Racconti Piccanti
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Umiliata e usata dallo studente

Umiliata e usata dallo studente

27 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Elena, ho quarantadue anni e insegno letteratura italiana all’università. Sono conosciuta per essere una professoressa severa, una che non concede sconti. I miei studenti mi temono, e mi piace che sia così. Eppure, quel giorno, mentre aspettavo Marco, uno dei miei studenti più brillanti, per discutere della sua tesi, sentivo un nervosismo che non riuscivo a spiegarmi. Marco aveva venticinque anni, un’intelligenza acuta e un modo di fare sicuro che a volte mi spiazzava. Ma non era solo questo. C’era qualcosa in lui, un’energia che mi metteva in difficoltà, anche se non lo avrei mai ammesso ad alta voce.

Quando il campanello suonò, mi sistemai la gonna grigia al ginocchio e andai ad aprire. Marco era lì, con una maglietta aderente e un paio di jeans, una borsa piena di libri a tracolla. Mi sorrise, un sorriso che sembrava quasi sfacciato.
“Buonasera, professoressa. Grazie per avermi ricevuto.”
“Prego, Marco. Entra pure,” risposi, cercando di mantenere il tono distaccato che uso sempre.

Lo feci accomodare nel mio studio, una stanza ordinata con una grande scrivania di legno e pile di libri sugli scaffali. Gli indicai una sedia di fronte a me, ma prima che si sedesse, si chinò per togliersi le scarpe da ginnastica. “Non voglio sporcare il pavimento,” disse con un mezzo sorriso. Quando le sue mani sfilarono le scarpe, un odore intenso, caldo, leggermente acre, mi colpì. Era l’odore dei suoi piedi dopo una lunga giornata, un misto di sudore e tessuto. Non so cosa mi prese. Sentii il cuore battere più forte, le guance arrossarsi. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dai suoi piedi nudi, con le dita lunghe e la pelle leggermente arrossata.

“Professoressa, tutto bene?” mi chiese, notando il mio disagio. La sua voce aveva un tono divertito, quasi beffardo.
“Io… sì, certo,” balbettai, cercando di riprendere il controllo. “Parliamo della tua tesi.”
Ma lui non si sedette. Si avvicinò alla scrivania, appoggiandosi con le mani sul bordo, e mi guardò dritto negli occhi. “Non mi sembra che tu stia bene. Sei rossa in faccia. Cosa c’è che non va? Ti dà fastidio qualcosa?”
“No, no, assolutamente,” mentii, ma la mia voce tremava. Sentivo il calore che mi saliva dal collo, e quel dannato odore sembrava avvolgermi.
“Non mi convince,” disse lui, incrociando le braccia. “Sai, penso di aver capito. Ti piace quello che vedi, vero? O meglio… quello che senti.” Fece un cenno verso i suoi piedi, e io sbiancai.
“Marco, non dire sciocchezze,” replicai, ma il tono non era convincente. Lui rise, una risata bassa e provocatoria.
“Non fare la finta tonta, Elena. Ti vedo come ti agiti. Vuoi che te lo dica chiaro? Ti eccita il mio odore. Ammettilo.”
“Non essere ridicolo,” sibilai, ma le mie mani tremavano mentre stringevo una penna.
“Allora perché non riesci a guardarmi negli occhi? Perché fissi per terra?” Si avvicinò ancora, e il suo tono si fece più duro. “Sai cosa penso? Che sotto quella maschera da professoressa severa c’è una donna che muore dalla voglia di lasciarsi andare. E io te lo permetto. Ma alle mie condizioni.”

Non so perché non lo fermai. Avrei dovuto cacciarlo di casa, dirgli che era inappropriato. Invece rimasi lì, immobile, mentre lui si sedeva sulla mia scrivania, proprio davanti a me, con i piedi appoggiati sul bordo. “Vieni qui sotto,” mi ordinò, indicando lo spazio sotto la scrivania. “Striscia, professoressa. Voglio vederti in ginocchio.”

Il cuore mi batteva all’impazzata. Una parte di me urlava di ribellarmi, ma un’altra, più profonda, voleva obbedire. Lentamente, come in trance, mi alzai dalla sedia e mi chinai. Mi misi a quattro zampe e strisciai sotto la scrivania, il pavimento freddo sotto le mani. Quando fui davanti a lui, sollevai lo sguardo. I suoi piedi erano a pochi centimetri dal mio viso, l’odore così forte che mi faceva girare la testa.
“Brava,” disse lui, con un ghigno. “Adesso fai quello che vuoi davvero. Lecca. E fai attenzione, perché se non lo fai bene, ti correggo.”

Esitai per un istante, il respiro corto. Poi, come se non fossi più io a comandare il mio corpo, avvicinai la bocca al suo piede destro. La mia lingua sfiorò la pelle ruvida del tallone, e un brivido mi attraversò. Il sapore era salato, intenso, un mix di sudore e pelle che mi faceva quasi perdere i sensi. Sentii la sua mano sulla mia testa, che mi guidava con decisione.
“No, no, Elena. Non così. Più forte, usa tutta la lingua. Dal tallone alle dita, dài. Non fare la timida,” mi rimproverò. La sua voce era ferma, autoritaria, e io obbedii. Passai la lingua lungo tutto il piede, sentendo ogni piega, ogni callosità. L’odore mi riempiva le narici, un misto di calore e umidità che mi faceva impazzire. Le sue dita si muovevano appena, sfiorandomi il viso, e io continuavo a leccare, a succhiare ogni dito con una dedizione che non riconoscevo.
“Così, brava. Finalmente ci metti impegno. Sei una studentessa diligente, eh?” disse, ridendo. “Ma guarda come ti piace. Sei tutta rossa, tutta bagnata, vero?”
Non risposi, ma lui aveva ragione. Sentivo il calore tra le gambe, un bisogno che cresceva con ogni suo ordine. Continuai a leccare il piede sinistro, prendendo ogni dito in bocca, succhiando con forza mentre lui mi guardava dall’alto, soddisfatto.
“Adesso basta,” disse dopo qualche minuto. “Esci da lì sotto. Voglio vedere quanto sei brava a fare altro.”

Uscii da sotto la scrivania, con le ginocchia che mi dolevano e il viso in fiamme. Lui scese dal bordo e mi afferrò per i fianchi, facendomi alzare. Con un movimento rapido, mi spinse contro la scrivania, il legno duro che mi premeva sulla schiena. “Togliti la gonna,” mi ordinò. Le mie mani tremavano mentre abbassavo la zip e lasciavo cadere il tessuto a terra. Sotto portavo un paio di mutandine nere, già fradice. Lui le guardò e sorrise. “Lo sapevo. Sei un disastro, Elena. Guarda come sei eccitata. Ti piace essere trattata così, vero?”
“Sì,” sussurrai, incapace di mentire.
“Brava. E adesso togliti tutto. Voglio vederti nuda mentre ti prendo.”

Mi sfilai la camicetta e il reggiseno, lasciandoli cadere a terra. I miei seni, pieni e con i capezzoli già turgidi, erano esposti al suo sguardo. Lui si avvicinò, afferrandomi un seno con una mano e stringendo forte. “Non male, professoressa. Hai un corpo che merita di essere usato.” Con l’altra mano mi abbassò le mutandine, lasciandomi completamente nuda. Sentivo il legno freddo della scrivania sotto i glutei mentre mi ci appoggiavo.

Marco si slacciò i jeans, lasciandoli cadere insieme ai boxer. Il suo membro era già duro, spesso, con una vena che pulsava lungo tutta la lunghezza. Doveva essere lungo almeno diciotto centimetri, e la vista mi fece deglutire a vuoto. “Ti piace?” chiese, notando il mio sguardo. “Rispondi.”
“Sì, mi piace,” ammisi, con la voce roca.
“Bene. Perché adesso lo userò per farti urlare. Girati e piegati sulla scrivania. Voglio vederti il culo per bene.”

Obbedii senza pensarci, girandomi e appoggiando il busto sul legno. Sentivo l’aria fresca sulla pelle nuda, mentre le sue mani mi afferravano i fianchi. “Hai un bel culo, lo sai? Rotondo, sodo. Perfetto per essere sculacciato.” E senza preavviso, mi diede una sculacciata forte sulla natica destra. Il bruciore mi fece sussultare, ma anche eccitare di più. “Ti piace, eh? Lo sento da come tremi,” disse, ridendo. Poi sentii la punta del suo membro sfiorarmi l’ingresso, caldo e duro contro la mia pelle bagnata.
“Dài, Marco, ti prego,” sussurrai, incapace di trattenermi.
“Ti prego cosa? Parla chiaro, puttanella leccapiedi,” mi provocò, spingendosi appena dentro, ma senza affondare.
“Ti prego, prendimi. Lo voglio tutto,” risposi, con la voce spezzata dal desiderio.
“Brava. Così mi piace,” disse, e con un colpo secco entrò dentro di me, riempiendomi completamente. Era grosso, e la sensazione di pienezza mi fece gemere forte. Cominciò a muoversi, lentamente all’inizio, ogni spinta profonda e controllata. Sentivo ogni centimetro di lui, il calore, la durezza, mentre le sue mani mi stringevano i fianchi con forza.

“Ti piace, vero? Dimmi quanto ti piace essere scopata così,” mi ordinò, accelerando il ritmo. Ogni colpo era più forte, più veloce, e la scrivania scricchiolava sotto di noi.
“Mi piace da morire. Continua, non fermarti,” ansimai, stringendo i bordi del legno con le mani. Il suono dei nostri corpi che si scontravano riempiva la stanza, un rumore ritmico e bagnato che mi faceva impazzire. Sentivo l’odore del suo sudore misto al mio, un odore animalesco che mi avvolgeva. Ogni tanto mi dava una sculacciata, il bruciore che si mescolava al piacere.
“Sei stretta, Elena. Mi fai impazzire. Sei proprio una puttanella leccapiedi perfetta,” ringhiò, spingendo ancora più forte. Sentivo le sue palle sbattere contro di me ad ogni affondo, un suono sordo e pesante. Il mio corpo tremava, il piacere che cresceva come un’onda pronta a travolgermi.

“Girati. Voglio vederti in faccia mentre vengo,” mi disse a un certo punto, tirandosi fuori per un momento. Mi voltai, appoggiando la schiena sulla scrivania e allargando le gambe. Lui mi guardò, gli occhi pieni di desiderio, e si posizionò tra le mie cosce. Mi penetrò di nuovo, questa volta guardandomi dritto negli occhi. “Tocca i miei piedi mentre ti scopo,” mi ordinò. Allungai una mano e sfiorai il suo piede destro, massaggiandolo mentre lui continuava a muoversi dentro di me. La sensazione della sua pelle ruvida sotto le dita, unita al ritmo delle sue spinte, mi mandava fuori di testa.
“Lecca le dita della mano che li ha toccati,” aggiunse, con un sorriso malizioso. Portai la mano alla bocca e succhiai le dita, sentendo ancora il sapore salato della sua pelle. Lui gemette, visibilmente eccitato. “Cazzo, sei proprio una troia. Mi fai venire solo a guardarti.”

Le sue spinte si fecero più rapide, più irregolari. Sentivo il suo membro pulsare dentro di me, il calore che cresceva. “Sto per venire, Elena. Dove lo vuoi?” chiese, con la voce roca.
“Ovunque tu voglia,” risposi, ansimando.
“Allora lo prendi tutto dentro. Stringi forte, dài,” ordinò, e con un ultimo affondo profondo, lo sentii esplodere dentro di me, un calore liquido che mi riempiva. Il suo gemito era gutturale, animalesco, e io stessa raggiunsi il culmine in quel momento, il mio corpo che si contraeva attorno a lui in spasmi incontrollabili. Gridai, un suono che non riconoscevo come mio, mentre l’orgasmo mi travolgeva, lasciandomi tremante e senza fiato.

Rimanemmo così per qualche istante, ansimando, il suo peso su di me, il legno della scrivania che mi premeva contro la schiena. Poi lui si tirò fuori lentamente, e sentii il suo seme colarmi lungo le cosce. Mi guardò con un sorriso soddisfatto. “Sei stata brava, professoressa. Molto brava.”

Non risposi. Ero ancora frastornata, il corpo che pulsava di piacere e stanchezza. Lui si rivestì con calma, come se nulla fosse, mentre io cercavo di riprendere fiato. “Ci vediamo alla prossima lezione, Elena. E porta la tesi. Ma sai già che parleremo di altro,” disse, con un ultimo ghigno, prima di prendere la borsa e andarsene.

Rimasi lì, nuda sulla scrivania, con il cuore che batteva ancora forte. Non so cosa mi fosse preso, ma una cosa era certa: niente sarebbe più stato lo stesso tra me e Marco.

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