Racconti Piccanti
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Con la terapeuta transgender (parte 3)

Con la terapeuta transgender (parte 3)

27 Marzo 2026·5 min di lettura

Marco arrivò alla terza seduta con le mani che tremavano leggermente mentre stringeva il volante. Aveva passato una settimana infernale.

Ogni volta che si era toccato (e lo aveva fatto quasi ogni sera, a volte anche di giorno in ufficio con la porta chiusa a chiave), aveva obbedito all’ordine di Elena. Si fermava sul bordo dell’orgasmo, respirava affannosamente e ripeteva mentalmente, a denti stretti: «Sono patetico a eccitarmi così tanto per lei.»

Lo aveva fatto tre, quattro, anche cinque volte per sessione. Il risultato era stato devastante: orgasmi più intensi, più lunghi, ma anche un senso di vergogna che ormai non lo abbandonava più. E il peggio era che quella vergogna lo eccitava ancora di più.

Quando entrò nello studio, Elena era già seduta. Indossava una camicetta di seta bianca leggermente trasparente e una gonna nera a matita che le arrivava a metà coscia. Le gambe erano velate da calze nere sottili, e i tacchi alti facevano sembrare le sue caviglie ancora più eleganti. Il profumo di vaniglia e sandalo era più intenso del solito.

«Buongiorno, Marco. Si sieda.»

Lui obbedì. Questa volta non aspettò che lei iniziasse.

«Ho… fatto l’esercizio» disse subito, con la voce bassa e roca. «Ogni volta.»

Elena alzò un sopracciglio, apparentemente sorpresa, ma i suoi occhi brillavano di una soddisfazione contenuta.

«Ogni volta? Mi racconti com’è andata.»

Marco si passò una mano sul viso, mortificato.

«Mi sono fermato prima di venire… e ho ripetuto la frase. Tre volte, come mi aveva chiesto. A volte anche di più. Mi sentivo ridicolo… ma non riuscivo a smettere. E quando finalmente venivo… era molto più forte del solito.»

Elena scrisse qualcosa sul taccuino, poi lo posò sulle gambe accavallate.

«Come si sentiva mentre ripeteva quella frase?»

Marco deglutì.

«Vergognoso. Patetico. Come se stessi ammettendo qualcosa di sporco… ma allo stesso tempo mi eccitava da morire. Mi faceva pulsare ancora di più.»

Un silenzio denso calò nella stanza.

Elena lo guardò a lungo, poi parlò con voce calma e bassa:

«Molto bene, Marco. Questo significa che stiamo toccando qualcosa di profondo. La vergogna è il carburante del suo desiderio. Più la sente, più il piacere diventa intenso.»

Fece una pausa, poi aggiunse con tono quasi confidenziale:

«Oggi vorrei portare l’esercizio un passo avanti. Se lei è d’accordo.»

Marco annuì, anche se il cuore gli batteva fortissimo.

Elena si alzò lentamente, andò alla scrivania e prese una piccola sedia di legno senza braccioli che stava in un angolo. La posizionò di fronte alla sua poltrona, a circa un metro di distanza.

«Si sposti qui, per favore. Sulla sedia piccola.»

Marco obbedì senza protestare. Si sedette rigido, con le mani sulle ginocchia. Ora era più basso rispetto a lei, che era rimasta in piedi per un momento prima di sedersi di nuovo sulla sua poltrona, dominandolo leggermente dall’alto.

«Chiuda gli occhi» ordinò lei dolcemente.

Lui li chiuse.

«Ora immagini di essere inginocchiato davanti a me, esattamente come nella sua fantasia. Le mani dietro la schiena. Il viso rivolto verso l’alto. Io sono seduta proprio qui, con le gambe accavallate come adesso.»

La voce di Elena era bassa, lenta, ipnotica.

«Mi descriva cosa vede e cosa sente nel suo corpo.»

Marco respirò a fondo.

«Vedo… le sue gambe. Le calze nere. I tacchi. Sento il profumo. Ho il cazzo duro dentro i pantaloni… che preme contro la stoffa. Mi vergogno da morire perché lei può vederlo.»

Elena continuò con lo stesso tono tranquillo:

«Bene. Ora immagini che io le dica: “Guarda quanto sei patetico, Marco. Un uomo adulto, sposato, padre di famiglia… seduto qui con il cazzo duro solo perché una donna come me ti sta parlando”.»

Marco emise un piccolo suono strozzato. Il cazzo gli divenne completamente rigido nei pantaloni. Era sicuro che lei se ne fosse accorta.

«Come si sente mentre sente queste parole?» chiese Elena.

«Umiliato… eccitato… impotente. Vorrei nascondermi, ma non ci riesco. Vorrei che lei continuasse.»

Elena lasciò che il silenzio si prolungasse per quasi un minuto intero. Poi parlò di nuovo, con voce ancora più bassa:

«Apri gli occhi.»

Quando Marco li riaprì, Elena lo stava fissando intensamente. Le sue gambe erano ancora accavallate, ma la gonna era salita di qualche centimetro, mostrando un po’ più di coscia velata di nero.

«Vedo che il suo corpo sta rispondendo molto bene all’esercizio» disse lei, lasciando cadere lo sguardo per un istante sul rigonfiamento evidente nei suoi pantaloni. «Questo è normale. Non deve vergognarsi di mostrarmelo.»

Marco arrossì fino alla radice dei capelli.

Elena sorrise piano, un sorriso dolce ma autoritario.

«Per questa settimana il nuovo compito è il seguente: ogni volta che si masturba, voglio che si metta in ginocchio sul pavimento del bagno o della camera. Esattamente come ha immaginato oggi. E mentre si tocca, deve ripetere ad alta voce — non solo mentalmente — la frase: “Sono patetico a eccitarmi così tanto per lei, dottoressa”. Lo faccia almeno quattro volte prima di venire. Riesce a farlo?»

Marco la fissò, scioccato. La richiesta era passata da “esercizio terapeutico” a qualcosa di molto più personale e umiliante.

Eppure annuì lentamente.

«Sì… posso farlo.»

Elena annuì soddisfatta.

«Bene. Ricordi che è per il suo bene. Voglio che lei impari a conoscere davvero questo lato di sé.»

La seduta finì pochi minuti dopo. Quando Marco si alzò, il rigonfiamento era impossibile da nascondere del tutto. Elena gli strinse la mano, trattenendola un secondo più del necessario.

«Sono fiera di lei, Marco. Sta facendo progressi importanti.»

Quella sera, dopo che tutti si furono addormentati, Marco si chiuse in bagno. Si spogliò completamente, si mise in ginocchio sul tappetino freddo, prese il cazzo duro in mano e cominciò a masturbarsi lentamente.

Ad alta voce, con la voce tremante di vergogna e eccitazione, ripeté quattro volte:

«Sono patetico a eccitarmi così tanto per lei, dottoressa…»

Al quarto ripetizione venne violentemente, schizzando sul pavimento, con le lacrime agli occhi per la vergogna e il piacere più intenso che avesse mai provato.

Mentre si puliva, già sapeva che la settimana successiva sarebbe stata ancora più difficile da affrontare.

E che non vedeva l’ora.

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