Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Con la terapeuta transgender (parte 5)

Con la terapeuta transgender (parte 5)

27 Marzo 2026·4 min di lettura

Marco arrivò alla quinta seduta con un misto di terrore ed eccitazione che gli stringeva lo stomaco. Per tutta la settimana aveva obbedito al compito: ogni sera si era infilato un paio di mutandine di pizzo di Giulia, si era messo in ginocchio sul pavimento del bagno e aveva ripetuto ad alta voce quella frase umiliante. La vergogna era diventata una droga. Ogni volta che diceva «Sono una patetica puttanella che si eccita per il cazzo della sua dottoressa» il suo corpo reagiva con violenza.

Elena lo accolse con il solito sorriso caldo ma più intenso. Indossava una camicetta di seta bianca aderente e una gonna nera a matita che le fasciava i fianchi in modo elegante. Le calze velate nere e i tacchi alti completavano l’immagine di una donna raffinata e pericolosa.

«Chiudi la porta a chiave, Marco, per favore» disse con voce calma.

Lui obbedì senza fiatare.

«Oggi useremo la chaise-longue. Sdraiati lì, sulla schiena, e metti le mani lungo i fianchi. Non muoverle a meno che non te lo dica io.»

Marco si sdraiò sul velluto grigio. Si sentiva già esposto, anche completamente vestito. Elena si sedette sul bordo della chaise-longue, vicino alle sue gambe, e accavallò le sue con grazia.

«Mi hai mandato nessuna mail questa settimana» osservò lei dolcemente. «Ma so che hai eseguito il compito. Vero?»

«Sì, dottoressa» rispose Marco con voce bassa. «Ogni sera.»

«Dimmi esattamente come lo hai fatto.»

Marco deglutì. Il cuore gli batteva fortissimo.

«Mi infilavo le mutandine di mia moglie… di pizzo. Poi mi mettevo in ginocchio sul pavimento. Cominciavo a toccarmi lentamente e ripetevo la frase ad alta voce, almeno cinque volte: “Sono una patetica puttanella che si eccita per il cazzo della sua dottoressa”. A volte anche di più, perché… non riuscivo a fermarmi.»

Elena annuì lentamente, guardandolo negli occhi.

«Bravissimo. Sento che stai iniziando a interiorizzare davvero questa parte di te.»

Fece una pausa lunga, poi continuò con tono più basso e intimo:

«Oggi voglio che facciamo un esercizio diverso. Voglio che tu mi descriva, ad alta voce e con gli occhi aperti, cosa provi mentre esegui quel compito. Ma questa volta non useremo l’immaginazione. Useremo la realtà.»

Marco la guardò confuso.

Elena si alzò, andò alla scrivania e prese una piccola sciarpa di seta nera dal cassetto. Tornò da lui e gliela mostrò.

«Questa è solo per aiutarti a concentrarti. Posso legarti i polsi con questa? Molto morbida, niente di doloroso. Solo per farti sentire più… esposto.»

Marco esitò solo un istante, poi annuì.

Elena gli legò delicatamente i polsi insieme davanti al petto, non troppo stretto, ma abbastanza da impedirgli di muovere liberamente le mani. Poi si sedette di nuovo accanto a lui sulla chaise-longue, questa volta più vicina, tanto che la sua coscia sfiorava il fianco di Marco.

«Ora raccontami. Mentre eri in ginocchio con le mutandine di tua moglie, cosa sentivi esattamente? Sii preciso e volgare, Marco. Voglio sentire le tue parole.»

Marco respirò a fondo, la vergogna che gli bruciava il viso.

«Mi sentivo… ridicolo. Un uomo adulto con le mutande di pizzo della moglie strette sul cazzo. Il tessuto era bagnato di precum quasi subito. Mentre mi toccavo, ripetevo quella frase e mi sembrava di essere sempre più patetico. Più lo dicevo, più il mio cazzo pulsava. Mi vergognavo tantissimo… ma non riuscivo a smettere.»

Elena gli posò una mano sul petto, sopra la camicia, sentendo il battito accelerato.

«Continua.»

«Pensavo a lei… alla sua voce che mi diceva quanto fossi inutile come uomo. Che il mio cazzo è piccolo e ridicolo rispetto al suo. Che dovrei solo servire lei invece di fingere di essere un marito normale.»

Elena sorrise piano, accarezzandogli il petto con le dita.

«Molto bene. Ora guarda me.»

Marco alzò gli occhi. Elena lo fissava con intensità.

«Dimmi cosa sei, Marco. Usando le stesse parole che ripeti in ginocchio.»

Lui deglutì più volte. La voce gli uscì roca e spezzata.

«Sono… una patetica puttanella che si eccita per il cazzo della sua dottoressa.»

Elena annuì soddisfatta. La sua mano scese lentamente lungo il petto di Marco, fermandosi appena sopra la cintura.

«Ancora. Più convinto.»

«Sono una patetica puttanella che si eccita per il cazzo della sua dottoressa» ripeté lui, questa volta con voce più alta.

Il cazzo di Marco era durissimo nei pantaloni, chiaramente visibile. Elena abbassò lo sguardo su di esso senza pudore.

«Vedo che il tuo corpo è d’accordo con le tue parole. Sei bagnato, vero? Sento l’odore del tuo eccitamento da qui.»

Marco gemette piano, mortificato.

Elena continuò con voce dolce ma ferma:

«Per questa settimana il compito sarà più impegnativo. Ogni sera ti metterai le mutandine di tua moglie, ti inginocchierai davanti allo specchio e ti filmerai con il telefono mentre ti tocchi. Dovrai guardare te stesso negli occhi e ripetere la frase almeno otto volte. Alla fine dovrai venire senza usare le mani… solo strofinandoti contro il tessuto delle mutandine. Poi mi manderai il video via mail. Oggetto: “Puttanella della dottoressa – Giorno X”.»

Marco la fissò, gli occhi spalancati.

«Dottoressa… se mia moglie scopre il video…»

Elena gli sfiorò le labbra con un dito.

«Allora dovrai affrontare le conseguenze delle tue scelte. Questo fa parte del percorso, Marco. Vuoi continuare o preferisci fermarti qui?»

Il silenzio durò solo pochi secondi.

«Voglio continuare» sussurrò lui.

Elena sorrise e gli sciolse lentamente la sciarpa dai polsi.

«Brava puttanella. Sono fiera di te.»

Gli diede un leggero colpetto sulla guancia, quasi affettuoso.

«Ora puoi alzarti. La seduta è finita. Aspetto i tuoi video.»

Marco si alzò con le gambe molli. Il cazzo gli premeva dolorosamente contro i pantaloni.

Mentre usciva dallo studio, Elena aggiunse con voce bassa:

«E Marco… la prossima settimana non ti limiterai a raccontarmi. Inizieremo a fare qualcosa di più concreto.»

Lascia un commento