La personal trainer tettona
Mi chiamo Luca, ho 20 anni e da un mese circa la mia vita è un casino. La mia ragazza mi ha mollato per un altro, un tipo che “capisce le sue emozioni”, parole sue. Io, a quanto pare, ero troppo grezzo, troppo poco profondo. Così, per non pensarci, mi sono buttato in palestra. Sudare come un pazzo mi aiuta a scaricare la rabbia e a non mandare messaggi patetici a quella stronza. La palestra è diventata il mio rifugio, e lì ho conosciuto Monica, la mia trainer. 38 anni, un corpo da urlo, scolpito da anni di allenamenti, ma con due tette naturali enormi che non puoi fare a meno di notare, anche se cerchi di guardare altrove. È severa, diretta, non ti fa sconti, ma ha un modo di sorridere che ti fa sentire meno uno sfigato.
Quel giorno ero distrutto, avevo fatto un allenamento pesante, pieno di squat e pesi che mi avevano spaccato le gambe. Ero sudato fradicio, con la maglietta appiccicata al petto, e Monica mi ha guardato con quel suo sorrisetto ironico mentre mettevo a posto i manubri. “Sembri uno che ha bisogno di rilassarsi, Luca,” mi ha detto, incrociando le braccia sotto il seno, che sembrava esplodere sotto la canotta aderente. “Che ne dici di venire da me stasera? Ti offro qualcosa da bere e parliamo di alimentazione, che mi sa che mangi solo schifezze.” Io ho alzato un sopracciglio, un po’ sorpreso. Non ero sicuro se fosse una scusa o se davvero volesse farmi la predica sulle proteine. Però, cazzo, non avevo niente da perdere. “Va bene, ci sto,” ho risposto, cercando di sembrare tranquillo, anche se dentro sentivo già un formicolio strano.
Arrivo a casa sua verso le nove, con una maglietta pulita e i capelli ancora umidi dalla doccia. Lei mi apre la porta in leggings neri e una canotta larga che lascia intravedere il reggiseno sportivo. Niente trucco, capelli raccolti in una coda disordinata, ma è comunque uno spettacolo. La casa è piccola, ordinata, con un divano grigio e un tavolo pieno di libri di fitness. Mi offre una birra e ci sediamo sul divano, con un po’ di distanza tra noi. Parliamo davvero di alimentazione per un po’, di quanto devo mangiare per mettere su massa, ma ogni tanto i suoi occhi si posano su di me in un modo che non è solo professionale. E io, beh, non riesco a non fissarle il décolleté, anche se mi odio per questo. È la mia trainer, non dovrei nemmeno pensarci, ma il modo in cui si muove, come si sistema i capelli, mi sta mandando fuori di testa.
Dopo la seconda birra, l’atmosfera cambia. Lei si avvicina un po’, appoggiando un braccio sullo schienale del divano, e mi chiede come sto, se la palestra mi sta aiutando a superare “il periodo di merda” – testuali parole. Io rido, un po’ imbarazzato, e le racconto della rottura, di quanto mi sento incazzato. Lei ascolta, annuisce, poi mi mette una mano sulla spalla. “Sai, a volte serve solo sfogarsi, lasciar andare tutto,” dice, e la sua voce è più bassa, quasi un sussurro. Io deglutisco, il cuore mi batte più forte. La sua mano scivola un po’ più giù, sul mio braccio, e io non so se sto immaginando tutto o se ci sta provando davvero. “Monica, che stai facendo?” le chiedo, con un mezzo sorriso nervoso. Lei ride piano. “Niente che tu non voglia, Luca. Dimmi di smettere e smetto.” Ma io non dico niente, perché cazzo, lo voglio eccome.
Mi si avvicina ancora, le sue labbra sono a un soffio dalle mie. Mi bacia piano, quasi per testare la mia reazione, e io ricambio subito, con più fame di quanto vorrei ammettere. Le sue mani scivolano sotto la mia maglietta, accarezzandomi il petto, mentre io le stringo i fianchi, sentendo la sua pelle calda sotto le dita. Ci baciamo più forte, le lingue che si intrecciano, e io già sento il sangue pompare ovunque. Lei si stacca un attimo, mi guarda con quegli occhi che sembrano dire “so cosa vuoi”, e inizia a togliermi la maglietta, lentamente, come se stesse assaporando ogni momento. Io faccio lo stesso con la sua canotta, e quando vedo quelle tette enormi, contenute a malapena dal reggiseno nero, perdo un attimo la testa. “Cazzo, Monica,” mormoro, e lei ride, un suono basso e sexy. “Ti piacciono, eh? Puoi toccarle, sai.” Non me lo faccio ripetere due volte, le slaccio il reggiseno e le accarezzo, sentendo i capezzoli duri sotto le dita. Lei sospira, chiudendo gli occhi, e io mi chino a baciarli, a succhiarli piano, mentre lei mi passa una mano tra i capelli.
Non ci vuole molto prima che le cose si scaldino ancora di più. Lei si inginocchia davanti a me, sul divano, e mi slaccia i jeans con una calma che mi fa impazzire. Mi abbassa i boxer e mi guarda dritto negli occhi mentre si lecca le labbra. “Vediamo come sei messo,” dice, con quel tono ironico che mi fa quasi ridere, se non fossi così eccitato. Poi me lo prende in bocca, lento, caldo, e io stringo i pugni sul divano per non perdere il controllo subito. Mi guarda mentre lo fa, con una mano che si infila nei suoi leggings, toccandosi. È uno spettacolo che non dimenticherò mai. “Cazzo, Monica, sei incredibile,” le dico, con la voce roca, e lei sorride senza smettere, muovendo la testa su e giù, facendomi vedere quanto le piace.
Dopo un po’, si tira indietro, ansimando, e si toglie i leggings e le mutandine in un colpo solo, restando nuda davanti a me. Il suo corpo è una scultura, con i muscoli definiti e quella curva del culo che sembra disegnata. Si mette a quattro zampe sul tappeto, girandosi verso di me con un sorriso provocante. “Prendimi come vuoi,” dice, e quelle parole mi fanno partire il cervello. Mi tolgo i jeans del tutto e mi metto dietro di lei, con le mani che tremano un po’ dall’eccitazione. Le accarezzo il culo, sodo e perfetto, e le do uno schiaffo leggero, solo per vedere la sua reazione. Lei geme piano, spingendosi indietro verso di me. “Sì, proprio così, sfogati,” mi dice, e io non resisto più. Mi posiziono dietro di lei, afferrandola per i fianchi, e la penetro piano all’inizio, sentendo quanto è bagnata, quanto è stretta. Lei ansima, inclinando la testa all’indietro, e io inizio a muovermi, più forte, più deciso, con ogni spinta che mi fa dimenticare tutto il resto. Il suono dei nostri corpi che si scontrano, i suoi gemiti che diventano sempre più alti, l’odore del suo sudore misto al mio, è tutto così reale, così intenso. “Cazzo, continua, non fermarti,” mi dice, e io le do un altro schiaffo sul culo, un po’ più forte, mentre accelero il ritmo. Lei si appoggia con una mano al tappeto, l’altra che si muove tra le sue gambe, toccandosi mentre io la scopo con tutta la forza che ho.
Quando finiamo, siamo entrambi esausti, sudati, ansimanti. Lei si volta, mi sorride e mi tira verso di sé per un bacio profondo, lento, come se fossimo amanti da una vita. “Vieni, facciamo una doccia,” mi dice, alzandosi con una grazia che non so come faccia ad avere dopo tutto questo. La seguo in bagno, ancora un po’ stordito, e ci infiliamo sotto l’acqua calda insieme. Lei prende il sapone e inizia a lavarmi, con le mani che scivolano sul mio petto, sui fianchi, e poi più giù, insaponandomi il cazzo con una lentezza che mi fa quasi ripartire. Io rido, un po’ imbarazzato, ma lei mi bacia di nuovo, con una tenerezza che non mi aspettavo, e per un attimo mi sembra che non ci sia nient’altro al mondo, solo noi due sotto quella doccia.
