Non sei mia figlia
Sono le due di notte quando barcollo dentro casa, il sapore acre della vodka ancora sulla lingua e il mondo che gira appena. La festa è stata un disastro, un miscuglio di musica troppo alta, ragazzi che mi mettevano le mani addosso e bicchieri che non smettevano di riempirsi. Ho preso un taxi per tornare, con i tacchi che mi uccidevano i piedi e la gonna che mi tira su troppo. La porta di casa sbatte alle mie spalle, un rumore secco che rompe il silenzio.
Vedo subito Marco in salotto. È seduto sul divano, una birra in mano, la televisione accesa su un qualche documentario noioso. Ha una camicia sbottonata sul petto, i capelli scuri un po’ spettinati, e quegli occhi verdi che sembrano sempre scavarti dentro. È il nuovo marito di mia madre, da appena sei mesi, ma è come se fosse qui da anni. Non so se lo odio o se mi piace troppo. So solo che quando lo guardo, qualcosa dentro di me si contorce.
«Dove cavolo sei stata fino a quest’ora?» La sua voce è bassa, ma tagliente. Non si volta nemmeno, tiene lo sguardo fisso sullo schermo.
«Non sono affari tuoi,» biascico, togliendomi le scarpe con un calcio. Mi appoggio al muro per non cadere. «Non sei mio padre, quindi smettila di fare il guardiano.»
Si gira finalmente, gli occhi stretti, un sopracciglio alzato. «Sei ubriaca. Puzzi di alcol da qui. Tua madre torna domani mattina, e se ti vede in questo stato, sai come finisce.»
Rido, una risata amara che mi sfugge senza controllo. «Oh, povero Marco, sempre preoccupato per la mammina. Sai che c’è? Non me ne frega niente. E non me ne frega di quello che pensi tu.»
Si alza dal divano in un movimento rapido, la birra lasciata sul tavolino. È alto, imponente, con spalle larghe che sembrano sempre sul punto di spaccare qualcosa. Si avvicina, e il suo profumo mi colpisce, un misto di dopobarba e sudore leggero. «Attenta a come parli, ragazzina. Non sono dell’umore per le tue stronzate stasera.»
«Ragazzina?» Lo guardo dritto negli occhi, il cuore che batte più forte, non so se per la rabbia o per altro. «Ho ventitré anni, Marco. Non sono una bambina. E tu non sei nessuno per dirmi cosa fare.»
Siamo a pochi centimetri, il suo respiro caldo sul mio viso. Sento il calore del suo corpo, e per un attimo mi rendo conto di quanto sono piccola rispetto a lui. La gonna corta lascia le gambe scoperte, e vedo il suo sguardo scendere per un secondo, poi tornare su. «Smettila di fare la dura,» dice, la voce più bassa, quasi un ringhio. «Sai che non funziona con me.»
Il silenzio tra noi è pesante, carico. Mi accorgo che sto tremando, ma non per la paura. C’è qualcosa nell’aria, qualcosa che non dovremmo nemmeno pensare. «E tu smettila di guardarmi così,» sussurro, ma la mia voce tradisce un’incertezza che non vorrei.
«Così come?» Fa un passo avanti, e io indietreggio istintivamente, finendo con le spalle contro il muro. Mi guarda dall’alto, un mezzo sorriso che gli incurva le labbra. «Dimmi, come ti sto guardando?»
Deglutisco, la gola secca. Il cuore mi martella nel petto, e sento un calore che sale dal basso, tra le gambe. Non dovrei. Non con lui. Ma non riesco a staccare gli occhi dai suoi. «Come se… come se volessi qualcosa che non puoi avere.»
Ride, una risata corta e aspra. «E tu? Tu non lo vuoi, vero?» La sua mano si alza, sfiora il mio braccio, e il contatto mi fa rabbrividire. La sua pelle è ruvida, calda, e il tocco è leggero ma deciso. «Non fare la santarellina. Ti vedo, sai? Come ti muovi, come mi guardi quando pensi che non me ne accorga.»
«Sei fuori di testa,» dico, ma la mia voce trema. Provo a spingerlo via, ma la mia mano resta sul suo petto, sente i muscoli tesi sotto la camicia. Non lo spingo davvero. Non ci riesco.
«Sono fuori di testa?» Si china, la sua bocca a un soffio dalla mia. L’odore della birra nel suo alito si mescola al mio, e sento il suo calore ovunque. «Allora perché non ti muovi? Perché non mi mandi via?»
Non rispondo. Non posso. E in quel momento, con un movimento brusco, mi spinge verso il divano. Cado all’indietro, il tessuto ruvido sotto di me, e lui mi è sopra in un istante, le mani ai lati della mia testa, il suo peso che mi inchioda. «Non sei mia figlia,» dice, la voce roca, quasi un lamento. «Ma ti tratto come se lo fossi da troppo tempo.»
Quelle parole mi colpiscono come un pugno, ma non in senso negativo. Mi accendono. Il suo sguardo è feroce, pieno di rabbia e desiderio, e io mi ritrovo ad annuire, anche se non so perché. «Marco…» inizio, ma lui mi interrompe.
«Zitta.» La sua bocca si schianta sulla mia, un bacio duro, affamato. Sa di birra e di qualcosa di più forte, qualcosa di proibito. La sua lingua spinge contro la mia, e io non resisto, lo lascio entrare. Le sue mani scivolano sotto la mia gonna, afferrano le cosce nude con una forza che mi fa gemere nella sua bocca. Le sue dita sono callose, stringono la carne, lasciando segni che so già saranno rossi domani.
«Dimmi che non lo vuoi,» mormora contro le mie labbra, il respiro corto. «Dimmi di fermarmi, e lo faccio.»
Ma non lo dico. Non voglio che si fermi. Invece, gli afferro la camicia, tirandolo più vicino. «Fallo e basta,» sussurro, la voce spezzata. «Non parlare. Fallo.»
Ride di nuovo, un suono profondo che mi vibra nel petto. Mi alza la gonna fino alla vita, esponendo le mutandine nere di pizzo che porto. Le sue dita le sfiorano, poi le tirano di lato con un gesto secco. «Cazzo, sei già bagnata,» dice, guardandomi negli occhi mentre le sue dita scivolano dentro di me, due in un colpo solo, senza preavviso. Gemo forte, il dolore e il piacere che si mescolano, e lui sorride, un sorriso cattivo. «Lo sapevi che sarebbe finita così, vero? Lo volevi da quando sono entrato in questa casa.»
«Sta’ zitto,» ansimo, ma non lo penso davvero. Le sue dita si muovono rapide, dentro e fuori, il suono umido che riempie il silenzio del salotto. Ogni spinta mi fa stringere i muscoli, e sento l’odore del mio stesso desiderio, acre e dolce, mescolarsi al suo. La sua mano libera mi strappa la camicetta, i bottoni che saltano via, e il mio reggiseno segue poco dopo. I miei seni sono piccoli, ma lui li guarda come se fossero la cosa più bella che abbia mai visto. Si china, prende un capezzolo tra i denti, mordendo appena, e io inarco la schiena, un grido che mi sfugge.
«Ti piace, eh?» dice, alzando lo sguardo su di me, la bocca ancora vicina alla mia pelle. «Dimmi quanto ti piace, piccola. Voglio sentirlo.»
«Mi piace,» ammetto, le parole che escono a fatica tra un gemito e l’altro. «Mi piace troppo. Non fermarti, ti prego.»
«Non mi fermo,» ringhia, togliendo le dita da me solo per slacciarsi i pantaloni. Lo vedo tirare fuori il suo membro, duro, grosso, più di quanto immaginassi. È lungo, spesso, con vene che pulsano sotto la pelle tesa, e la punta già lucida. Mi guarda mentre lo fisso, e un sorriso gli piega le labbra. «Ti spaventa? O lo vuoi tutto dentro?»
«Lo voglio,» dico senza esitare, le gambe che si aprono di più per lui. Mi sento esposta, vulnerabile, ma non mi importa. Voglio solo sentirlo. «Dammi tutto, Marco. Ora.»
Si posiziona sopra di me, il divano che scricchiola sotto il nostro peso. Sento la sua punta premere contro di me, calda, dura, e poi spinge dentro con un unico movimento, riempiendomi completamente. È grosso, mi allarga, e per un secondo fa male, un dolore acuto che mi fa stringere i denti. Ma poi il piacere prende il sopravvento, e io gemo, le unghie che gli graffiano le spalle.
«Cazzo, sei stretta,» dice, la voce roca, i suoi fianchi che iniziano a muoversi, lenti ma decisi. Ogni spinta mi fa sobbalzare, il suo membro che entra e esce, lucido dei miei fluidi. Sento il suo peso su di me, il sudore che gli bagna la fronte, l’odore muschiato della sua pelle. «Dimmi che non lo dirai a nessuno. Dimmi che è il nostro segreto.»
«Non lo dico,» ansimo, le mani che gli afferrano i capelli, tirando forte. «Non lo dico a nessuno. Te lo giuro.»
«Brava ragazza,» mormora, accelerando il ritmo. Mi sbatte con più forza, il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie la stanza, un rumore osceno, bagnato. Mi alza una gamba, mettendola sulla sua spalla, e la nuova posizione lo fa entrare più a fondo, colpendo un punto dentro di me che mi fa vedere le stelle. Gemo, quasi urlo, e lui mi mette una mano sulla bocca. «Zitta, o svegli i vicini. Vuoi che ci sentano mentre ti scopo come una puttana?»
Quelle parole mi fanno stringere ancora di più intorno a lui, e sento l’orgasmo che si avvicina, un’onda che cresce dentro. «Sto per venire,» dico contro la sua mano, la voce soffocata. «Marco, sto per venire, non fermarti.»
«Non mi fermo,» dice, il respiro affannoso. Mi toglie la mano dalla bocca, la usa per afferrarmi i fianchi, tenendomi ferma mentre mi penetra con colpi violenti, profondi. Lo sento pulsare dentro di me, il suo membro che si gonfia, e so che anche lui è vicino. «Vieni per me, piccola. Fammi sentire come ti stringi.»
E vengo, un’esplosione che mi scuote tutta, i muscoli che si contraggono intorno a lui, il piacere che mi brucia dentro. Urlo, ma lui mi bacia per soffocare il suono, la sua lingua nella mia bocca mentre continua a muoversi, prolungando il mio orgasmo. Sento il calore del mio stesso liquido che mi bagna, che scivola tra di noi, e l’odore dolce e salato del sesso che ci avvolge.
«Cazzo, sì,» dice, la voce spezzata, e poi lo sento venire dentro di me, caldo, abbondante, il suo membro che pulsa mentre si svuota. Resta fermo per un momento, il respiro pesante, poi si tira fuori lentamente, lasciandomi vuota e dolorante. Mi guarda, il sudore che gli cola lungo il collo, e vedo un lampo di qualcosa nei suoi occhi, forse rimorso, forse tenerezza.
«Promettimi che non lo dirai,» dice di nuovo, la voce più dolce ora, mentre mi accarezza una guancia con il pollice. Il suo tocco è gentile, in contrasto con la durezza di prima. «Non a tua madre. Non a nessuno. Questo resta tra noi.»
«Te lo prometto,» sussurro, esausta, il corpo ancora tremante. Mi tira a sé, facendomi appoggiare la testa sul suo petto, e restiamo così, sul divano, il silenzio che ci avvolge. Sento il battito del suo cuore sotto l’orecchio, il calore della sua pelle, e per un momento sembra quasi che tutto questo sia normale.
Ma non lo è. Lo sappiamo entrambi. E mentre il suo braccio mi stringe, so che questo segreto ci legherà per sempre, nel bene o nel male.
