Sotto la scrivania
Non so esattamente come sia iniziato tutto questo. Forse è stata quella prima occhiata che mi ha lanciato il giorno in cui sono entrato nello studio come stagista, con la camicia stirata male e un fascicolo di carte che mi tremava tra le mani. Lui, il dottor Marchetti, avvocato di grido, quarantacinque anni, capelli brizzolati e un sorriso che sembrava sempre sul punto di trasformarsi in un ghigno. Mi ha guardato dall’alto della sua scrivania di mogano, con quegli occhi che sembravano spogliarmi strato per strato, e ha detto: “Bene, ragazzo, vediamo se sai stare al passo.”
Non era solo una questione di lavoro. Lo capii presto. Dopo due settimane, mi convocò nel suo ufficio a fine giornata. La porta chiusa a chiave, le tende abbassate. “Hai fatto un buon lavoro con quel contratto,” mi disse, con la voce bassa, quasi un sussurro. Mi avvicinai per mostrargli un dettaglio su un documento, e sentii la sua mano sfiorarmi la schiena, un tocco leggero ma deciso, che mi fece irrigidire. “Rilassati,” mormorò, e io non riuscii a dire niente, con il cuore che mi batteva come un tamburo. Non so perché non mi tirai indietro. Forse perché lo volevo anch’io, da qualche parte dentro di me, anche se non lo ammettevo.
Da quel giorno, tutto è cambiato. Sono diventato il suo segretario personale, ma non nel senso che scriverei lettere o fisserei appuntamenti. No, il mio posto è sotto la sua scrivania, nascosto come un segreto sporco, mentre lui conduce riunioni con clienti e colleghi. La prima volta che l’ho fatto, tremavo così tanto che pensavo mi avrebbero sentito. Ma lui era calmo, con quella voce ferma che non tradiva nulla, mentre discuteva di clausole e penali. Io, inginocchiato tra le sue gambe, sentivo il tessuto ruvido dei suoi pantaloni contro le guance, il calore della sua pelle sotto le dita mentre gli slacciavo la cintura. “Piano,” mi sussurrò, senza nemmeno guardarmi, mentre sopra di me continuavano a parlare di cifre e scadenze.
Ora è routine. Ogni riunione importante, ogni incontro con qualcuno che conta, io sono lì sotto. Mi piace e mi odio per questo. Mi sento sporco, ma non riesco a smettere. È come una droga, il modo in cui mi guarda quando esco da sotto la scrivania, con quel mezzo sorriso che dice tutto senza dire niente. E poi c’è stato l’ultimo episodio, quello che mi ha fatto sentire davvero al limite. Eravamo nel suo ufficio, con due colleghi seduti davanti a lui, un uomo e una donna, entrambi avvocati senior dello studio. Discutevano di una causa complicata, carte sparse sul tavolo, voci che si sovrapponevano. Io ero già sotto, nascosto dalla scrivania, con le ginocchia che mi facevano male contro il pavimento duro.
“Passami quel fascicolo, Giorgio,” disse la donna, e Marchetti si sporse appena, porgendoglielo con una mano, mentre con l’altra mi teneva la testa, guidandomi. Sentivo il suo odore forte, muschiato, un misto di sudore e colonia costosa. La sua pelle era calda, tesa, e io cercavo di muovermi piano, senza fare rumore, mentre lui continuava a parlare come se niente fosse. “Sì, dobbiamo rivedere il paragrafo sette,” disse, con la voce calma, ma sentivo il suo respiro farsi appena più corto. Io ero lì, con la bocca piena, la lingua che scivolava lenta lungo la sua lunghezza, sentendo ogni vena, ogni pulsazione. Era grosso, più di quanto mi aspettassi la prima volta, e ogni movimento mi riempiva, mi faceva quasi soffocare, ma non mi fermavo. Non potevo.
“Tu che ne pensi, Marchetti?” chiese l’uomo, e lui rispose senza esitazione, mentre le sue dita si stringevano nei miei capelli. “Penso che possiamo spuntarla, se giochiamo bene le nostre carte.” E io sentivo il suo controllo, il modo in cui si teneva saldo mentre io lo lavoravo con la bocca, succhiando più forte, sentendo il sapore salato sulla lingua, il calore che mi bruciava la gola. Non so come facesse a non tradirsi, ma era così: impassibile sopra, mentre sotto io lo portavo al limite.
Poi successe. Sentii il suo corpo irrigidirsi, un segnale che ormai conoscevo bene. “Aspetta un attimo,” disse ai colleghi, come se dovesse riflettere su qualcosa, ma in realtà stava solo cercando di non perdere il controllo davanti a loro. “Continuate voi, io ascolto.” E con quelle parole, mi spinse più a fondo, tenendomi fermo. Sentii il suo calore esplodermi in bocca, un fiotto caldo, denso, che mi riempì quasi troppo in fretta. Non potei fare altro che ingoiare, con il cuore che mi martellava nel petto, mentre cercavo di non fare rumore. Il sapore era forte, amaro, e mi rimase in gola mentre cercavo di respirare piano. Lui mi lasciò andare solo dopo un momento, con un tocco leggero sulla nuca, come un segnale di approvazione.
“Scusate, ho avuto un pensiero,” disse ai due, con una risata leggera, come se niente fosse. Io ero ancora sotto, con le labbra umide, il respiro corto, sentendo il battito del mio cuore nelle orecchie. Non riuscivo a credere che l’avessero ignorato, che non avessero notato nulla. Ma loro continuarono a parlare, come se io non fossi lì, come se non avessero sentito il lieve fruscio o visto il modo in cui Marchetti si era mosso sulla sedia. Mi sentivo esposto, umiliato, ma allo stesso tempo c’era qualcosa di elettrico in tutto questo, qualcosa che mi faceva tremare non solo di vergogna, ma di eccitazione.
Quando finalmente uscirono, lui mi fece segno di alzarmi. “Bravo,” mi disse, con quel tono basso che mi faceva sempre rabbrividire. Mi pulii la bocca con il dorso della mano, sentendo ancora il suo sapore sulle labbra. “Non ti preoccupi che lo capiscano?” chiesi, con la voce un po’ rauca. Lui rise, una risata breve e secca. “E anche se fosse? Pensi che direbbero qualcosa? Sanno chi comanda qui.” Mi guardò negli occhi, e io sentii quel calore risalirmi lungo la schiena. “E tu, ti piace essere il mio piccolo segreto, vero?”
Non risposi, ma non serviva. Lo sapeva. Mi fece avvicinare, mi tirò per la camicia e mi baciò, un bacio duro, invasivo, con la sua lingua che cercava il mio sapore nella mia bocca. “Sai di me,” mormorò contro le mie labbra, e io non potei fare a meno di gemere piano. Mi spinse contro la scrivania, con le mani che già mi slacciavano la cintura. “Girati,” ordinò, e io obbedii senza pensare, con il respiro che mi si mozzava in gola.
Sentii i pantaloni scivolarmi lungo le gambe, il freddo del legno contro il mio stomaco mentre mi piegavo in avanti. Le sue mani erano ruvide, decise, mentre mi afferravano i fianchi. “Rilassati,” disse, e io cercai di farlo, anche se il cuore mi batteva all’impazzata. Sentii la sua saliva, calda e bagnata, mentre si preparava, e poi la pressione, lenta ma inesorabile, mentre mi entrava dentro. Gemetti, un suono che non riuscii a trattenere, e lui mi zittì con una mano sulla bocca. “Piano, o vuoi che ci sentano tutti?” sussurrò, ma c’era un divertimento nella sua voce, come se l’idea lo eccitasse.
Il dolore iniziale lasciò presto posto a un calore bruciante, a un senso di pienezza che mi faceva tremare. Si muoveva piano all’inizio, con spinte controllate, profonde, e io sentivo ogni centimetro di lui, ogni movimento che mi apriva, mi riempiva. Il suo respiro era caldo contro la mia nuca, i suoi grugniti bassi, quasi animali, mentre accelerava il ritmo. “Cazzo, sei stretto,” ringhiò, e io non potei fare altro che stringere i bordi della scrivania, con le nocche bianche, mentre cercavo di non urlare. Il legno scricchiolava sotto di noi, un suono ritmico che si mescolava al rumore bagnato dei nostri corpi, al suo respiro pesante, al mio gemito soffocato.
Le sue mani mi tenevano fermo, una sul fianco, l’altra che si spostava per afferrarmi, per toccarmi davanti, facendomi perdere del tutto la testa. “Ti piace, eh?” disse, con la voce roca, mentre le sue dita si muovevano rapide, in sincronia con le sue spinte. Non riuscii a rispondere, solo a gemere contro la sua mano, sentendo il piacere montare dentro di me, un’onda che mi travolgeva senza lasciarmi scampo. Ogni spinta era più forte, più profonda, e io sentivo il suo sudore gocciolarmi sulla schiena, il suo odore che mi avvolgeva, un misto di sesso e potere.
“Sto per venire di nuovo,” grugnì, e io sentii il suo ritmo diventare irregolare, frenetico. Mi strinse più forte, affondando in me con una forza che mi fece quasi perdere l’equilibrio, e poi lo sentii, caldo e abbondante, riempirmi dentro. Il suo gemito fu un suono gutturale, profondo, mentre si svuotava, tremando contro di me. Io ero al limite, e bastò un ultimo tocco della sua mano per farmi crollare, un’esplosione che mi fece stringere i denti per non urlare, con il corpo che si contraeva sotto di lui.
Rimanemmo così per un momento, ansimanti, con il suo peso ancora su di me, il suo respiro caldo contro la mia pelle. Poi si tirò indietro, lento, e io sentii il vuoto, il calore che ancora mi bruciava dentro. Mi rialzai piano, con le gambe che tremavano, e lui mi guardò con quel sorrisetto che ormai conoscevo bene. “Pulisciti,” disse, passandomi un fazzoletto dalla tasca. “E preparati, perché domani abbiamo un’altra riunione.”
Non dissi nulla. Mi rivestii in silenzio, sentendo ancora il suo sapore in bocca, il suo calore dentro di me. Sapevo che non avrei smesso, che non potevo. Ogni volta che entravo in quell’ufficio, ogni volta che mi inginocchiavo sotto quella scrivania, era come se una parte di me si perdesse, ma un’altra si trovasse. E mentre uscivo dalla stanza, con le sue ultime parole che mi ronzavano nella testa, sentii un brivido corrermi lungo la schiena. Domani. Un’altra riunione. Un altro segreto da custodire sotto quella scrivania.
