Racconti Piccanti
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Nella cella numero 14

Nella cella numero 14

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Davide aveva 29 anni, un sorriso storto che sembrava sempre sul punto di diventare un ghigno e un lavoro che gli calzava a pennello: faceva il secondino in un carcere di provincia, un posto dove l’odore di chiuso e sudore era più forte di qualsiasi regola. Non era solo il controllo a eccitarlo, ma il potere di piegare qualcuno, di vedere un uomo cedere fino a implorare. E non una supplica qualsiasi: doveva essere vera, spezzata, disperata. Solo allora sentiva il sangue pompare davvero. Gli piacevano i lividi, quelli che duravano settimane, che lasciavano un segno da guardare e ricordare. Era sadico, sì, ma non stupido. Sapeva come muoversi senza farsi beccare, come scegliere la preda giusta.

Quando Nico entrò in cella, Davide lo notò subito. Vent’anni, magro come un chiodo, con tatuaggi fatti male che sembravano scarabocchiati da un ubriaco: un teschio storto sul braccio, una scritta sbiadita sul collo che forse diceva “libertà” o forse no. Aveva uno sguardo da cane bastonato, di quelli che ti fanno venir voglia di dargli un calcio o di proteggerlo, a seconda del giorno. Arrestato per furto, un ladruncolo da quattro soldi che probabilmente aveva rubato per comprarsi una dose o un paio di scarpe nuove. Davide lo osservò per giorni, studiando i suoi movimenti, il modo in cui abbassava gli occhi quando passava davanti alle guardie, come si chiudeva in sé stesso durante l’ora d’aria. Era perfetto.

La tensione crebbe lentamente, quasi senza che Nico se ne accorgesse. Davide iniziava con piccole cose: una battuta tagliente mentre gli passava il vassoio del cibo, uno sguardo che durava un secondo di troppo, una mano che si posava sulla spalla per “spostarlo” durante un controllo. “Attento a dove metti i piedi, ragazzino,” gli diceva con quel sorriso storto, e Nico borbottava un “sì, signore” senza guardarlo negli occhi. Ma Davide vedeva il tremolio nelle sue mani, il modo in cui si irrigidiva. Sapeva che Nico sentiva qualcosa, un misto di paura e curiosità, anche se non l’avrebbe mai ammesso. Dentro di sé, Davide combatteva con l’impazienza: voleva prenderlo subito, ma sapeva che il gioco funzionava meglio se lo faceva aspettare, se gli lasciava il tempo di chiedersi cosa volesse davvero da lui. Nico, dal canto suo, era confuso. Odiava Davide, odiava il modo in cui lo guardava come se fosse un pezzo di carne, ma c’era una parte di lui, piccola e nascosta, che si sentiva quasi lusingata da quell’attenzione. Era malato, lo sapeva, ma in un posto come quello, dove non contavi niente, essere notato da qualcuno ti dava una strana sensazione di potere.

Una notte, dopo una settimana di sguardi e mezze frasi, Davide decise che era ora. Aspettò che il turno degli altri secondini finisse, che il corridoio fosse silenzioso. Aprì la cella di Nico con la chiave che tintinnava appena, un suono che sembrava assordante in quel silenzio. “Alzati, muoviti,” gli sussurrò, e Nico, mezzo addormentato, lo guardò con gli occhi sgranati. “Che cazzo vuoi?” chiese con la voce roca, ma Davide non rispose, lo afferrò per un braccio e lo tirò fuori. Lo portò nelle docce abbandonate, un angolo del carcere che nessuno usava più da anni, con i muri pieni di muffa e i tubi arrugginiti che perdevano acqua fredda a intermittenza. Nico cercò di protestare, ma Davide lo spinse contro il muro, il freddo delle piastrelle che gli morse la schiena attraverso la maglietta sottile. “Sta’ zitto, se no è peggio,” gli disse, e Nico, con quel suo sguardo da cane bastonato, chiuse la bocca.

Davide tirò fuori le manette dalla cintura e gliele strinse ai polsi, agganciandole a un tubo sopra la testa di Nico. Le braccia di Nico erano tese, i muscoli magri che si contraevano mentre cercava di trovare una posizione meno scomoda. L’acqua fredda gocciolava dal tubo, cadendo sulla sua testa e scivolandogli lungo il viso, sul collo, inzuppandogli la maglietta. Davide lo guardò, assaporando la scena: i capelli bagnati appiccicati alla fronte, le labbra tremanti, il corpo che rabbrividiva. “Non fare il duro, ragazzino,” gli disse con un tono quasi divertito, accarezzandogli una guancia con il dorso della mano. Nico girò la testa di scatto, ma non disse nulla. Davide gli infilò un calzino sporco in bocca, uno di quelli che aveva tolto dalla sua borsa quella mattina, e Nico emise un verso soffocato, un misto di disgusto e sorpresa. “Così non urli,” gli spiegò Davide, con quel sorriso storto che sembrava più una minaccia.

Poi iniziò a toccarlo, lentamente, con una calma che contrastava con la violenza del contesto. Gli alzò la maglietta, esponendo il torso magro di Nico, la pelle pallida punteggiata da quei tatuaggi fatti male. Passò le dita sulle costole sporgenti, stringendo appena, abbastanza da farlo trasalire. “Ti piace, vero?” gli chiese, ma Nico scosse la testa, gli occhi pieni di rabbia e paura. Davide rise piano, poi gli slacciò i pantaloni, tirandoli giù insieme alle mutande. Nico era nudo dalla vita in giù, l’acqua fredda che gli scorreva lungo le gambe magre, i peli scuri intorno al sesso che si appiccicavano alla pelle bagnata. Davide gli afferrò il membro con una mano, stringendo senza troppa delicatezza, e iniziò a muovere il palmo su e giù, lentamente, guardandolo negli occhi. Nico emise un gemito soffocato dal calzino, il corpo che si tendeva contro le manette. Davide si chinò, il fiato caldo contro l’orecchio di Nico. “Implorami di smettere, dai,” gli sussurrò, e Nico, con le lacrime agli occhi, scosse la testa. Ma il suo corpo lo tradiva, reagendo al tocco nonostante tutto.

Quando Davide si tirò indietro per slacciarsi i pantaloni, Nico lo guardò con un misto di terrore e attesa. Davide si lubrificò con una piccola bottiglia che teneva in tasca, poi si posizionò dietro di lui, spingendo le gambe di Nico leggermente più larghe con il ginocchio. Il pavimento era freddo e scivoloso, l’acqua che continuava a gocciolare dal tubo sopra di loro. Davide gli afferrò i fianchi, le dita che affondavano nella carne magra, e lo penetrò con un movimento lento ma deciso. Nico urlò nel calzino, il suono soffocato ma carico di dolore e sorpresa. Davide si fermò un attimo, lasciandolo abituare, poi iniziò a muoversi, un ritmo costante, profondo, il rumore della carne che sbatteva contro la carne che riecheggiava nello spazio vuoto delle docce. L’odore di sudore e umidità riempiva l’aria, mescolandosi al suono dei loro respiri pesanti e dei gemiti strozzati di Nico.

“Implorami, cazzo, fammi sentire quanto lo vuoi,” ringhiò Davide, una mano che tornava a stringere il sesso di Nico, masturbandolo con movimenti rapidi mentre continuava a spingere dentro di lui. Nico, con il viso rigato di lacrime e acqua fredda, alla fine cedette. Tolse il calzino con un movimento della lingua e della testa, sputandolo a terra, e con la voce spezzata mormorò: “Ti prego… non smettere… fammi venire, cazzo.” Quelle parole furono come benzina per Davide, che accelerò i movimenti, spingendo più forte, più profondo, fino a sentire Nico tremare sotto di lui. Nico venne la prima volta con un gemito roco, il corpo che si contraeva contro le manette, ma Davide non si fermò. Continuò a masturbarlo, a scoparlo, finché Nico non venne una seconda volta, pochi minuti dopo, le gambe che gli cedevano e il respiro ridotto a singhiozzi.

Quando finirono, Davide si tirò indietro, il fiato corto, il sorriso storto ancora stampato in faccia. Sganciò le manette, lasciando che Nico scivolasse a terra, esausto, l’acqua fredda che gli scorreva ancora addosso. “Domani notte, stesso posto. E stavolta non faccio io tutto il lavoro, chiaro?” gli disse, dandogli un colpetto sulla gamba con lo stivale. Nico, con lo sguardo perso, annuì appena. La notte dopo, fu lui a chiedere a Davide di portarlo lì, di farlo implorare ancora. E per i sei mesi successivi, diventò il “ragazzo” di Davide, un patto silenzioso fatto di notti nelle docce abbandonate e lividi che non sparivano mai del tutto.

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