Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Pazzo per i piedi della mia vicina

Pazzo per i piedi della mia vicina

27 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono Marco, ho trentacinque anni e vivo da solo in un appartamento al terzo piano di un condominio tranquillo, in una zona residenziale appena fuori dal centro. È estate, fa un caldo infernale e passo le serate sul balcone a fumare una sigaretta, con una birra fredda in mano, cercando di rilassarmi dopo il lavoro. È lì che ho notato lei per la prima volta. La mia vicina, Giulia, abita nell’appartamento accanto al mio. Non ci siamo mai parlati molto, solo qualche saluto di cortesia in ascensore. È una ragazza sulla trentina, capelli scuri, fisico snello ma con curve al posto giusto. Niente di straordinario, ma c’è qualcosa nel suo modo di fare, un’aria di sicurezza, che ti colpisce.

Quello che mi ha davvero catturato, però, è stata un’abitudine che ho notato nelle ultime settimane. Ogni sera, verso le dieci, si siede sul suo balcone con un bicchiere di vino in mano e appoggia i piedi nudi sulla ringhiera. Sono piedi curati, con le unghie smaltate di un rosso acceso, ma sempre un po’ sporchi di polvere, come se avesse camminato a lungo senza scarpe. Non so perché, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo. Era un misto di curiosità e imbarazzo. Li fissavo, con il cuore che batteva un po’ più forte, e mi sentivo un idiota per questo.

Una sera, mentre ero sul balcone con la mia birra, lei si è girata verso di me e ha sorriso. “Ehi, Marco, non ci parliamo mai. Ti va di bere qualcosa insieme? Ho aperto una bottiglia di bianco, ma è troppo per me da sola.” La sua voce era calma, ma con un tono che non ammetteva rifiuti. Ho esitato un attimo, ma ho annuito. “Certo, perché no.”

Mi sono spostato sul suo balcone, separato dal mio solo da una piccola ringhiera. Aveva una sedia libera accanto alla sua, e mi sono seduto. Abbiamo iniziato a chiacchierare del più e del meno: il caldo, il lavoro, il condominio. Dopo il secondo bicchiere, però, l’atmosfera è cambiata. Lei ha appoggiato i piedi sulla ringhiera, proprio come faceva sempre, a pochi centimetri da me. Li vedevo da vicino, la pelle leggermente lucida di sudore, le dita che si muovevano pigramente. Ho cercato di non guardare, ma i miei occhi continuavano a tornare lì.

“Ti piacciono, vero?” ha detto all’improvviso, con un sorriso malizioso. Mi sono sentito gelare. “C-cosa?” ho balbettato, con la faccia che bruciava. Lei ha riso, una risata bassa e roca. “Non fare il finto tonto. Ti ho visto. Ogni sera, mi guardi i piedi. Pensi che non me ne accorga?” Ho aperto la bocca per negare, ma non sono riuscito a dire nulla. Ero mortificato, volevo sparire. Lei ha inclinato la testa, studiandomi. “Non c’è niente di male. Anzi, sai che ti dico? Vieni più vicino.”

Non so perché, ma ho obbedito. Mi sono alzato e mi sono avvicinato, fermo davanti a lei, con il cuore che mi martellava nel petto. “Siediti lì, per terra,” ha detto, indicando il pavimento del balcone. La sua voce era ferma, quasi un ordine. Mi sono abbassato, sedendomi ai suoi piedi, e lei ha sollevato una gamba, appoggiandomi il piede destro direttamente sul viso. La pelle era calda, umida di sudore, con un odore acre e terroso che mi ha colpito come un pugno. Ho cercato di spostarmi, ma lei ha premuto più forte. “Rilassati, è solo un gioco,” ha sussurrato, ridendo piano. “Non ti piace? Lo so che ti piace.”

Ero umiliato, con la faccia che bruciava di vergogna, ma una parte di me, una parte che non volevo ammettere, stava reagendo. Sentivo il sangue pulsarmi nelle tempie, e un’eccitazione che non riuscivo a controllare mi cresceva dentro. Lei lo ha notato, il suo sorriso si è allargato. “Vedi? Non serve mentire. Dai, dammi un bacio. Qui, sulla pianta.” Ha spinto il piede contro la mia bocca, e io, come un automa, ho aperto le labbra. Ho sentito il sapore salato della sua pelle, la ruvidità leggera sotto la lingua. Mi sentivo patetico, ma non riuscivo a fermarmi.

“Bravo, così,” ha detto lei, con una voce che trasudava soddisfazione. “Leccami bene, puliscimi. Sono stata in piedi tutto il giorno, sai?” Ho chiuso gli occhi, cercando di ignorare la vergogna, e ho passato la lingua sulla pianta del suo piede, dalle dita al tallone. Ogni movimento mi faceva sentire più piccolo, più sottomesso, ma allo stesso tempo c’era una scarica di eccitazione che mi travolgeva. Il suono della mia lingua contro la sua pelle era umido, imbarazzante, e il suo odore mi riempiva i polmoni. Lei sospirava piano, come se si godesse ogni istante. “Mmm, sei bravo. Passa tra le dita, non essere timido.”

Ho fatto come diceva, infilando la lingua tra le sue dita, sentendo il sudore accumulato lì, il sapore ancora più forte, quasi amaro. Le sue unghie smaltate mi graffiavano leggermente le labbra mentre lavoravo, e lei continuava a parlare, con quel tono che mi faceva sentire un oggetto. “Ti piace, vero? Essere il mio leccapiedi personale. Guarda come ti sei ridotto, Marco. Sei proprio un cagnolino.”

Quelle parole mi colpivano come schiaffi, ma invece di farmi arrabbiare, mi eccitavano di più. Ero in ginocchio, con il suo piede in bocca, e non riuscivo a smettere. Lei ha sollevato l’altro piede, appoggiandomelo sulla spalla, e ha iniziato a muoverlo, strofinandomelo contro il collo. “Succhiami le dita, una per una,” ha ordinato, e io ho obbedito, prendendole in bocca, sentendo la durezza delle unghie contro la lingua, il calore della sua pelle. Ogni tanto mi dava un colpetto con il tallone, come per ricordarmi chi comandava. “Più forte, non fare il delicato,” diceva, e io aumentavo la pressione, leccando e succhiando come se non potessi fare altro.

Dopo un po’, mi ha spinto via con un movimento deciso del piede. “Togliti la maglietta,” ha detto, guardandomi dall’alto. Ero fradicio di sudore, non solo per il caldo, ma per l’intensità di quello che stavo provando. Mi sono tolto la maglietta, e lei ha sorriso. “Vieni più vicino, striscia.” Mi sono abbassato ancora di più, praticamente sdraiato sul pavimento del balcone, e lei ha appoggiato entrambi i piedi sul mio petto nudo. La sensazione della sua pelle contro la mia era elettrica, il peso dei suoi talloni che premevano sulla mia carne. Ha iniziato a muoverli, strofinandoli su di me, scendendo verso il mio stomaco, e poi ancora più giù, fino a sfiorare la cintura dei pantaloni.

“Lo vuoi, vero?” ha detto, con un ghigno. “Dimmi quanto lo vuoi.” Mi sono sentito soffocare dalla vergogna, ma ho balbettato: “Sì, lo voglio. Ti prego.” Lei ha riso, un suono che mi ha fatto rabbrividire. “Ti prego cosa? Parla chiaro.” Ho deglutito a fatica. “Ti prego, continua. Fammi… fammi fare quello che vuoi.” Le sue sopracciglia si sono alzate, soddisfatte. “Bravo. Vedi che impari in fretta?”

Ha spinto i piedi più in basso, facendoli scivolare sopra i miei pantaloni, proprio dove sentivo la tensione crescere. La pressione era leggera ma insistente, e io ansimavo, incapace di controllarmi. “Guardati, sei un disastro,” ha detto, con una risata crudele. “Ti ecciti solo perché ti uso i piedi. Patetico.” Ha premuto più forte, muovendoli in cerchio, e io ho chiuso gli occhi, sentendo il tessuto dei pantaloni che sfregava contro di me, il calore dei suoi piedi che mi faceva impazzire. Ogni tanto sollevava un piede e me lo appoggiava di nuovo in faccia, costringendomi a leccare mentre l’altro continuava a tormentarmi. “Lecca e stai zitto,” diceva, e io obbedivo, con la lingua che lavorava freneticamente, il sapore salato che mi riempiva la bocca.

Dopo minuti che sembravano ore, ha smesso di muoversi e mi ha guardato negli occhi. “Togliti tutto,” ha ordinato. Ero in uno stato di trance, non riuscivo a pensare. Mi sono alzato appena, slacciandomi i pantaloni e abbassandoli insieme ai boxer. Ero nudo, esposto, e lei mi ha squadrato con un’espressione di puro potere. “Torna giù, striscia,” ha detto, e io mi sono rimesso a terra, ai suoi piedi. Ha appoggiato di nuovo i piedi sul mio corpo, stavolta sulla mia pelle nuda, e ha iniziato a muoverli, scendendo lentamente. Quando li ha appoggiati su di me, proprio lì, ho sentito un’ondata di calore che mi ha fatto gemere. “Shh, non fare rumore,” ha detto, con un sorriso. “O vuoi che tutto il condominio sappia che sei il mio schiavo?”

Ha iniziato a muovere i piedi con un ritmo lento, quasi crudele, usando le dita per stringere e strofinare. La sensazione era intensa, quasi dolorosa, ma allo stesso tempo mi faceva perdere la testa. Sentivo la ruvidità della sua pelle, il sudore che lubrificava ogni movimento, e il suo odore che mi avvolgeva. “Ti piace, vero? Dimmi quanto ti piace,” ha detto, e io ho ansimato: “Sì, tantissimo. Non smettere, ti prego.” Lei ha riso. “Oh, non smetto. Non finché non mi implori di più.”

Ha continuato, alternando la pressione, a volte leggera, a volte più forte, usando entrambi i piedi per stringermi e strofinarmi. Ogni tanto me ne metteva uno in faccia, costringendomi a leccare mentre l’altro lavorava su di me. “Succhiami il tallone,” ordinava, e io lo facevo, sentendo la durezza contro la lingua, il sapore che mi travolgeva. Il suono dei miei gemiti, dei miei respiri affannosi, si mescolava al rumore dei suoi piedi che si muovevano su di me, un ritmo umido e costante. Sentivo il calore crescere, un’onda che non potevo fermare, e lei lo ha capito. “Non ancora,” ha detto, rallentando di colpo. “Non ti ho dato il permesso.”

Mi ha tormentato così per un tempo che non so quantificare, portandomi al limite e poi fermandosi, ridendo mentre mi vedeva tremare sotto di lei. “Implorami,” ha detto alla fine, con un tono che non ammetteva rifiuti. “Dillo. Dimmi cosa vuoi.” Ero al limite, con il fiato corto, il corpo che bruciava. “Ti prego, fammi venire. Ti supplico, Giulia, fai quello che vuoi, ma non fermarti.” Lei ha sorriso, un sorriso che mi ha fatto sentire minuscolo. “Bravo. Ora sì.”

Ha ripreso a muovere i piedi, stavolta con un ritmo più veloce, più deciso. Li usava con precisione, stringendo e strofinando, le dita che si muovevano come se sapessero esattamente cosa fare. Sentivo ogni dettaglio, la pressione dei suoi talloni, la morbidezza delle piante, il sudore che rendeva tutto più scivoloso. Il suo odore mi riempiva, il suono dei miei gemiti si mescolava al suo respiro leggermente accelerato. “Dai, cagnolino, lasciati andare,” ha sussurrato, e quelle parole, unite al movimento dei suoi piedi, mi hanno spinto oltre il limite.

È stato un’esplosione, un’onda che mi ha travolto completamente. Ho chiuso gli occhi, ansimando, mentre tutto il mio corpo si tendeva e poi si rilassava, lasciandomi svuotato. Lei ha continuato a muovere i piedi per qualche istante, come per prolungare il mio tormento, poi li ha sollevati e me li ha appoggiati di nuovo in faccia. “Puliscili,” ha ordinato, e io, senza fiato, ho leccato via il sudore e tutto il resto, sentendo il sapore mescolarsi nella mia bocca.

Quando ha finito, mi ha guardato dall’alto, con un’espressione soddisfatta. “Ora vai a casa, Marco. Ma sappi una cosa: da stasera, sei mio. Quando voglio, tu strisci. Capito?” Ho annuito, con la testa che girava, incapace di ribattere. Mi sono rivestito in silenzio, sono tornato sul mio balcone e mi sono seduto, fissando il vuoto. Sapevo che qualcosa dentro di me era cambiato. Sapevo che, ogni volta che l’avrei vista, avrei pensato a quella sera, ai suoi piedi sulla ringhiera, e a come mi aveva ridotto. E, in un angolo della mia mente, sapevo che non vedevo l’ora che accadesse di nuovo.

Lascia un commento