Racconti Piccanti
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Prova d’abito con finale in bocca

Prova d’abito con finale in bocca

10 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Leonardo, ho 26 anni e, diciamocelo, non sono proprio il tipo che spicca in mezzo alla folla. Quando mi hanno invitato al matrimonio di un amico, ho pensato che fosse l’occasione per fare bella figura, ma guardandomi allo specchio con la camicia sgualcita e i pantaloni troppo larghi, ho capito che serviva un miracolo. Così, ho preso appuntamento in un atelier maschile del centro, un posto che sembrava troppo chic per uno come me. Ero già nervoso prima ancora di entrare.

Dentro, l’aria sapeva di stoffa costosa e di profumo maschile. Mi ha accolto Pietro, 35 anni, il commesso. Un uomo che sembrava uscito da una pubblicità: alto, spalle larghe, capelli scuri pettinati all’indietro, camicia impeccabile. Mi ha squadrato con un sorrisetto che mi ha fatto sentire subito una merda. “Allora, vediamo cosa possiamo fare,” ha detto, con un tono che sembrava più una sfida che un benvenuto. Io, con le mani in tasca e le spalle curve, ho borbottato qualcosa sul fatto che volevo un abito per un matrimonio. Lui ha annuito, ma già capivo che mi stava analizzando, pezzo per pezzo.

Mi ha portato davanti a uno specchio enorme e ha iniziato a prendermi le misure. “Spalle indietro, su. Non stai portando il mondo sulle spalle,” ha detto, sistemandomi la postura con mani ferme. Mi sono sentito un idiota, ma c’era qualcosa nel suo modo di toccarmi – deciso, senza esitazione – che mi ha fatto battere il cuore più forte. Ogni volta che mi sfiorava, con quella scusa di aggiustarmi la giacca o tirarmi su il colletto, sentivo un calore strano nello stomaco. “Guardati dritto, non abbassare gli occhi. Sei un uomo, no?” ha aggiunto, con quel sorrisetto sarcastico. Mi sono guardato allo specchio e mi sono visto per quello che ero: un ragazzo insicuro, con un corpo che non ho mai saputo come gestire. E lui lo sapeva. Lo vedevo nei suoi occhi che si divertiva a smontarmi.

Dopo un po’, mi ha detto di seguirlo nel retrobottega per provare un abito che aveva scelto. Lì c’era un altro specchio, ancora più grande, e la luce era più intima, quasi soffusa. Mi sono tolto la camicia, restando in canottiera, e mi sentivo nudo, non per la poca roba addosso, ma per come mi guardava. “Non sei abituato a farti vedere, eh?” ha detto, appoggiandosi al muro con una spalla. Io ho provato a ridere, ma è uscito un suono strozzato. Più parlava, più mi sentivo esposto, come se vedesse ogni mia insicurezza. E, cazzo, una parte di me voleva che continuasse.

Si è avvicinato per sistemarmi i pantaloni della prova, accovacciandosi davanti a me. Le sue mani erano vicine, troppo vicine. Ha tirato un po’ la stoffa all’altezza dell’inguine, e io ho sentito un brivido. “Stai fermo,” ha detto, ma la sua voce era diversa, più bassa. Ho abbassato lo sguardo e ho visto i suoi occhi che mi fissavano, non i pantaloni. Mi sono irrigidito, ma non mi sono mosso. Non so perché. Forse perché una parte di me, quella che non volevo ascoltare, stava già immaginando cosa sarebbe successo.

Poi è successo. Pietro ha alzato una mano, lenta, e ha sfiorato la zip dei pantaloni. “Rilassati,” ha sussurrato, e prima che potessi dire qualcosa, ha abbassato la cerniera. Il cuore mi batteva così forte che pensavo lo sentisse. Ha tirato giù i pantaloni quel tanto che bastava, e poi la sua bocca era lì, vicina. Ho sentito il suo respiro caldo attraverso i boxer, e ho chiuso gli occhi, combattuto. Non sono gay, cazzo, non lo sono. Ma quando ha abbassato anche i boxer e la sua lingua ha toccato la punta, non sono riuscito a dire di no. Mi ha preso in bocca, lento, caldo, e io ho lasciato andare un gemito che non volevo far uscire. Le sue labbra erano strette, la sua lingua si muoveva in cerchi, e io mi sono aggrappato al bordo dello specchio per non cadere.

“Ti piace, vero?” ha detto, staccandosi un attimo, con quella voce che mi faceva venire i brividi. Non ho risposto, non potevo. Mi ha ripreso in bocca, più deciso, succhiando forte, e io sentivo ogni movimento, ogni pressione. La sua testa andava avanti e indietro, e il suono – quel risucchio umido – mi mandava fuori di testa. L’odore del suo profumo mischiato al mio sudore mi riempiva le narici. Lo guardavo dall’alto, i suoi capelli scuri che si muovevano, le sue mani che mi tenevano fermo per i fianchi. Non riuscivo a pensare, solo a sentire. Ogni tanto alzava gli occhi, e quel contatto visivo mi faceva tremare. “Cazzo, Pietro,” ho mormorato, e lui ha sorriso con me ancora in bocca, una cosa che mi ha fatto quasi cedere le gambe.

Mi sono lasciato andare, spingendo un po’ i fianchi, e lui ha seguito il ritmo, prendendomi più a fondo. Sentivo la sua gola stringersi attorno a me, e il calore era insostenibile. “Sto per…” ho provato ad avvisarlo, ma lui non si è fermato. Ha continuato, più veloce, e io ho perso il controllo. Sono venuto nella sua bocca, un’ondata che mi ha lasciato senza fiato, con le mani che stringevano lo specchio così forte che pensavo si rompesse. Lui ha ingoiato, senza battere ciglio, e si è tirato indietro, pulendosi l’angolo della bocca con il pollice. “Non male per uno che non sa stare dritto,” ha detto, con quel ghigno che mi faceva incazzare e arrapare allo stesso tempo.

Mi sono tirato su i pantaloni in fretta, con le mani che tremavano. Non sapevo cosa dire. Ero confuso, ma non mi sentivo in colpa. Solo… svuotato, in tutti i sensi. Pietro si è alzato, si è sistemato la camicia come se niente fosse, e mi ha guardato nello specchio. “L’abito ti sta bene, ora. Devi solo crederci.” Ha fatto un cenno verso la porta, come a dire che potevamo tornare di là. Io ho annuito, ancora con il fiatone, ma dentro di me sapevo che non avrei dimenticato quella prova d’abito. E, cazzo, una parte di me sperava che non fosse l’ultima volta che lo vedevo.

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