Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

La moglie del meccanico

La moglie del meccanico

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Sono Giuseppina, ho 55 anni e non me ne vergogno. I miei capelli sono tinti di un rosso scuro che tira sul bordeaux, le unghie finte sempre laccate di nero, e sopra il culo ho un tatuaggio sbiadito di un cuore con una freccia, fatto a vent’anni in un momento di idiozia. Mio marito, un meccanico con le mani sempre nere di grasso, mi tradisce da quando avevamo i capelli naturali, e io lo so. Non me ne frega niente, tanto il nostro matrimonio è una barzelletta da anni. Lavoro con lui in officina, faccio le fatture, rispondo al telefono, e ogni tanto do una mano coi pezzi di ricambio. È un posto puzzolente di olio e benzina, ma ci sono abituata.

Quel pomeriggio ero sola. Mio marito era andato a prendere un carico di gomme dall’altro lato della città, e l’officina era un deserto. Stavo sistemando delle carte quando ho sentito il rombo di una moto fuori. Un ragazzo è sceso, ventidue anni al massimo, con una giacca di pelle e un casco che gli dava un’aria da strafottente. L’ho riconosciuto subito: era il figlio di un cliente ricco, uno che manda sempre le sue macchine da noi. La moto aveva un problema al motore, mi ha detto, e voleva che qualcuno ci desse un’occhiata subito. Gli ho fatto un sorriso di quelli che sanno di guai e gli ho detto di entrare nel retro, che avremmo risolto.

Il retrofficina è un casino di attrezzi, pezzi di motore sparsi e un ponte sollevatore al centro. L’odore di ferro e lubrificante ti resta appiccicato addosso. Lui ha parcheggiato la moto e si è tolto il casco, mostrando una faccia da ragazzino viziato, con gli occhi chiari e i capelli mossi un po’ troppo lunghi. Non era male, devo ammetterlo. Io ero in una di quelle giornate in cui mi sentivo uno schifo, ma anche con la voglia di fare qualcosa di stupido, tanto per ricordarmi che sono ancora viva. Mio marito mi ignora da anni, e io ho bisogno di sentirmi guardata, desiderata, anche solo per un’ora.

Mentre lui mi spiegava il problema della moto, io mi sono appoggiata al banco da lavoro, incrociando le braccia sotto il petto per tirare su le tette. Portavo una maglietta aderente e una gonna un po’ corta, niente di scandaloso, ma abbastanza per far vedere le cosce. Lui ha notato, lo vedevo da come gli occhi gli cadevano lì ogni due secondi. “Allora, bello, vuoi che ti aggiusti la moto o vuoi solo chiacchierare?” gli ho detto, con un tono che era mezzo scherzo e mezzo provocazione. Lui ha riso, un po’ imbarazzato, e ha risposto: “Fai tu, ma non farmi spendere troppo.” Io gli ho fatto l’occhiolino e ho detto: “Tranquillo, con me si paga solo il giusto.”

La tensione è salita piano, ma inesorabile. Ogni tanto gli sfioravo il braccio mentre gli indicavo un pezzo della moto, o mi avvicinavo troppo per passargli una chiave inglese. Sentivo il suo sguardo su di me, e mi piaceva. Dentro di me c’era una voce che diceva di smetterla, che ero troppo vecchia per queste stronzate, ma un’altra voce, più forte, mi diceva di andare avanti, di vedere fin dove potevo spingermi. Non era solo attrazione, era rabbia, voglia di rivincita. Mio marito mi tradisce con chissà chi, e io dovevo starmene buona? Col cazzo.

Alla fine, mi sono seduta sul banco da lavoro, con la gonna che si è alzata un po’ mostrando le cosce. Lui era a un metro da me, e io l’ho guardato dritto negli occhi. “Sai, tuo padre viene sempre qua a fare il galante con me, ma non ha mai avuto il coraggio di fare niente. Fammi vedere se sei più uomo di tuo padre,” gli ho detto, con un sorrisetto che non lasciava spazio a dubbi. Lui è rimasto fermo un attimo, come se non credesse alle sue orecchie, poi ha fatto un passo avanti, con un’espressione che era un misto di sfida e desiderio. “Sei sicura di quello che dici?” mi ha chiesto, con una voce un po’ roca. Io ho annuito e ho aperto un po’ le gambe. “Prova, se hai le palle.”

Non c’è stato bisogno di altre parole. Si è avvicinato, mi ha messo le mani sui fianchi e mi ha baciata con una foga che quasi mi ha fatto perdere l’equilibrio. Le sue labbra erano ruvide, il suo respiro caldo. Io gli ho infilato le mani sotto la giacca, sentendo i muscoli tesi della schiena. Ci siamo baciati a lungo, con le lingue che si cercavano, mentre le sue mani scivolavano sotto la mia gonna, palpandomi il culo con decisione. Io gli ho morso il labbro, un po’ per gioco, un po’ per fargli capire che non ero una ragazzina timida. “Piano, stallone, non rompermi,” gli ho detto ridendo, ma lui non ha rallentato. Mi ha tirato giù dal banco, facendomi scendere in piedi, e ha iniziato a sbottonarsi i jeans con una mano mentre con l’altra mi teneva stretta.

Mi ha spinta contro il ponte sollevatore, il metallo freddo contro la schiena. La gonna era ormai arrotolata in vita, e lui mi ha abbassato le mutandine con un gesto deciso, lasciandole cadere a terra. Io gli ho slacciato la cintura e ho tirato giù i jeans quel tanto che bastava per liberarlo. Era già pronto, duro, e io ho sentito una scarica di eccitazione che non provavo da anni. Gli ho messo una mano lì, stringendo appena, e lui ha fatto un verso strozzato. “Cazzo, Giuseppina, non scherzi,” mi ha detto, con un sorriso storto. Io gli ho risposto: “Mai scherzato in vita mia, ragazzino. Ora fammi vedere cosa sai fare.”

Mi ha sollevata un po’, facendomi appoggiare le mani al ponte per reggermi, e si è messo tra le mie gambe. Ero in piedi, con una gamba appoggiata a una cassa lì vicino per dargli spazio. Ha spinto piano all’inizio, per capire quanto poteva andare, e io ho sentito ogni centimetro che entrava, caldo e deciso. Ho tirato indietro la testa con un gemito, stringendo le mani sul metallo. “Oh, cazzo, sì,” ho detto, senza riuscire a trattenermi. Lui ha iniziato a muoversi, prima lento, poi sempre più forte, con un ritmo che mi faceva sbattere contro il ponte a ogni colpo. Il rumore dei nostri corpi che sbattevano insieme riempiva l’officina, mescolato al suo respiro pesante e ai miei mugolii sempre più alti.

“Ti piace, eh, troia?” mi ha detto a un certo punto, con la voce spezzata dallo sforzo. Io ho riso, ansimando, e gli ho risposto: “Cazzo, sì, dammi tutto, non ti fermare.” Le sue mani mi stringevano i fianchi, le dita che quasi mi facevano male, ma non me ne fregava niente. Sentivo l’odore del suo sudore misto a quello dell’officina, un misto di maschio e metallo che mi mandava fuori di testa. Io gridavo, parolacce su parolacce, senza pudore. “Sì, cazzo, sbattimi più forte, fammi godere!” urlavo, e lui obbediva, spingendo con una forza che mi faceva tremare le gambe. A un certo punto ho messo una mano tra noi, toccandomi per aumentare il piacere, e sono venuta con un urlo che probabilmente si è sentito fino in strada, il corpo che si contraeva intorno a lui.

Lui ha resistito ancora qualche spinta, con la faccia contratta, poi ha grugnito forte ed è uscito appena in tempo, finendo sul pavimento sporco dell’officina. Siamo rimasti lì, ansimanti, io appoggiata al ponte e lui con le mani sulle ginocchia, a riprendere fiato. Dopo un minuto, si è tirato su i jeans e mi ha guardato con un sorriso soddisfatto. “Sei una forza, Giuseppina,” ha detto, mentre io mi rimettevo a posto la gonna con mani che ancora tremavano un po’.

Poi, senza dire altro, è andato a finire il lavoretto sulla moto, stringendo un paio di bulloni come se niente fosse. Prima di andarsene, ha tirato fuori dal portafoglio due banconote da cento euro e le ha lasciate sul banco. “Per le prestazioni extra,” ha detto con un ghigno, montando in sella. Io ho preso i soldi, li ho guardati per un attimo e poi li ho infilati nel reggiseno, ridendo da sola mentre il rombo della sua moto si allontanava.

Lascia un commento