La puttana del poeta (parte 2)
Mi svegliai nel suo letto con il corpo indolenzito in posti che non sapevo potessero far male in modo così dolce. Daniele dormiva ancora, un braccio abbandonato sopra la mia vita, il petto che si alzava lento. Il suo odore – tabacco, sudore secco e qualcosa di più oscuro – mi riempiva le narici. Rimasi lì qualche minuto, immobile, a chiedermi che cosa diavolo avessi fatto.
Avevo detto sì. Avevo detto che volevo essere la puttana di un poeta.
La frase mi risuonava nella testa come un verso che non riuscivo a dimenticare.
Quando aprì gli occhi, verdi e già vigili, non disse buongiorno. Mi guardò e basta, come se stesse leggendo dentro di me.
«Hai ancora paura?» chiese piano.
Annuii.
«Bene. La paura è onesta. La vergogna no.»
Si alzò, nudo, tatuaggi che si muovevano sulla pelle come creature vive. Prese il telefono dal comodino e me lo porse.
«Numero.»
Non era una richiesta. Era un ordine gentile, ma fermo. Digitai il mio numero sotto il suo sguardo. Quando gli restituii il cellulare, mi sfiorò il polso con il pollice, proprio dove la seta rossa aveva lasciato un segno leggero.
«Ti scrivo io. Non cercarmi prima.»
Poi mi baciò sulla fronte, come si fa con una bambina, e mi accompagnò alla porta. Mi sentivo strana: usata, desiderata, e stranamente… preziosa.
Per due giorni non seppi niente di lui. Il silenzio mi scavava dentro. Al lavoro ero distratta, ogni volta che la porta del locale si apriva il cuore mi saltava in gola. La notte mi toccavo pensando alle sue dita dentro di me, alla sua voce che mi chiedeva di essere la sua puttana, al dolore bruciante del suo cazzo nel culo mentre venivo lo stesso.
Il terzo giorno arrivò il messaggio.
«Venerdì sera. Ore 20. Ti passo a prendere. Metti un vestito elegante, niente mutandine. Voglio poterti toccare quando voglio.»
Non chiese. Ordinò.
E io obbedii.
Venerdì mi presentai con un tubino nero semplice ma aderente, tacchi alti, niente sotto. Quando salii in macchina lui mi guardò le gambe, poi mi fece cenno di aprire leggermente le cosce. Le sue dita scivolarono subito tra le mie labbra già bagnate.
«Brava ragazza» mormorò, mentre guidava con una mano sola.
Mi portò in un ristorante piccolo, intimo, luci basse, tavoli distanti. Durante la cena parlò poco di sé e molto di me. Mi fece domande intime, precise, quasi crudeli nella loro accuratezza.
«Quando ti ho legata, hai sentito il desiderio di ribellarti o solo di arrenderti?»
«Ti è piaciuto ingoiare la mia sborra o ti ha fatto schifo e l’hai fatto lo stesso perché volevi piacermi?»
Ogni risposta mi costava fatica. Arrossivo, balbettavo, ma lui mi guardava con quegli occhi verdi che sembravano scavarmi l’anima. Sotto il tavolo la sua mano mi accarezzava lentamente il sesso, due dita che entravano e uscivano con calma, mentre il cameriere ci serviva il secondo.
A un certo punto mi sussurrò:
«Voglio che vieni qui, adesso, senza fare rumore.»
Aumentò il ritmo, il pollice sul clitoride, le dita curve dentro di me. Strinsi il bordo del tavolo, trattenni il respiro, e venni mordendomi il labbro fino a sentire il sapore del sangue. Lui sorrise soddisfatto, si portò le dita alla bocca e le leccò davanti a me.
«Il tuo sapore mi piace di più quando sei umiliata.»
Dopo cena, in macchina, mi legò i polsi con la sua cravatta nera, stretti questa volta, facendomi male apposta. Mi bendò con un foulard di seta scura.
«Da ora in poi non vedi più. Senti solo.»
A casa sua mi fece spogliare lentamente, sempre bendata. Mi mise un collare di pelle morbida intorno al collo, con un anello metallico davanti. Attaccò una catena sottile e mi portò in giro per la stanza come un animale, facendomi camminare a quattro zampe sul parquet freddo.
«Cammina bene. Schiena dritta. Culo in alto. Voglio vederti offrire ciò che è mio.»
Mi fece sdraiare sul letto a faccia in giù, polsi legati alla testiera. Poi sentii il rumore di qualcosa che veniva preparato: olio, forse. Le sue mani mi massaggiarono la schiena, le natiche, poi scesero tra le gambe. Mi allargò il culo con entrambe le mani e ci versò dentro dell’olio freddo. Rabbrividii.
«Stasera voglio prenderti il culo senza pietà» disse con calma. «Ma prima voglio che tu mi supplichi.»
Le sue dita entrarono, una, due, tre, allargandomi con pazienza crudele mentre mi parlava.
«Dimmi cosa sei.»
«…la puttana di un poeta» mormorai, la voce tremante.
«Più forte.»
«Sono la puttana di un poeta.»
«Dimmi che vuoi il mio cazzo nel culo.»
«Voglio… il tuo cazzo nel culo.»
«Chiedimelo come si deve.»
«Ti prego… inculami. Fammi male se vuoi, ma inculami.»
Sentii la punta grossa premere contro l’ano. Questa volta non fu lento. Spinse dentro con un colpo deciso, facendomi urlare. Il dolore fu accecante, ma lui non si fermò. Cominciò a fottermi il culo con spinte profonde, regolari, mentre una mano mi stringeva il collare da dietro, tirandomi la testa all’indietro.
«Brava. Prendilo tutto. Senti come ti apro.»
Ogni spinta mi strappava un gemito. Il dolore si mescolava al piacere in un modo che non riuscivo a separare. Venni così, legata, bendata, con il culo pieno del suo cazzo, urlando contro il cuscino.
Lui non si fermò. Continuò a scoparmi sempre più forte, sempre più a fondo, finché non sentii il suo respiro cambiare. Si tirò fuori all’improvviso, mi girò sulla schiena, mi tolse la benda e mi montò a cavalcioni sul petto.
«Apri la bocca.»
Obbedii. Mi venne in gola con fiotti potenti, tenendomi la testa ferma con entrambe le mani. Ingoiai tutto di nuovo, guardandolo negli occhi mentre lo facevo.
Quando finì, mi slegò. Mi attirò contro di sé, sudati, esausti. Mi accarezzò i capelli con una dolcezza inattesa.
«Stai imparando» mormorò. «Stai imparando a lasciarti possedere.»
Io non risposi. Mi limitai a premere il viso sul suo petto, ascoltando il battito del suo cuore.
Dentro di me però qualcosa stava cambiando. Non era più solo desiderio. Era bisogno. Era paura di quanto mi piacesse arrendermi a lui.
E sapevo già che la prossima volta sarebbe stato ancora più estremo.
