Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

La puttana del poeta (parte 3)

La puttana del poeta (parte 3)

08 Aprile 2026·5 min di lettura

Passarono dieci giorni prima che Daniele mi cercasse di nuovo.

Dieci giorni in cui pensai a lui ogni ora. Ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo il suo sguardo verde mentre mi teneva il collare, la sua voce bassa che mi ordinava di dire cose vergognose, il modo in cui mi aveva scopato il culo come se fosse un diritto naturale. Mi toccavo la sera, nel mio letto, e venivo bisbigliando «puttana di un poeta», sentendomi patetica e allo stesso tempo eccitatissima.

Ero diventata ossessiva. Controllavo il telefono cento volte al giorno. Quando arrivava un messaggio da un altro numero sobbalzavo. Quando era lui, il cuore mi scoppiava.

Il suo messaggio arrivò di giovedì sera:

«Domani sera ti porto a cena. Vestito elegante, tacchi alti, capelli raccolti. Voglio vederti bella. Ti passo a prendere alle 19:30.»

Niente ordini osceni stavolta. Solo eleganza.

Quando scesi sotto casa lo trovai appoggiato alla macchina, impeccabile: completo scuro, camicia bianca aperta sul collo, capelli mossi un po’ spettinati con arte. Mi aprì la portiera come un gentiluomo d’altri tempi, mi baciò il dorso della mano e mi disse che ero incantevole. Durante il tragitto mi parlò di poesia, di un libro che stava leggendo, di un concerto a cui voleva portarmi. Sembrava un uomo normale, affascinante, quasi romantico.

Al ristorante – uno di quelli con tovaglie di lino e candele – fu perfetto. Mi spostò la sedia, mi versò il vino, mi ascoltò con attenzione quando parlavo del mio lavoro, rise alle mie battute. Mi sfiorava la mano sul tavolo, mi guardava con tenerezza. Le altre donne nel locale ci guardavano con invidia. Io mi sentivo orgogliosa, desiderata, quasi… amata.

Poi, mentre aspettavamo il dolce, si chinò leggermente verso di me e, con voce bassa e calda, disse:

«Adesso apri le gambe sotto il tavolo e toccati il clitoride. Lentamente. Non fermarti finché non ti dico io.»

Lo fissai, il viso che bruciava.

«Qui?»

«Sì, qui. E sorridi, Debora. Sii la mia bella compagna di cena.»

Obbedii. Allargai le cosce sotto la lunga tovaglia e cominciai a sfiorarmi. Ero già bagnata. Le sue parole, il contrasto tra il suo tono galante e l’ordine osceno, mi avevano eccitata all’istante. Mentre il cameriere ci serviva il dessert, io mi masturbavo piano, mordendomi l’interno della guancia per non gemere. Daniele mi guardava con un sorriso cortese, parlando del tempo e di un viaggio che aveva fatto in Toscana, come se niente fosse.

«Più veloce» mormorò tra un sorso di vino e l’altro. «Voglio vederti arrossire.»

Venni così, seduta al tavolo di un ristorante elegante, con le dita bagnate e il respiro corto, mentre lui mi sorrideva dolcemente e mi chiedeva se volessi un caffè.

Tornati in macchina, il galantuomo sparì.

Appena chiusa la portiera, mi afferrò per i capelli raccolti e mi tirò la testa verso il suo grembo.

«Apri la bocca.»

Guidò con una mano sola mentre io glielo succhiavo, profonda, soffocandomi sul suo cazzo duro. Ogni tanto mi spingeva giù fino a farmi lacrimare e mi teneva lì qualche secondo.

«Brava puttanella. Succhia mentre ti porto a casa a farti usare come meriti.»

A casa sua il contrasto divenne ancora più brutale.

Mi fece spogliare in piedi davanti a lui, lentamente, mentre lui rimaneva vestito. Poi mi mise il collare di pelle, questa volta con una catenella più pesante. Mi fece inginocchiare sul pavimento del salotto e mi legò i polsi alle caviglie, costringendomi in una posizione scomoda, schiena inarcata, seno in fuori, culo esposto.

Si sedette sulla poltrona di fronte a me con un bicchiere di whisky in mano, accese una sigaretta e mi guardò a lungo, in silenzio.

«Guardati» disse infine, con voce calma, quasi poetica. «Una ragazza di ventisei anni, bella, intelligente, che si è ridotta a questo: legata come una bestia, bagnata fradicia, che aspetta solo di essere umiliata dal cazzo di un uomo che conosce da poche settimane. Dimmi, Debora… ti fa schifo quello che stai diventando?»

Non risposi subito. Le lacrime mi salirono agli occhi.

Lui si alzò, mi girò intorno e mi diede uno schiaffo leggero sulla guancia, quasi una carezza.

«Rispondi.»

«Sì… mi fa schifo» sussurrai.

«Eppure sei fradicia. Senti quanto sei bagnata.»

Mi infilò due dita nella figa e le tirò fuori lucide. Me le passò sulle labbra, poi me le mise in bocca.

«Lecca. Senti il sapore della tua vergogna.»

Mentre le succhiavo, lui continuò a parlare, la voce bassa e ipnotica, da poeta che recita versi osceni:

«Tu non sei più Debora la cameriera. Sei la mia puttana devota. La mia piccola ossessionata. Ogni volta che servi ai tavoli adesso pensi al mio cazzo nel tuo culo, vero? Ogni volta che un cliente ti sorride, tu ti chiedi se io ti farei leccare il pavimento dopo averti scopata.»

Annuii, umiliata, eccitata, persa.

Mi slegò solo per mettermi a quattro zampe sul tavolino basso del salotto, il viso premuto contro il legno freddo. Mi legò di nuovo i polsi dietro la schiena e mi infilò un plug anale grosso, freddo, senza lubrificante extra. Gemetti di dolore mentre lo spingeva dentro fino in fondo.

«Tienilo dentro mentre ti scopo la figa» ordinò.

Mi penetrò da dietro con un colpo solo, violento. Il plug rendeva tutto più stretto, più pieno. Ogni spinta mi faceva sentire completamente riempita, usata, posseduta. Mi tirava la catenella del collare come redini, costringendomi ad inarcare la schiena.

«Dimmi quanto ti piace essere umiliata.»

«Mi… mi piace» singhiozzai.

«Di’ che sei patetica.»

«Sono patetica.»

«Di’ che non riesci più a pensare ad altro che a me.»

«Non riesco… non riesco più a pensare ad altro che a te.»

Le sue spinte diventarono più profonde, più crudeli. Mi schiaffeggiava il culo ritmicamente, non forte, ma costante, lasciando il segno rosso della sua mano.

«Voglio che vieni così, legata, con un tappo nel culo e il mio cazzo nella figa, mentre mi dici che sei mia.»

Venni urlando, il corpo che tremava, le lacrime che mi rigavano il viso. Lui venne poco dopo, tirandosi fuori e sborrandomi sulla schiena e sulle natiche, marchiandomi.

Poi il cambiamento.

Il porco scomparve. Rimase solo il poeta.

Mi slegò con cura, mi tolse il plug lentamente, mi prese in braccio e mi portò sotto la doccia. Mi lavò con delicatezza, mi insaponò i capelli, mi baciò le spalle, mi asciugò come se fossi di porcellana. Mi mise una sua camicia pulita e mi fece sdraiare sul letto.

Si accese una sigaretta, mi attirò contro il suo petto e mi accarezzò la schiena con dita leggere.

«Sei stata bravissima stasera» mormorò, baciandomi la fronte. «La mia ragazza bella e coraggiosa.»

Io mi accucciai più forte contro di lui, respirando il suo odore, e sentii qualcosa di pericoloso crescermi dentro.

Non era solo eccitazione. Era dipendenza. Era la paura dolce di quanto volessi essere distrutta e poi ricostruita da lui ogni volta.

Sapevo che stavo perdendo pezzi di me. E la cosa peggiore era che non volevo più ritrovarli.

Lascia un commento