Il ballo delle due regine
Non ero mai stato a una festa come quella. I miei amici, un gruppo di scapestrati che frequentavo più per abitudine che per vera affinità, mi avevano praticamente trascinato in un magazzino abbandonato alla periferia della città. “Tommaso, basta fare il secchione, per una sera molla i libri e vieni a divertirti,” aveva insistito Marco, il più insistente del gruppo, mentre mi passava una birra già aperta. Non avevo molta scelta, e dopo un paio di drink ero già meno rigido, meno me stesso. La musica pompava forte, un techno martellante che mi rimbombava nel petto, e le luci stroboscopiche mi facevano girare la testa. Non capivo bene cosa stessi facendo lì, tra gente mascherata, vestita di lattice, con collari e catene. Era un mondo che non mi apparteneva, ma l’alcol mi aveva reso curioso, quasi spavaldo.
A un certo punto, non so nemmeno come, mi sono ritrovato in un angolo con due ragazze che non conoscevo. Ridevano, con in mano dei trucchi e dei vestiti assurdi. “Dai, Tommaso, facci divertire, ti trasformiamo!” avevano detto, e io, mezzo ubriaco, avevo alzato le spalle. “Fate pure, tanto è solo uno scherzo.” In dieci minuti mi avevano truccato la faccia con un rossetto rosso fuoco, eyeliner sbavato e ciglia finte che pesavano come tende. Mi avevano fatto indossare una parrucca bionda platino, una gonna di pelle nera così corta che a malapena mi copriva il sedere e un top aderente che mi stringeva il petto. “Benvenuta, Tina!” avevano gridato, e io avevo riso, sentendomi ridicolo ma anche stranamente libero. Camminavo barcollando sui tacchi prestati, con le mutandine di pizzo che mi avevano infilato per gioco che mi grattavano in modo fastidioso. Eppure, c’era qualcosa di eccitante in quella trasformazione, nel non essere più me stesso.
Stavo tornando al centro della pista, con una nuova birra in mano, quando l’ho vista. Era in un angolo buio del magazzino, appoggiata a una colonna di metallo, con un bicchiere in mano e un sorriso storto che sembrava studiarmi. Alta, spalle larghe, muscoli definiti che si intravedevano sotto una canottiera nera aderente. Una barba corta e ben curata le incorniciava il viso, e i capelli rasati sui lati le davano un’aria da dura. Ma c’era qualcosa nei suoi occhi, un misto di sfida e gioco, che mi ha fatto fermare. “Ehi, biondina, ti sei persa?” ha detto con una voce bassa, leggermente roca, che mi ha colpito dritto allo stomaco. Ho sorriso, goffo, cercando di mantenere il personaggio. “Forse sì, mi aiuti a ritrovarmi?” ho risposto, con un tono che voleva essere provocante ma che probabilmente sembrava solo ubriaco.
Si è avvicinata, lenta, i suoi stivali pesanti che risuonavano sul pavimento di cemento nonostante la musica assordante. “Io sono Regina,” ha detto, porgendomi una mano callosa che ho stretto senza pensarci. “E tu sei…?” “Tina,” ho balbettato, sentendo il calore della sua stretta risalirmi lungo il braccio. Ha riso, un suono profondo e caldo. “Tina, eh? Mi piaci, Tina. Hai l’aria di una che ha bisogno di essere guidata.” Non so perché, ma quelle parole mi hanno fatto avvampare. Ero confuso, con la testa che girava, ma il suo sguardo fisso su di me mi teneva inchiodato lì.
“Seguimi,” ha detto, senza darmi il tempo di rispondere. Mi ha preso per un polso e mi ha trascinato verso un angolo ancora più buio, lontano dalla folla, dove la musica sembrava quasi ovattata. Sentivo il cuore battermi forte, un misto di paura e curiosità che mi faceva tremare le gambe. “Dove stiamo andando?” ho chiesto, la voce incerta. “Dove possiamo parlare senza che ci rompano,” ha risposto, voltandosi a guardarmi con quel sorriso che sembrava promettere guai. Mi ha spinto con delicatezza ma con fermezza contro il muro freddo, e il contatto con la superficie ruvida mi ha fatto sobbalzare. “Rilassati, Tina. Non mordo… a meno che tu non me lo chieda,” ha sussurrato, avvicinandosi al mio orecchio. Il suo fiato caldo mi ha fatto rabbrividire, e ho sentito un’ondata di calore scendere lungo la schiena.
Le sue mani si sono posate sui miei fianchi, stringendo con decisione il tessuto della gonna. “Ti sta bene questo look, sai? Ma scommetto che sotto sei ancora più interessante,” ha detto, sollevando lentamente l’orlo della gonna. Ho sentito l’aria fredda sfiorarmi le cosce, e il cuore mi è salito in gola. “Aspetta, io… non sono sicuro,” ho balbettato, ma la mia voce era debole, incerta. Lei ha riso piano, i suoi occhi che scintillavano sotto le luci intermittenti. “Non sei sicuro? Eppure il tuo corpo dice altro, Tina.” Ha premuto il suo bacino contro il mio, e ho sentito qualcosa di duro, spesso, spingere contro di me attraverso i suoi pantaloni di pelle. Il mio respiro si è mozzato. Non ero preparato a questo, ma il calore che mi montava dentro mi stava facendo perdere ogni controllo.
Ha infilato una mano sotto la gonna, sfiorando il bordo delle mutandine di pizzo. “Oh, guarda qua, sei già pronto per me,” ha mormorato, mentre le sue dita sfregavano contro il tessuto, sentendo il rigonfiamento del mio cazzo intrappolato lì sotto. Ho chiuso gli occhi, sopraffatto dalla sensazione, mentre il suo tocco mi faceva indurire ancora di più. “Ti piace, eh? Vuoi che continui?” ha chiesto, la voce carica di una promessa che mi faceva tremare. “Sì… continua,” ho sussurrato, quasi senza riconoscermi. Ha sorriso, un sorriso predatorio, e con un gesto deciso ha tirato giù le mutandine appena sotto il mio sedere, lasciandomi esposto. Il freddo del muro contro la schiena contrastava col calore della sua mano che mi stringeva una natica, aprendomi con un movimento lento ma fermo.
Ho sentito il suono della sua zip che si abbassava, e poi la pressione del suo cazzo contro di me. Era spesso, caldo, e la sensazione della sua pelle contro la mia mi ha fatto gemere prima ancora che entrasse. “Rilassati, Tina, ci penso io a te,” ha detto, mentre spingeva piano, la punta che si faceva strada dentro di me con una lentezza esasperante. Ho stretto i denti, il dolore che si mescolava a un piacere strano, profondo, che non avevo mai provato prima. “Cazzo, sei stretto,” ha grugnito, mordendomi il collo con forza mentre spingeva più a fondo. Ho urlato, un suono soffocato dalla musica, ma lei non si è fermata. Ha continuato a muoversi, ogni spinta più decisa della precedente, riempiendomi completamente. Sentivo ogni centimetro di lei, il calore, la pressione, il modo in cui il mio corpo si adattava a lei contro la mia volontà.
Le sue mani mi stringevano i fianchi, le unghie che affondavano nella carne mentre mi teneva fermo contro il muro. “Ti piace, vero? Dillo,” ha ordinato, la voce roca, mentre mi mordeva di nuovo, lasciandomi un segno sulla pelle. “Sì… cazzo, sì,” ho ansimato, incapace di trattenermi. Il mio cazzo, ancora intrappolato nelle mutandine abbassate, sfregava contro il tessuto a ogni spinta, e la sensazione era insostenibile. Ero schiacciato tra il piacere che mi esplodeva dentro e la frustrazione di non potermi toccare. Ogni movimento di Regina mi mandava ondate di calore in tutto il corpo, e il suo odore, un misto di sudore e pelle, mi riempiva le narici, rendendo tutto ancora più reale, più crudo.
“Sto per venire, Tina. Vuoi che ti riempia?” ha ringhiato, il ritmo delle sue spinte che accelerava, ogni colpo che mi faceva sbattere contro il muro. “Sì, fallo,” ho risposto, la voce spezzata, mentre sentivo il mio corpo cedere. È venuta con un grugnito profondo, e ho sentito il calore del suo seme dentro di me, un’esplosione che mi ha fatto tremare. Nello stesso momento, il mio cazzo ha pulsato violentemente, e sono venuto senza nemmeno toccarmi, il tessuto delle mutandine che si bagnava mentre il piacere mi travolgeva, lasciandomi senza fiato. Sono rimasto lì, ansimante, con le gambe che tremavano, mentre lei si appoggiava a me, il suo respiro caldo sul mio collo. “Brava, Tina,” ha sussurrato, dandomi un ultimo morso leggero prima di tirarsi indietro.
Non so come siamo arrivati fino a un letto. Credo che uno degli amici di Regina ci abbia offerto un posto dove passare la notte, un appartamento squallido non lontano dal magazzino. Ero troppo stanco, troppo ubriaco per ricordarmelo bene. Quando mi sono svegliato, la luce del mattino filtrava da una finestra sporca, e lei era lì, accanto a me, ancora mezza nuda, la barba un po’ in disordine ma gli occhi ancora pieni di quella scintilla giocosa. Io avevo ancora il trucco sbavato, il rossetto che mi macchiava le guance, e la parrucca bionda mezza storta sulla testa. “Buongiorno, Tina,” ha detto con un sorriso, stiracchiandosi. Ho riso, imbarazzato, passandomi una mano sul viso. “Buongiorno, Regina.”
Ci siamo guardati per un lungo momento, e poi lei si è avvicinata, posandomi una mano sul fianco. “Sai, ieri è stato divertente… ma voglio vedere come te la cavi da sobrio,” ha detto, la voce bassa, carica di sfida. Ho sentito un brivido risalirmi lungo la schiena, ma stavolta non era paura. Era voglia. “E se invertissimo i ruoli, stavolta?” ho proposto, sorprendendo persino me stesso. Il suo sorriso si è allargato, e ha annuito. “Affare fatto, Tina. Ma stavolta comando io… in un altro modo.”
Mi sono chinato su di lei, sentendo il suo corpo forte sotto di me, e ho capito che non sarei più stato lo stesso Tommaso di prima. Non dopo quella notte, non dopo di lei.
