Tremante contro il muro
Sono Isabella, ho vent’anni e una vita che, a guardarla da fuori, sembra perfetta. Studio all’università, ho un fidanzato che mi adora, Marco, uno di quelli che ti scrive “buongiorno amore” ogni mattina senza mai saltare un giorno. Eppure, dentro di me, c’è qualcosa che non va. Un peso, un senso di colpa che non riesco a scrollarmi di dosso, come se sapessi che prima o poi farò qualcosa di stupido, qualcosa che lo ferirà. Ma stasera, a questa festa in casa di amici, non ci penso. La musica pompa nelle casse, l’aria sa di birra e fumo, e io mi sento viva, leggera, come se fossi intoccabile.
La casa di Giulia è un caos organizzato: gente che ride, bicchieri di plastica ovunque, un divano pieno di persone che urlano per farsi sentire sopra una playlist di reggaeton. Ho bevuto un paio di drink, non troppi, ma abbastanza da avere quella sensazione di calore che mi scioglie le inibizioni. Marco non c’è, è rimasto a casa perché domani ha un esame importante. “Vai tu, divertiti,” mi ha detto con quel sorriso tranquillo che mi fa sentire ancora più in colpa per i pensieri che mi passano per la testa.
Sto ballando in mezzo al salotto, quando lo vedo. È appoggiato al muro, con una birra in mano, e mi guarda. Non so chi sia, non l’ho mai visto prima, ma c’è qualcosa in lui che mi colpisce subito. Alto, magro ma con spalle larghe, capelli scuri un po’ spettinati, una camicia nera con i primi due bottoni aperti. Ha un’aria da stronzo sicuro di sé, ma non nel modo arrogante; è più come se sapesse di poterti fregare con un solo sguardo. E infatti ci riesce. I nostri occhi si incrociano, e io sento un brivido lungo la schiena. Smetto di ballare, prendo un sorso dal mio bicchiere e faccio finta di niente, ma lo tengo d’occhio. Lui sorride appena, un angolo della bocca che si alza, e poi si stacca dal muro e viene verso di me.
“Non ti conosco,” dice, la voce bassa ma chiara nonostante la musica. “Come ti chiami?”
“Isabella,” rispondo, e mi maledico perché la mia voce trema un po’. “E tu?”
“Luca,” dice, e mi tende la mano. La stringo, e la sua presa è ferma, calda. “Non sei di qui, vero?”
“No, studio a un’ora da qua. E tu come sei finito a questa festa?”
“Amico di un amico. Sai com’è, giri di conoscenze.” Mi guarda negli occhi, e io sento il cuore che batte più forte. “Ti va di parlare un po’ da un’altra parte? Qui non si sente un cazzo.”
Dovrei dire di no. Lo so. Marco mi aspetta a casa, probabilmente mi sta scrivendo in questo momento per sapere se mi sto divertendo. Ma c’è qualcosa in Luca, nel modo in cui mi guarda, che mi fa venire voglia di seguirlo. È come se stessi giocando con il fuoco, e una parte di me vuole bruciarsi. “Va bene,” dico, e lo seguo mentre si fa strada tra la gente, verso un corridoio più tranquillo, lontano dal casino del salotto. Non è proprio privato, ci sono ancora voci e risate che arrivano da vicino, e ogni tanto qualcuno passa per andare in bagno. Ma è più intimo, più pericoloso. Mi appoggio al muro, e lui si mette di fronte a me, vicino, troppo vicino.
“Sei carina quando sei imbarazzata,” dice, con quel sorrisetto che mi fa venir voglia di dargli uno schiaffo e baciarlo allo stesso tempo.
“Non sono imbarazzata,” mento, e incrocio le braccia. Ma il cuore mi martella nel petto, e so che lui lo vede.
“Sì che lo sei. E ti sta bene.” Si avvicina ancora, e io sento il suo profumo, un mix di colonia e birra. La sua mano sfiora il mio braccio, un tocco leggero ma deciso, e io non mi sposto. Non voglio spostarmi. “Non mordo, sai. A meno che non me lo chiedi.”
Rido, ma è una risata nervosa. “Sei sempre così diretto?”
“Solo quando vedo qualcosa che voglio,” risponde, e il suo sguardo scende sulla mia bocca. Merda, Isabella, fermati. Pensa a Marco. Pensa a quello che stai per fare. Ma non ci riesco. La sua mano ora è sul mio fianco, le dita che premono appena attraverso il tessuto del mio vestito. Mi sposta piano, facendomi girare un po’ di più contro il muro, come per nasconderci meglio agli occhi di chi potrebbe passare. Sento il suo respiro vicino al mio orecchio, e un calore mi si accende tra le gambe. Sto tremando, e non solo per l’eccitazione. Se qualcuno ci vedesse? Se un amico entrasse nel corridoio e mi trovasse così, con uno sconosciuto?
“Rilassati,” sussurra, e la sua mano scivola più in basso, sfiorandomi il fianco. “Nessuno ci vede.” Ma io non sono sicura. Sento passi vicini, risate, e ogni rumore mi fa sobbalzare. Eppure, non mi fermo. Mi chino verso di lui, e le nostre labbra si sfiorano, un bacio rapido, quasi timido, che però accende tutto. La sua lingua cerca la mia, e io lo lascio fare, assaporando il gusto di birra e qualcosa di più forte, più intenso. Le sue mani ora sono entrambe sui miei fianchi, mi stringono, e io appoggio le mie sul suo petto, sentendo i muscoli sotto la camicia.
Ci stacchiamo un attimo, ansimando, e io guardo verso il corridoio, terrorizzata che qualcuno ci abbia visto. Ma non c’è nessuno. Solo il rumore della festa che continua. “Non dovremmo,” dico, ma la mia voce è debole, e lo sappiamo entrambi che non ci credo davvero.
“Se non vuoi, dimmelo ora,” risponde lui, serio per la prima volta. Ma io non dico niente. Invece, faccio un passo avanti, lo spingo contro il muro opposto, e lo bacio di nuovo, più forte, più disperato. Sento la sua erezione contro di me, attraverso i jeans, e un’ondata di desiderio mi travolge. Voglio di più. Voglio tutto.
Mi inginocchio, lì, nel corridoio, con il cuore che mi batte così forte che sembra voler uscire dal petto. Le mie mani tremano mentre gli slaccio la cintura, il rumore del metallo che si apre è assordante nel silenzio relativo di questo angolo. Tiro giù la zip, e lui mi guarda, gli occhi pieni di desiderio, ma non dice niente. Non serve. Gli abbasso i jeans quel tanto che basta, insieme ai boxer, e il suo cazzo salta fuori, già duro, la pelle liscia e tesa. È grosso, ma non enorme, e io lo prendo in mano, sentendo il calore e il peso. Alzo gli occhi su di lui, e vedo che si morde il labbro, trattenendo un gemito.
Non possiamo fare rumore. Lo so. Mi avvicino, la mia bocca a pochi centimetri, e lo prendo dentro, piano, sentendo il sapore salato sulla lingua. La sua mano si posa leggera sulla mia testa, non per spingere, solo per guidare, e io inizio a muovermi, succhiando piano, con ritmo. Uso le mani per aiutarmi, una alla base, l’altra che scivola lungo l’asta, bagnata dalla mia saliva. Mi concentro per non fare rumore, per non emettere neanche un suono, ma è difficile, perché il desiderio mi brucia dentro. Ogni tanto sento passi o voci vicine, e il mio corpo si tende, tremante contro il muro, ma non mi fermo. Non posso.
Luca respira più forte ora, ma anche lui si trattiene, i denti stretti. “Cazzo, sei brava,” sussurra, così piano che quasi non lo sento. Io non rispondo, continuo, aumentando il ritmo, sentendo i muscoli delle sue cosce contrarsi sotto le mie mani. La sua mano sulla mia testa si stringe un po’, e io capisco che è vicino. Lo prendo più a fondo, fino a sentirlo in gola, e lo lavoro con la lingua, girandola intorno alla punta ogni volta che mi ritiro. Il suo respiro diventa un rantolo soffocato, e poi lo sento venire, caldo e abbondante, nella mia bocca. Non mi sposto, ingoio tutto, il cuore che batte all’impazzata, mentre lui si appoggia al muro, le gambe che tremano appena.
Mi rialzo lentamente, asciugandomi la bocca con il dorso della mano, e lo guardo. Ha gli occhi socchiusi, un sorriso soddisfatto sulle labbra. “Sei una sorpresa, Isabella,” dice, con la voce ancora roca.
“Anche tu,” rispondo, e rido piano, anche se dentro di me c’è un misto di eccitazione e paura. Sento ancora le risate della festa, i passi nel corridoio, e so che quello che ho fatto è un casino enorme. Ma in questo momento, non mi importa. Mi sento viva, piena di adrenalina, e non voglio pensare a nient’altro.
