La commessa del negozio di lingerie
Eccomi qua, Antonella, 49 anni suonati, divorziata da cinque e con qualche chilo di troppo che si piazza sempre sui fianchi, come se non avesse altro posto dove andare. Lavoro in un negozio di intimo di lusso, uno di quei posti con le luci soffuse e i prezzi che fanno venir voglia di vendere un rene. Passo le giornate a piegare perizomi e a sorridere a clienti che non lo meritano. Le odio, quelle ventenni scheletriche che entrano con l’aria di chi possiede il mondo, provandosi completini che non riempiono nemmeno con l’immaginazione. Mi guardano dall’alto in basso, come se i miei fianchi larghi fossero un crimine. Vorrei dirgliene quattro, ma tengo la bocca chiusa. Il lavoro è lavoro.
Un martedì qualsiasi, verso le quattro del pomeriggio, entra lui. Un tipo sui 35, alto, spalle larghe, capelli corti e un’aria seria, di quelle che trasudano “ho una vita organizzata”. Indossa una camicia azzurra ben stirata e un paio di pantaloni scuri. Mi fissa un attimo mentre varca la soglia, poi distoglie lo sguardo, un po’ imbarazzato. Capisco subito: vuole comprare qualcosa per la moglie, ma non sa da dove cominciare. Mi avvicino con il mio solito sorriso professionale, anche se dentro sto già pensando a come divertirmi un po’.
“Buongiorno, posso aiutarla?” gli chiedo, con un tono che è un misto di cortesia e malizia. Lui si schiarisce la voce, giocherella con la fede al dito.
“Sì, ecco… sto cercando un completo intimo per mia moglie. Qualcosa di elegante, non troppo… esagerato.”
Sorrido tra me e me. “Elegante” è sempre il codice per “voglio qualcosa di sexy ma non ho il coraggio di dirlo”. Lo accompagno verso una rastrelliera di completini in seta nera, con pizzi che sembrano fatti apposta per far perdere la testa. Ne prendo uno, un reggiseno a balconcino con mutandine abbinate, e glielo mostro.
“Questo è perfetto. Seta pura, molto fine. Senta la stoffa, è morbidissima.” Glielo passo tra le dita, ma non mi fermo lì. Faccio un passo avanti, mi giro appena e appoggio la mutandina sul mio fianco, proprio sopra il vestito aderente che indosso. “Senta com’è morbida,” gli dico, guardandolo dritto negli occhi con un sorrisetto che non lascia spazio a dubbi.
Lui diventa rosso come un pomodoro, ma non si tira indietro. Le sue dita sfiorano la stoffa, e con essa la curva del mio fianco. Sento il suo tocco leggero, ma deciso, e un brivido mi sale lungo la schiena. Dentro di me c’è un casino di pensieri: “Antonella, che stai facendo? Questo è sposato, cazzo. E tu sei al lavoro.” Ma un’altra parte di me, quella che non ascolta mai, mi dice di andare avanti, di vedere fino a dove posso spingermi.
“Le piace?” gli chiedo, abbassando la voce. Lui annuisce, ma non dice niente. I suoi occhi, però, parlano chiaro: sta immaginando quella seta sulla pelle di sua moglie, ma anche sulla mia. Lo sento. La tensione tra noi cresce, è una corda che si tende sempre di più. Lo accompagno verso il bancone, ma invece di fermarmi lo invito a seguirmi nel retro, nel magazzino, con la scusa di mostrargli altre opzioni “esclusive”. Lui tentenna un attimo, poi mi segue. Sento il cuore che mi batte forte, ma non è paura. È voglia.
Il magazzino è un casino di scatole e scaffali, con una luce al neon che fa sembrare tutto più squallido di quanto non sia. Chiudo la porta, ma non del tutto, lasciandola socchiusa. È una stupidaggine, lo so, ma quel rischio mi eccita ancora di più. Mi giro verso di lui, e senza dire una parola mi avvicino. Gli sfioro il petto con una mano, mentre con l’altra lascio cadere il completino a terra. Lui non si muove, ma il suo respiro si fa più pesante.
“Non dovremmo…” inizia a dire, ma lo interrompo con un sorriso.
“Shh. Nessuno lo saprà.”
Mi metto in ginocchio davanti a lui, lentamente, guardandolo negli occhi. Le mie mani gli slacciano la cintura, poi i pantaloni. Lui non mi ferma, anche se vedo che è combattuto. Quando tiro giù i boxer, il suo cazzo è già duro, e io non perdo tempo. Lo prendo in mano, lo accarezzo piano, sentendo la pelle liscia sotto le dita. Poi me lo porto alla bocca, e il suo gemito basso mi arriva dritto allo stomaco. Lo succhio con calma, muovendo la lingua lungo l’asta, assaporando ogni reazione del suo corpo. La porta socchiusa mi fa sentire esposta, vulnerabile, e questo mi fa bagnare ancora di più. Lui mi mette una mano tra i capelli, stringe appena, e io accelero il ritmo, sentendo il suo sapore salato sulla lingua.
Dopo un po’ si tira indietro, ansimando. “Cazzo, non ce la faccio più,” mormora, e mi tira su con decisione. Mi spinge contro uno degli scaffali, facendomi voltare di spalle. Sento il metallo freddo sulla pancia attraverso il vestito, mentre lui mi alza la gonna con mani frettolose. Mi strappa le calze con un gesto secco, il rumore del tessuto che si lacera mi fa sobbalzare. Non c’è tempo per pensare, né per prepararsi. Mi abbassa le mutande fino alle cosce, e con una mano mi allarga le natiche. Capisco cosa vuole fare, e il cuore mi salta in gola.
“Non ho niente per…” inizio a dire, ma lui mi interrompe.
“Non importa. Voglio fotterti così.”
Non c’è lubrificante, non c’è niente, e quando spinge dentro di me sento un bruciore che mi fa stringere i denti. È doloroso, cazzo, ma allo stesso tempo è una sensazione che mi travolge. Si muove piano all’inizio, dandomi il tempo di abituarmi, ma poi accelera, sbattendomi contro lo scaffale con ogni spinta. Il rumore dei nostri corpi che sbattono insieme riempie il magazzino, insieme ai suoi grugniti e ai miei gemiti strozzati. Sento l’odore del suo sudore, mischiato al profumo del mio stesso eccitamento. Le sue mani mi stringono i fianchi, affondando nella carne, e io mi aggrappo allo scaffale per non cadere.
“Ti piace, eh?” ringhia, con la voce roca. Io non rispondo, non ce la faccio, ma il modo in cui il mio corpo si spinge contro di lui parla da solo. Ogni spinta è un misto di dolore e piacere, e io mi perdo in quella sensazione, lasciando che mi prenda come vuole. “Cazzo, sei stretta,” aggiunge, e io sento il suo respiro caldo sul collo.
Continuiamo così per un tempo che sembra infinito, finché non lo sento irrigidirsi dietro di me. “Sto per venire,” mi avvisa, e io annuisco, incapace di parlare. Si sfila all’ultimo secondo, e sento il calore del suo sperma sulle mie cosce, che cola piano lungo la pelle. Restiamo fermi un attimo, ansimando, con il rumore del nostro respiro che sembra assordante nel silenzio del magazzino.
Poi lui si tira su i pantaloni, si sistema la camicia e raccoglie il completino da terra come se niente fosse. Io mi rialzo lentamente, sentendo le gambe tremare. Mi passo una mano tra le cosce, pulendo via il suo seme con un fazzoletto che trovo nella tasca del grembiule. Lui mi guarda un attimo, poi dice: “Prendo questo per mia moglie. Me lo incarti?”
Non c’è imbarazzo nella sua voce, solo una fredda normalità che mi fa quasi ridere. Annuisco, e torniamo al bancone come se non fosse successo nulla. Gli preparo il pacco regalo con mani che tremano ancora un po’, mentre lui paga con la carta. Quando mi saluta e esce dal negozio, con quel pacchetto sotto il braccio, io mi appoggio al bancone e tiro fuori un sorriso storto. Sento ancora il bruciore, il calore appiccicoso tra le cosce, ma non mi importa. È stata una giornata del cazzo, ma almeno non è stata noiosa.
