, e i suoi piedi scalzi, sudati dopo un’intera giornata, erano proprio davanti al viso di Luca. La pelle era lucida di sudore, le dita leggermente arrossate, e l’odore era pungente, un misto di caldo e salato che quasi lo fece ritrarre.

“Dai, non fare il prezioso,” sussurrò Matteo dall’alto, la voce bassa ma chiara. “Lo sai cosa voglio. Lecca. E fai piano, non voglio che quei due laggiù si accorgano di niente.”

Luca esitò, il volto in fiamme per l’umiliazione. Sentiva il rumore delle pagine sfogliate a pochi metri di distanza, il respiro regolare degli altri studenti ignari. “Matteo, ti prego… non qui. Se ci vedono…”

“Se ci vedono, dirò che sei tu quello strano che si nasconde sotto i tavoli. Forza, non farmi ripetere. Lecca, o giuro che domani ti faccio riscrivere tutto il capitolo da zero.”

Con le mani tremanti, Luca si avvicinò. La sua lingua toccò appena la pianta del piede di Matteo, e il sapore salato, leggermente amaro, gli riempì la bocca. Sentì la pelle ruvida sotto la lingua, il calore del sudore che gli bagnava le labbra. Matteo emise un sospiro soddisfatto sopra di lui, spostando leggermente il piede per premerlo meglio contro il viso di Luca.

“Bravo, così. Più forte, non fare il timido. Sento a malapena qualcosa,” mormorò Matteo, la voce carica di un piacere sadico. “E non fermarti, chiaro? Anche se qualcuno si avvicina.”

Luca obbedì, il cuore che gli martellava nel petto. La sua lingua scivolava lungo la pianta del piede, tra le dita, raccogliendo il sudore caldo e appiccicoso. L’odore gli riempiva i polmoni, un misto soffocante di pelle e fatica. Ogni tanto Matteo muoveva le dita, stringendole intorno al naso di Luca, quasi a soffocarlo con quel contatto umido e insistente. Il suono della sua lingua, un leggero rumore bagnato, era appena percettibile, ma a Luca sembrava assordante, come se tutti nella sala potessero sentirlo.

All’improvviso, uno degli studenti dall’altra parte del tavolo si alzò, facendo scricchiolare la sedia. Luca si bloccò, il respiro corto, ma Matteo gli premette il piede con più forza contro la bocca.

“Non osare fermarti,” sibilò a bassa voce, chinandosi appena come per prendere un libro. “Lecca. Più veloce. Fammi vedere quanto sei bravo a ubbidire mentre quel tizio passa di qua.”

Luca riprese, la lingua che si muoveva frenetica sulla pelle sudata. Il sapore era sempre più intenso, un misto di sale e calore che gli bruciava in gola. Sentiva i passi dello studente avvicinarsi, il rumore dei tacchi sul pavimento che si faceva sempre più forte. Matteo, sopra di lui, non cambiò posizione, ma il suo respiro si fece più pesante, quasi eccitato dall’idea del rischio.

“Bravissimo, ragazzo,” sussurrò, mentre lo studente passava a un metro dal tavolo. “Senti come puzza il mio piede dopo tutto il giorno? Ti piace, vero? Non fermarti, continua a succhiare tra le dita. Voglio sentirti bene.”

Luca, con il viso schiacciato contro il piede, si sentiva soffocare dall’odore e dall’umiliazione. La sua lingua si insinuava tra le dita di Matteo, raccogliendo ogni goccia di sudore, mentre il calore della pelle gli scaldava le guance. Il suono dei passi si allontanò, ma Matteo non allentò la presa. Anzi, spostò l’altro piede, posizionandolo sotto il mento di Luca per costringerlo a sollevare il viso e leccare con più decisione.

“Guarda come ti tengo in pugno,” disse Matteo, la voce un sussurro roco. “Sotto il tavolo come un cagnolino. Lecca più forte, dai, voglio sentire la tua lingua su ogni centimetro. E non osare fare rumore.”

Luca obbedì, la bocca piena del sapore salato e acre. Sentiva il sudore colargli lungo il mento, mentre la lingua scivolava sulla pelle ruvida del tallone, poi tornava verso le dita, succhiando piano per non fare rumore. Ogni tanto Matteo contraeva i muscoli del piede, premendo con forza contro il viso di Luca, quasi a soffocarlo. L’odore era sempre più forte, un misto di calore e pelle che gli faceva girare la testa.

Dopo qualche minuto, l’altro studente tornò a sedersi, ma Matteo non sembrò curarsene. Anzi, inclinò la sedia all’indietro, spingendo i piedi ancora più a fondo contro il viso di Luca. “Sai,” sussurrò, “potrei farti fare questo per ore. Hai una lingua che funziona bene, lo ammetto. Continua, non smettere. Voglio che ogni dito sia pulito, capito? Succhia più forte.”

Luca, con il respiro affannoso, fece come gli era stato ordinato. La sua lingua si muoveva senza sosta, esplorando ogni piega della pelle, mentre il sudore gli bagnava le labbra e il viso. Sentiva il calore dei piedi di Matteo, il contatto ruvido e umido che lo opprimeva. Ogni tanto, quando pensava di non farcela più, Matteo gli sussurrava un nuovo ordine, una nuova umiliazione.

“Brutto porco, guarda come lecchi bene,” disse a un certo punto, la voce carica di disprezzo e piacere. “Ti piace il sapore, eh? Forza, spingi la lingua tra le dita, più in fondo. Voglio sentirti fino in fondo.”

Luca, ormai sopraffatto, continuò. La sua lingua si insinuava tra le dita di Matteo, succhiando e leccando con una frenesia dettata dalla paura e dall’obbedienza. Il sapore salato gli riempiva la bocca, mentre l’odore gli bruciava le narici. Sentiva il legno del tavolo sopra di lui, il peso del mondo che sembrava schiacciarlo, e i piedi di Matteo che non gli davano tregua.

Dopo un tempo che sembrava infinito, Matteo spostò leggermente i piedi, permettendo a Luca di respirare meglio. Ma non era finita. “Ora l’altro,” ordinò, posizionando il secondo piede davanti al viso di Luca. “Questo è ancora più sudato. Fammi vedere come te la cavi. E non fare rumore, non voglio che quei due laggiù si girino.”

Luca, con il viso arrossato e le labbra umide, riprese il suo compito. La lingua scivolava sulla nuova superficie, altrettanto calda e appiccicosa. Il sudore era abbondante, colava lungo la pianta del piede, e il sapore era ancora più intenso, quasi acre. Sentiva il respiro di Matteo sopra di lui, sempre più pesante, come se ogni movimento della sua lingua gli desse un piacere perverso.

“Così, bravo,” mormorò Matteo, muovendo le dita per premere meglio contro la bocca di Luca. “Succhiale bene, una per una. Non tralasciarne nemmeno una. E guardami negli occhi mentre lo fai, voglio vedere la tua faccia da sotto.”

Luca alzò lo sguardo, incontrando gli occhi di Matteo che lo fissavano dall’alto, attraverso una fessura tra il bordo del tavolo e il suo corpo. Lo sguardo di Matteo era duro, dominante, con un lampo di divertimento crudele. Luca si sentiva minuscolo, schiacciato da quella situazione, ma continuò a leccare, la lingua che si muoveva senza sosta tra le dita, succhiando il sudore caldo e appiccicoso.

Il tempo sembrava non passare mai. Ogni tanto uno degli studenti si muoveva, e Matteo aumentava la pressione dei piedi sul viso di Luca, sussurrandogli di continuare. “Non fermarti, cagnolino. Lecca più forte. Fammi vedere quanto sei bravo a stare al tuo posto,” diceva, la voce un sussurro tagliente che lo trafiggeva.

Alla fine, dopo quella che sembrò un’eternità, Matteo ritirò i piedi, lasciandoli appoggiati sulle cosce di Luca. “Basta così,” disse, la voce calma ma sempre autoritaria. “Ora esci da lì, ma fai piano. Non voglio che nessuno si accorga di niente. E pulisciti la faccia, sei un disastro.”

Luca emerse da sotto il tavolo, il viso rosso e lucido di sudore, il sapore dei piedi di Matteo ancora sulla lingua. Si passò una mano sulla bocca, cercando di riprendere fiato, mentre Matteo lo guardava con un sorriso soddisfatto.

“Bravo, ragazzo. Hai fatto un buon lavoro. Ora rimettiti a studiare, che abbiamo ancora un capitolo da finire,” disse, come se nulla fosse accaduto.

Luca annuì, incapace di parlare, il cuore che gli batteva ancora forte. Si sedette accanto a Matteo, aprendo il quaderno con mani tremanti, mentre l’odore e il sapore dei piedi di Matteo gli restavano impressi nella mente e sul corpo, come un marchio indelebile. La biblioteca era tornata silenziosa, ma dentro di lui tutto ronzava ancora di umiliazione e sottomissione.

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