Racconti Piccanti
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La stanza degli ospiti

La stanza degli ospiti

13 Marzo 2026·7 min di lettura

Sara aveva 34 anni, un matrimonio in pezzi e un trolley pieno di roba infilato nel bagagliaio della sua vecchia Panda. Era tornata a casa dei genitori dopo aver detto basta a una relazione che la stava soffocando da anni. Un mese, aveva deciso, giusto il tempo di rimettersi in piedi. La casa era la stessa di sempre, un villino a due piani alla periferia di una cittadina qualunque, con l’odore di detersivo al limone che impregnava ogni angolo e il giardino trascurato che suo padre giurava di sistemare “presto”. Ma c’era una variabile che Sara non aveva considerato: Davide, suo fratello minore. Ventisei anni, tatuatore, un sarcasmo che poteva tagliare il vetro e un’aria di chi se ne frega di tutto e tutti. Viveva ancora lì, nella stanza degli ospiti trasformata in un caos di bozze di disegni, inchiostro e vestiti sparsi. Non era cambiato di una virgola da quando erano ragazzini, se non per i tatuaggi che gli coprivano le braccia e parte del collo, e per quell’atteggiamento strafottente che lo rendeva insopportabile e, in qualche modo, magnetico.

I primi giorni furono un inferno di battibecchi. Ogni frase era una stoccata, ogni sguardo un’accusa. “Oh, la principessa è tornata al castello, ci fai l’onore di lavare un piatto o sei troppo depressa per muovere il culo?” le aveva detto lui il primo giorno, ghignando mentre si rollava una sigaretta in cucina. Lei aveva risposto a tono: “E tu, fenomeno, quando ti trovi un lavoro che non sia scarabocchiare sulla pelle degli altri?”. Ma sotto quelle parole taglienti c’era qualcosa di più profondo, qualcosa che nessuno dei due voleva nominare. Da adolescenti avevano giocato a un gioco pericoloso, una volta sola, nella soffitta polverosa di quella stessa casa. Si erano sfiorati, baciati con la goffaggine di chi non sa cosa sta facendo, per poi fermarsi di colpo, terrorizzati. Non ne avevano mai parlato, ma quel ricordo pesava come un macigno, e ogni volta che i loro occhi si incrociavano, sembrava riaffiorare.

La tensione cresceva col passare dei giorni. Sara lo trovava ovunque, sempre a torso nudo mentre si allenava in giardino o sdraiato sul divano con una birra in mano. Lui aveva un fisico asciutto, muscoloso senza esagerazioni, con la pelle decorata da linee nere che raccontavano storie che lei non aveva mai chiesto di conoscere. E lei, con i suoi capelli castani mossi, sempre un po’ spettinati, e quel corpo curvilineo che portava con una stanchezza che non riusciva a nascondere, si accorgeva di guardarlo troppo a lungo. Una sera, mentre erano soli in casa, lei era passata davanti alla porta aperta della sua stanza e lo aveva visto disegnare, concentrato, con una matita tra i denti. “Che cazzo guardi?” le aveva chiesto senza nemmeno alzare lo sguardo. “Niente, pensavo fossi umano per una volta,” aveva risposto lei, ma il cuore le batteva più forte. Più tardi, in cucina, mentre lei lavava i piatti, lui le si era avvicinato per prendere un bicchiere, sfiorandole il fianco con il braccio. Un contatto banale, ma che le aveva mandato una scarica lungo la schiena. “Scusa, eh, non volevo disturbare la tua bolla di santità,” aveva detto lui, con quel tono ironico che la faceva imbestialire. Lei aveva chiuso l’acqua di scatto, voltandosi. “Sai che c’è, Davide? Sei un rompicoglioni.” Lui aveva sorriso, un sorriso obliquo, e per un attimo avevano sostenuto lo sguardo l’uno dell’altra, in un silenzio che sembrava urlare.

I pensieri di Sara erano un casino. Sapeva che quello che provava era sbagliato, assurdo, ma non riusciva a spegnere quella curiosità, quel desiderio che le scaldava il sangue ogni volta che lui era vicino. Si diceva che era solo la solitudine, il matrimonio fallito, il bisogno di sentirsi voluta. Ma c’era di più, e lo sapeva.

Una notte, dopo l’ennesima discussione su chi avesse lasciato il frigo aperto, Sara non riusciva a dormire. Erano le due, la casa era immersa nel silenzio, i genitori dormivano al piano di sopra. Scese in salotto, dove Davide dormiva sul divano-letto della stanza degli ospiti. Lo trovò lì, sdraiato sulla schiena, con un braccio sopra la testa e il lenzuolo che gli copriva appena i fianchi. La luce della luna filtrava dalla finestra, illuminando i tatuaggi sul suo petto e il profilo deciso della mascella. Sara si fermò sulla soglia, esitante, poi si avvicinò piano e si sedette sul bordo del divano. Non sapeva nemmeno perché lo stesse facendo. Con una mano tremante, gli sfiorò la coscia sopra il lenzuolo, un tocco leggero, quasi impercettibile. Davide aprì gli occhi di colpo, guardandola con un’intensità che la fece sobbalzare. Non disse nulla per qualche secondo, poi, con la voce roca di sonno, mormorò: “Se lo facciamo una volta, poi non smettiamo più.” Quelle parole le esplosero dentro come una bomba. Sara non rispose, ma non si mosse. Lui si sollevò su un gomito, avvicinandosi. Il suo respiro era caldo, i suoi occhi cercavano i suoi. “Dico sul serio,” aggiunse, più serio di quanto l’avesse mai sentito. Lei deglutì, il cuore che le martellava nel petto. “Lo so,” sussurrò.

Non ci fu un bacio immediato, non una di quelle scene da film. Invece, lui le posò una mano sul ginocchio, stringendo appena, come per testare la sua reazione. Lei non si ritrasse. La mano di Davide risalì lentamente lungo la coscia, sotto il tessuto leggero della maglietta da notte che indossava. Le sue dita erano ruvide, da chi lavora con le mani, e quel contatto le fece stringere i muscoli. “Sei sicura?” le chiese, e c’era una nota di sfida nella sua voce. “No,” rispose lei, onesta, ma non si fermò. Si chinò verso di lui, sfiorandogli il collo con le labbra, inspirando l’odore della sua pelle, un misto di sapone e inchiostro. Lui emise un gemito basso, quasi un ringhio, e le afferrò i fianchi, tirandola sopra di sé. Lei si ritrovò a cavalcioni su di lui, le mani appoggiate al suo petto, mentre il lenzuolo scivolava via, lasciandolo nudo sotto di lei. Il suo corpo era duro, caldo, e Sara sentì un’ondata di calore tra le gambe. Si fermarono un attimo, guardandosi. “Ma che cazzo stiamo facendo?” chiese lei, la voce spezzata. Lui rise piano, amaro. “Quello che volevamo fare da sempre, no?”

I preliminari durarono a lungo, come se nessuno dei due volesse affrettare le cose, come se avessero paura di quello che sarebbe successo dopo. Lui le sollevò la maglietta, scoprendole il seno, e si fermò a guardarla. “Cazzo, sei sempre stata così,” disse, quasi a se stesso, prima di chinarsi a baciarle un capezzolo, succhiandolo piano mentre con una mano le stringeva l’altro. Sara ansimò, inarcando la schiena, sentendo ogni nervo accendersi. Lei gli passò le mani tra i capelli, tirandoli appena, mentre lui scendeva con la bocca lungo il suo stomaco, mordicchiandole la pelle. Le tolse gli slip con un gesto lento, deliberato, e lei si sentì esposta, vulnerabile, ma anche eccitata da morire. Davide le allargò le cosce con le mani, guardandola con un’intensità che la fece tremare, prima di chinarsi su di lei. La sua lingua era calda, insistente, e Sara si morse un labbro per non gemere troppo forte, afferrandogli le spalle mentre il piacere la travolgeva a ondate. “Cazzo, Davide,” sussurrò, e lui sollevò lo sguardo, con un sorrisetto. “Ti piace, eh? Non fare la timida ora.” Lei gli tirò uno schiaffetto leggero sulla testa, ridendo nonostante tutto, ma il riso si trasformò in un altro gemito quando lui tornò a concentrarsi su di lei.

Quando finalmente passarono al resto, l’aria era carica di tensione. Lui si sdraiò sulla schiena, tirandola sopra di sé. “Vieni qui,” disse, con un tono che non ammetteva repliche. Sara si posizionò sopra di lui, sentendo la sua erezione premere contro di lei. Lo guardò negli occhi, incerta, e lui le posò le mani sui fianchi, guidandola piano. “Vai con calma,” mormorò, e lei annuì, scendendo su di lui con una lentezza quasi dolorosa. La sensazione di averlo dentro fu intensa, quasi troppo, e per un attimo si fermarono entrambi, ansimando. “Porca puttana,” sussurrò lui, stringendole i fianchi così forte che probabilmente avrebbe lasciato i segni. Lei si mosse piano, avanti e indietro, trovando un ritmo, mentre lui le accarezzava la schiena, scendendo fino al sedere per spingerla più a fondo. Ogni movimento era accompagnato da piccoli suoni, gemiti strozzati, il rumore dei loro corpi che si incontravano. L’odore del sudore e del desiderio riempiva la stanza. “Ma che cazzo stiamo facendo?” chiese lei di nuovo, fermandosi per guardarlo. Lui la fissò, serio, il respiro corto. “Non lo so, ma non voglio smettere.” La sua voce era roca, quasi disperata, e Sara sentì qualcosa dentro di lei spezzarsi. Lo baciò, un bacio profondo, arrabbiato, mentre il ritmo tra loro diventava più intenso, quasi furioso. Poi rallentarono, come per un tacito accordo, muovendosi con una lentezza che li faceva tremare entrambi. Lui le teneva il viso tra le mani, guardandola negli occhi, e ogni spinta sembrava una confessione. “Cazzo, Sara,” mormorò a un certo punto, e lei non rispose, troppo persa nelle sensazioni per parlare.

Quando tutto finì, erano entrambi esausti, sudati, con il fiato corto. Sara si lasciò cadere accanto a lui sul divano-letto, il corpo ancora tremante. Nessuno dei due parlò per un po’. Lui le sfiorò un fianco con la mano, un gesto quasi tenero, e lei chiuse gli occhi, lasciandosi andare a quella sensazione. Non c’era bisogno di dire nulla. Non in quel momento.

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