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La sfida del climbing: Nico mi trasforma (parte 2)

La sfida del climbing: Nico mi trasforma (parte 2)

23 Marzo 2026·6 min di lettura

Sono passati un paio di giorni da quella sera in palestra, e non riesco a togliermi dalla testa quello che è successo con Nico. Non è tanto il fatto in sé, quanto il modo in cui mi sono sentito: fuori controllo, esposto, e – cazzo – eccitato da morire proprio per quello. Mi ripeto che è stato un caso, una botta di adrenalina post-allenamento, ma so che non è solo questo. Quando mi ha mandato un messaggio per dirmi che aveva prenotato la palestra per una sessione serale privata, “allenamento avanzato” l’ha chiamato, non ho esitato un secondo a dire di sì. Forse volevo solo vedere dove saremmo arrivati.

Arrivo in palestra verso le nove di sera. L’odore di magnesio e gomma dei materassi è sempre lo stesso, ma c’è un silenzio strano, quasi pesante, visto che siamo solo noi due. Nico è già lì, vicino alla parete da boulder, con un mucchio di corde extra appoggiate a terra e un’espressione concentrata mentre controlla i nodi. Mi guarda appena entro, con quegli occhi verdi che sembrano sempre sapere qualcosa che io non so.

“Ehi, Luca. Stasera proviamo una roba nuova,” dice, con quella voce calma ma ferma che ormai conosco bene. “Partner boulder con assicurazione fissa. Ti lego a un punto basso, traversi con poca libertà di movimento, e io ti spotto da vicino. È un esercizio per il controllo del corpo. Ti va?”

Lo guardo, un po’ scettico, ma c’è quella parte di me che non sa dire di no a una sfida. “Sembra una cazzata da equilibristi. Ma ok, ci sto. Tanto, se cado, ci sei tu, no?”

Fa un mezzo sorriso, di quelli che non capisci mai se è divertimento o altro. “Esatto. Fidati.”

Mi infilo l’imbrago, sentendo il tessuto che tira un po’ troppo sui fianchi mentre lo stringo. Nico prepara la corda, la fissa a un punto basso della parete e poi me la lega attorno, lasciando poco gioco. “Così devi lavorare di core, niente strappi,” spiega, tirando per testare la tensione. Mi arrampico sul traverso, un 6b facile, ma con la corda che limita i movimenti mi sento subito meno stabile. Ogni passo è un casino, i muscoli delle gambe e dell’addome tesi da morire.

“Non male,” dice Nico da sotto, con le mani pronte a prendermi se scivolo. “Ma puoi fare di meglio. Ti lego i polsi dietro, così devi per forza tenere l’equilibrio col busto. Ti aiuta a sentire il centro.”

“Che cazzo, Nico, vuoi farmi fare il contorsionista?” protesto, ma sto già ridendo, più per scaricare la tensione che altro. “Va bene, fai ‘sto esperimento.”

Scendo un attimo, e lui mi lega i polsi dietro la schiena con un’altra corda, non stretta da bloccarmi del tutto, ma abbastanza da farmi sentire limitato. Risalgo, e subito capisco che è un’altra storia: non posso usare le braccia per bilanciarmi, ogni movimento è un rischio. Sono appeso lì, vulnerabile, con il sudore che mi cola lungo la schiena, e Nico è proprio sotto di me, così vicino che sento il suo respiro.

“La postura, Luca. Devi spingere il bacino in fuori,” dice, e prima che possa rispondere, le sue mani sono già sui miei fianchi, sotto l’imbrago. Non è un tocco da spotter, è troppo deciso, troppo personale. Le sue dita scivolano lungo il bordo del tessuto, poi più giù, premendo sul perineo attraverso i pantaloncini. Trattengo il fiato, il cuore che mi martella nel petto. Sento il sangue affluire, il cazzo che si indurisce contro la stoffa, e non posso farci niente.

“Cazzo, Nico, che fai?” riesco a dire, ma la voce mi esce spezzata, più un gemito che una protesta.

“Ti correggo,” risponde secco, senza smettere di muovere le dita, un massaggio lento ma profondo che mi fa tremare le gambe. “Stai fermo, non rovinare l’esercizio.”

Vorrei rispondergli per le rime, ma il suo tocco mi manda fuori di testa. Sono appeso, legato, e non posso muovermi come vorrei. Sento l’umidità nei pantaloncini, la pressione che cresce, e una parte di me si chiede perché cazzo mi ecciti così tanto essere bloccato. Non dovrei essere io a comandare? Sempre stato così, no? Eppure, sto qui, a lasciarlo fare.

“Scendi, piano,” ordina dopo un po’, aiutandomi a toccare terra. Ma non mi slega. Mi spinge con una mano sul materassone, facendomi mettere in ginocchio. I polsi sono ancora legati dietro, e lui tiene la corda come se fosse una redine, tirando appena per farmi arcuare la schiena. Sento il suo corpo dietro di me, il calore della sua pelle attraverso i vestiti, e poi il rumore della zip che scende. Mi abbassa i pantaloncini quel tanto che basta, l’aria fresca che mi colpisce la pelle nuda.

“Non muoverti,” dice, con un tono che non ammette repliche. Prende qualcosa dalla tasca – un tubetto di gel, lo stesso che usiamo per le mani – e lo spalma con movimenti lenti, freddi, tra le mie natiche. Rabbrividisco, ma non è solo per il freddo. “Apri di più,” aggiunge, e obbedisco senza nemmeno pensarci, spingendo i fianchi indietro per quanto posso con le corde che mi bloccano.

Sento la pressione del suo cazzo che preme contro di me, lento, controllato. Non spinge subito, si ferma un attimo, lasciandomi sentire ogni centimetro mentre entra. È profondo, quasi troppo, e mi sfugge un gemito roco. “Cazzo, Nico,” rantolo, cercando di muovermi, di spingere indietro, ma le corde mi tengono fermo. Lui tira un po’ di più, costringendomi a inarcarmi ancora, e poi inizia a muoversi, spinte lente ma decise, che mi fanno tremare.

“Stai zitto e prendi,” dice, con una voce che ha una sfumatura nuova, più dura, quasi crudele. “Non devi fare niente, ci penso io.”

Quelle parole mi colpiscono più delle spinte, mi fanno sentire ancora più esposto, ma – dio santo – mi eccitano da morire. Ogni movimento è calcolato, ogni spinta sembra studiata per tenermi sul filo, tra il dolore e un piacere che mi brucia dentro. Non posso toccarmi, non posso fare niente, e la stimolazione interna mi porta a un punto in cui non capisco più niente. Vengo così, senza nemmeno sfiorarmi, un orgasmo che mi scuote tutto, i gemiti che mi escono senza controllo mentre il corpo si contrae attorno a lui.

Nico non si ferma, continua a spingere, più forte ora, finché non lo sento irrigidirsi, un rantolo basso che gli sfugge mentre viene dentro di me. Il calore mi riempie, e resto lì, ansimante, con il sudore che mi cola lungo il collo e le gambe che tremano. Non si ritira subito, resta fermo un momento, come per prolungare la cosa, poi esce lentamente, lasciandomi un senso di vuoto e il liquido che mi gocciola lungo le cosce.

Non mi slega subito. Mi lascia lì, in ginocchio, con i polsi ancora legati e il fiato corto. “Aspetta un attimo, lascia che ti guardo così,” dice, con un tono che mi gela. Non c’è niente di scherzoso, niente di amichevole. È come se godesse a vedermi in questo stato, bloccato, vulnerabile, un casino totale. E io, cazzo, non so cosa pensare. Una parte di me vorrebbe urlargli di slegarmi e riprendere il controllo, ma un’altra parte – quella che mi spaventa – vuole restare così, lasciarlo fare, vedere fino a dove arriva.

Dopo qualche minuto che sembra un’eternità, tira la corda per sciogliere i nodi ai polsi. Mi alzo piano, le braccia intorpidite, e mi tiro su i pantaloncini in fretta, cercando di darmi un contegno. Lui si sistema, tranquillo come sempre, e arrotola le corde senza dire una parola. Ma i suoi occhi sono su di me, lo sento, e quando mi guarda c’è qualcosa di diverso, qualcosa che mi fa rabbrividire.

“Buona sessione, no?” dice alla fine, con quel mezzo sorriso che non capisco mai. Io annuisco, ma dentro ho un casino di pensieri. Perché mi sono lasciato fare tutto questo? E perché, cazzo, voglio già sapere cosa succederà la prossima volta?

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