Buco da palestra (parte 3)
Non ho chiuso occhio, quella notte. Il peso del plug dentro di me, più grande di quelli che avevo indossato prima, era un tormento costante. Ogni volta che cercavo di girarmi nel letto, sentivo quella pienezza invadente, quel bruciore che non mi dava tregua. Ma non era solo il disagio fisico a tenermi sveglio. Era la vergogna, il ricordo di quegli occhi su di me, di Fabio e Simone che ridevano, di Marco che mi ordinava cosa fare con quella voce calma e inflessibile. “Sei solo un buco,” mi aveva detto, e quelle parole mi ronzavano nella testa come un mantra che non riuscivo a scacciare. Mi odiavo per essere tornato lì, per aver obbedito, ma soprattutto mi odiavo per quella parte di me che, nonostante tutto, provava una sorta di eccitazione malata. Era come un veleno che si insinuava piano, e non sapevo come fermarlo.
Il giorno dopo, quando ho ricevuto il messaggio di Marco, il mio stomaco si è annodato. “Alle 18:00 in palestra. Non fare tardi. E tieni dentro quello che sai.” Le sue parole erano fredde, come sempre, ma c’era qualcosa di diverso, una sfumatura che mi metteva in allarme. Le 18:00 erano un orario pericoloso: la palestra non era mai vuota a quell’ora, c’erano sempre persone che si allenavano, un via vai di voci e rumori. L’idea di presentarmi lì, con il plug che mi tormentava a ogni passo, mi terrorizzava. E se qualcuno avesse notato qualcosa? Se Marco avesse deciso di spingersi oltre, di mettere in atto quella minaccia che mi perseguitava da giorni?
Non avevo scelta, però. Sapevo che non presentarmi avrebbe avuto conseguenze peggiori. Così, alle 17:30, mi sono infilato una felpa oversize e dei pantaloni larghi, come se potessi nascondere il mio segreto, e sono uscito di casa con il cuore che batteva all’impazzata. Camminare era un’agonia, ogni passo amplificava la sensazione del plug dentro di me, quella base larga che premeva e mi ricordava costantemente cosa fossi diventato. Tenevo la testa bassa, evitando gli sguardi dei passanti, con le mani infilate nelle tasche per nascondere il tremore. Quando sono arrivato davanti alla palestra, ho esitato per un momento, fissando la porta come se fosse l’ingresso di un inferno. Poi ho spinto, e sono entrato.
L’odore di sudore e metallo mi ha investito subito, insieme al rumore dei pesi che sbattevano e delle voci che si sovrapponevano. C’era gente ovunque, uomini di tutte le età che sollevavano manubri, correvano sui tapis roulant, si scambiavano battute. Ho abbassato lo sguardo, stringendo la borsa contro il petto, e ho cercato Marco con gli occhi. Era vicino alla porta del retrobottega, come sempre, con le braccia incrociate e quello sguardo freddo che sembrava leggermi dentro. Non ha detto niente, ha solo fatto un cenno con la testa, indicando la porta. Ho deglutito a fatica e l’ho seguito, sentendo gli occhi di tutti su di me, anche se probabilmente era solo la mia paranoia.
La chiave ha girato nella serratura con quel suono che ormai mi faceva rabbrividire. La stanza era la stessa di sempre: il neon freddo che ronzava, il materasso logoro sul pavimento, il divano sfondato nell’angolo, l’odore di chiuso che mi prendeva alla gola. Ma non eravamo soli. Fabio e Simone erano già lì, seduti sul divano, con espressioni che non promettevano nulla di buono. Fabio mi ha guardato con una sorta di curiosità rozza, mentre Simone aveva quel sorrisetto beffardo che mi faceva venir voglia di sparire. “Puntuale, eh?” ha detto Simone, con quella voce tagliente che sembrava fatta apposta per ferire. “Non vedevamo l’ora.”
“Spogliati,” ha ordinato Marco, senza nemmeno guardarmi, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. La sua voce era calma, ma aveva quel tono che non ammetteva discussioni. Ho esitato solo un istante, con le mani che tremavano mentre mi toglievo i vestiti, uno per uno, piegandoli con cura per guadagnare tempo. Il freddo della stanza mi ha fatto venire la pelle d’oca, e sentivo i loro sguardi su di me, che mi studiavano, che mi giudicavano. Ero nudo, di nuovo, con il plug che mi ricordava costantemente la mia vulnerabilità. Mi sono coperto istintivamente con le mani, anche se sapevo che era inutile.
“Non fare il timido,” ha detto Simone, con una risata secca. “Tanto lo sappiamo cosa sei. Vero, Marco?” Marco non ha risposto, si è limitato a guardarmi dall’alto in basso, con un’espressione che non riuscivo a decifrare. Poi ha parlato, con quella calma che mi faceva sempre sentire piccolo. “A quattro zampe, sul materasso. Subito.”
Il cuore mi è salito in gola. Non volevo farlo, non davanti a loro, non di nuovo. Ma il suo tono non lasciava spazio a esitazioni. Mi sono inginocchiato sul materasso, con la testa bassa e le guance in fiamme. Il tessuto ruvido mi graffiava le ginocchia, e ogni movimento amplificava la sensazione del plug dentro di me. Mi sono messo a quattro zampe, sentendomi ridicolo, esposto, con il respiro corto per la vergogna. Non riuscivo a guardarli, tenevo gli occhi fissi sul pavimento, ma sentivo i loro passi avvicinarsi.
“Guardalo,” ha detto Simone, con quel tono di scherno che mi colpiva come una frustata. “Sembra un cane. Magari gli mettiamo un collare, che dici, Fabio?” Fabio ha grugnito qualcosa, un suono che poteva essere una risata o un assenso, e io mi sentivo sempre più piccolo, sempre più umiliato. Marco, nel frattempo, si è inginocchiato dietro di me, e ho sentito le sue mani sulle mie natiche, fredde e ferme, che mi aprivano con una precisione quasi clinica. Ho stretto i denti, con il volto in fiamme, mentre estraeva lentamente il plug che avevo dentro. Il sollievo momentaneo è durato solo un istante, perché subito dopo ho sentito qualcosa di diverso, qualcosa di più caldo, più vivo.
“Rilassati,” ha detto Marco, ma non c’era traccia di gentilezza nella sua voce. Era un ordine, puro e semplice. Ho sentito la pressione del suo sesso contro di me, lenta, metodica, che si faceva strada con una calma che sembrava quasi crudele. Ho lasciato sfuggire un gemito, un suono patetico che non sono riuscito a trattenere, e ho abbassato la testa ancora di più, come se potessi sparire. Il bruciore era intenso, un disagio che mi faceva stringere i denti e ansimare, ma lui non si fermava. Si muoveva con ritmo, profondo, prolungato, come se avesse tutto il tempo del mondo. “Lo prendi bene,” ha detto, con una voce che sembrava quasi soddisfatta. “Sei fatto per questo. Sei solo un buco.”
Le sue parole mi hanno colpito come pugni, ma non ho avuto il coraggio di protestare. Non potevo, non con loro tre nella stanza, non con il mio corpo che tremava sotto il suo peso. Poi ha fatto un cenno a Fabio, che si è avvicinato con un’espressione che non riuscivo a decifrare. “Tocca a te,” ha detto Marco, e ho sentito Fabio posizionarsi davanti a me, con le mani callose che mi afferravano la testa. Non ho avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo, ho solo sentito la pressione contro le mie labbra, e ho aperto la bocca istintivamente, con la vergogna che mi soffocava. Era troppo, troppo in fretta, ma non potevo fare altro che obbedire.
“Non fare storie,” ha detto Fabio, con una voce roca, mentre Marco continuava a muoversi dietro di me. Ero intrappolato tra loro, sopraffatto, con il respiro corto e la testa che girava. I loro movimenti erano lenti, profondi, come se volessero prolungare ogni istante, ogni sensazione. Sentivo i gemiti sfuggirmi, suoni patetici che cercavo di soffocare ma che non riuscivo a controllare. “Ti prego,” ho sussurrato a un certo punto, con la voce spezzata, “rallentate, non ce la faccio.” Ma le mie suppliche non servivano a niente. “Zitto,” ha detto Marco, con quel tono calmo ma inflessibile. “Lo prendi e basta.”
A un certo punto, Marco si è tirato indietro, e ho sentito Simone avvicinarsi. “Il mio turno,” ha detto, con quel sorrisetto che potevo percepire anche senza guardarlo. La pressione è cambiata, si è fatta più intensa, e ho capito cosa stava succedendo: cercavano di entrare insieme, almeno in parte, enfatizzando la dilatazione, il bruciore, il senso di pienezza che mi faceva quasi impazzire. Ho gridato, un suono strozzato che non sono riuscito a trattenere, e le lacrime mi hanno rigato le guance. “Basta, vi prego,” ho supplicato, ma loro non si fermavano. “Non trattenerti,” ha detto Simone, con una risata secca. “Fai pure quei versi. È divertente.”
È andato avanti per quella che sembrava un’eternità. Si alternavano, cambiavano posizioni, mi usavano come se fossi un oggetto, un buco, proprio come diceva Marco. Ero un disastro, sudato, tremante, con il respiro affannoso e la testa piena di pensieri che non riuscivo a controllare. La vergogna mi soffocava, ma c’era anche quell’eccitazione umiliante, che cresceva nonostante tutto, che mi faceva odiare me stesso ancora di più. Quando finalmente hanno finito, ero distrutto. Sentivo il calore del loro seme su di me, sul viso, sul petto, dentro di me. Ero coperto, sporco, umiliato, con le lacrime che mi bruciavano gli occhi.
Ma non era finita. Marco mi ha guardato dall’alto in basso, con quegli occhi freddi che sembravano leggermi dentro. “A quattro zampe,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. “Seguimi.” Ho esitato, con il cuore che batteva all’impazzata, ma il suo sguardo mi ha inchiodato. Mi sono messo a quattro zampe, con le mani e le ginocchia sul pavimento freddo, e lui ha aperto la porta del retrobottega. Ho sentito il rumore della palestra, le voci, i pesi che sbattevano, e ho capito cosa stava per succedere. “No, ti prego,” ho sussurrato, con la voce spezzata, ma lui non mi ha nemmeno guardato. Ha iniziato a camminare, e io l’ho seguito, strisciando nudo dietro di lui come un cane, con il viso e il petto ancora coperti di sperma fresco, con il corpo che tremava per la vergogna.
La sala principale era piena, una quindicina di uomini che si allenavano, chi sui tapis roulant, chi con i manubri, chi vicino alle panche. Quando siamo entrati, il silenzio è sceso per un istante, poi sono iniziati i commenti. “Ma che diavolo…?” ha detto qualcuno, con una risata incredula. “Guarda questo qua,” ha aggiunto un altro, con un tono di disprezzo. “Che schifo,” ha gridato un terzo, mentre le risate si mescolavano a battute crude, parole che mi colpivano come frustate. Ero esposto, completamente nudo, con il loro seme che mi colava addosso, e ogni sguardo su di me era un’umiliazione insostenibile. Le lacrime mi rigavano le guance, non riuscivo a smettere di piangere, ma il mio corpo traditore reagiva ancora, con un’eccitazione involontaria che mi faceva sentire ancora più patetico.
Marco, nel frattempo, camminava come se niente fosse, parlando con Fabio e Simone di allenamenti e programmi, ignorandomi completamente. Ero ai suoi piedi, un oggetto, una nullità, e lui non mi degnava di uno sguardo. Sono rimasto così per diversi minuti, strisciando dietro di lui mentre girava per la sala, con gli occhi di tutti su di me, con i loro commenti che mi distruggevano. Non avevo più dignità, non avevo più nulla. Ero solo un buco, come aveva detto Marco, e in quel momento ci credevo davvero.
Quando finalmente mi ha riportato nel retrobottega, ero un relitto. Mi ha ordinato di alzarmi, con quella voce calma che ormai mi perseguitava, e mi ha guardato per un lungo momento. “Hai fatto bene,” ha detto, con un tono che non aveva nulla di gentile. “Ora sai chi sei. E non dimenticarlo. Domani ti aspetto, stesso orario. Abbiamo nuovi giochi da provare.” Ho annuito, con le guance in fiamme e gli occhi bassi, incapace di rispondere a parole. Mi sono rivestito con gesti maldestri, sentendo ancora i loro sguardi su di me, anche se non dicevano nulla.
Uscire dalla palestra è stato come emergere da un incubo, ma non c’era sollievo. Ero distrutto, umiliato oltre ogni immaginazione, eppure, in un angolo oscuro della mia mente, sentivo una sorta di pace malata. Avevo accettato il mio ruolo, avevo accettato di essere solo un buco, e una parte di me, per quanto mi disgustasse, trovava conforto in quella resa. Mentre camminavo verso casa, con la testa bassa e il cuore pesante, non potevo fare a meno di chiedermi cosa intendesse Marco con “nuovi giochi”. E, soprattutto, perché una parte di me, nonostante tutto, voleva scoprirlo.
