Il culo sfondato da mio nipote
Mi chiamo Rebecca, ho 48 anni, divorziata da cinque, vivo da sola in un appartamento a due piani in un quartiere residenziale di Milano, con un lavoro da segretaria in uno studio legale che mi annoia a morte. Le giornate sono tutte uguali: caffè al mattino, otto ore di carte e telefonate, poi palestra per tenere su il culo e le tette che iniziano a cedere, e serate con un vibratore che non mi basta più. Il sesso vero? Da quando mio marito se n’è andato con una ventenne, ho avuto un paio di scopate con colleghi, ma niente di che. Mi sento come una bottiglia vuota, desiderosa di essere riempita, ma con quella vergogna di ammetterlo a me stessa. Mio fratello mi ha chiesto un favore: ospitare suo figlio Alberto per una settimana mentre cerca lavoro e un appartamento in affitto qui in città. Alberto ha 22 anni, fresco di università, alto, muscoloso da crossfit, con quel viso da ragazzo perbene ma occhi che ti trafiggono. L’ho visto l’ultima volta a Natale, e già allora ho notato come mi guardava le gambe quando indossavo la gonna. Mi sono detta che era immaginazione, che ero una zia perversa a pensare certe cose, ma sotto sotto mi bagnava l’idea.
È arrivato un lunedì sera di ottobre, con lo zaino e una valigia, jeans stretti che gli segnavano il pacco e una maglietta che gli tirava sui pettorali. L’ho abbracciato all’ingresso, sentendo il suo corpo duro contro il mio, e ho pensato: cazzo, è diventato un uomo. “Grazie zia, non so come ringraziarti”, ha detto con un sorriso che mi ha fatto arrossire. Gli ho preparato la stanza degli ospiti, gli ho cucinato pasta al ragù, e abbiamo chiacchierato del più e del meno: il suo curriculum, gli annunci di lavoro, la vita da single. Ma ogni tanto i suoi occhi scivolavano sul mio décolleté, e io incrociavo le gambe per nascondere il calore che saliva. Quella notte mi sono masturbata pensando a lui, dita nella fica mentre immaginavo le sue mani, e mi sono sentita una sporca, una zia che fantastica sul nipote. Ma l’eccitazione era più forte della colpa.
I giorni successivi sono stati un tormento. Alberto passava la mattina a inviare CV dal mio computer, io andavo al lavoro ma tornavo presto per “aiutarlo”. Lui girava per casa in boxer, il cazzo che si intravedeva morbido ma grosso, e mi chiedeva consigli con quel tono innocente. Una sera, mentre guardavamo un film sul divano, mi ha messo una mano sulla coscia “per sbaglio”, sfiorando l’orlo dei pantaloncini. Ho sentito un brivido, ho stretto le gambe ma non l’ho tolta. “Zia, sei ancora una bomba, lo sai?”, ha detto piano, guardandomi negli occhi. Ho riso nervosa, “ma va’, sono vecchia”, ma dentro pensavo: dimmelo ancora, fammi sentire desiderata. Lui ha insistito: “No, sul serio, hai un culo da urlo”. Mi sono alzata di scatto, rossa in faccia, borbottando qualcosa sul caffè, ma la fica mi pulsava. Quella notte l’ho sognato che mi scopava, e mi sono svegliata bagnata, piena di vergogna per i miei pensieri incestuosi, ma incapace di smettere.
Il terzo giorno è esploso tutto. Ero tornata prima dal lavoro, l’ho trovato in cucina a petto nudo, sudato dopo una sessione di flessioni. Mi ha abbracciata da dietro per “salutarmi”, il cazzo mezzo duro premuto contro il mio culo. “Zia, mi stai viziando troppo”, ha sussurrato all’orecchio. Ho sentito l’alito caldo, il corpo giovane contro il mio, e non ce l’ho fatta più. Mi sono girata, l’ho baciato io per prima, lingua in bocca disperata, mani che gli afferravano i capelli. Lui ha risposto subito, aggressivo, mani sotto la camicetta a strizzarmi le tette. “Cazzo zia, lo volevo da quando sono arrivato”, ha grugnito. Mi sentivo umiliata dalla mia debolezza, una donna matura che cede al nipote, ma l’eccitazione mi annebbiava tutto.
Ci siamo spostati in camera mia, senza dire una parola. Mi ha spinta sul letto, mi ha tolto la camicetta piano, baciandomi il collo, la clavicola, scendendo sulle tette. Ha succhiato i capezzoli forte, mordicchiandoli fino a farmi gemere di dolore misto a piacere. Io gli ho slacciato i jeans, ho tirato fuori il cazzo: lungo, venoso, cappella grossa e lucida di pre-eiaculato. L’ho segato lento, sentendo quanto era duro per me, e mi sono sentita potente ma anche patetica, una MILF che si eccita per il nipote. Lui mi ha infilato una mano nelle mutandine, ha trovato la fica fradicia e ha riso: “Sei bagnata come una troia, zia”. Quelle parole mi hanno fatto arrossire di imbarazzo, ma ho annuito, spingendo il bacino contro le sue dita. Me le ha infilate dentro, due, poi tre, pompando mentre mi leccava il clito con lingua piatta, girando intorno, succhiando piano. Odoravo di sudore e eccitazione, il rumore bagnato delle dita che entravano e uscivano mi faceva vergognare, ma gemivo lo stesso, aggrappata alle lenzuola.
Dopo i preliminari mi ha girata a pancia in giù, culo in su. “Voglio il tuo culo, zia, da sempre”, ha detto spalancandomi le chiappe con le mani. Ho tremato, non l’avevo mai dato a nessuno, nemmeno a mio marito. “Alberto, non so se…”, ho balbettato, piena di paura e imbarazzo, sentendomi esposta come una puttana. Lui ha sputato sulla mano, mi ha lubrificato il buchetto con la saliva mista ai miei umori, infilando un dito piano. “Rilassati, troia, ti piacerà”, ha grugnito. Il dito entrava e usciva lento, bruciava un po’ ma il piacere saliva, facendomi inarcare la schiena. Ne ha aggiunto un altro, pompando più forte, mentre con l’altra mano mi masturbava la fica, pollice sul clito. Gemivo forte, il viso affondato nel cuscino per la vergogna, pensando: sto lasciando che mio nipote mi prepari il culo come una porca.
Quando è stato pronto, si è messo dietro di me, ginocchia sul letto. Ha strusciato il cazzo tra le chiappe, cappella contro il buchetto, spingendo piano. “Respira, zia”, ha detto, e ha iniziato a entrare. La cappella ha aperto il buco stretto, bruciava da morire, ho urlato piano “cazzo, fa male”, ma lui non si è fermato, ha pompato piano, centimetro per centimetro, fino a mettermelo tutto dentro. Sentivo il cazzo pulsare nel culo, pieno, invaso, umiliata dal fatto che mi piacesse. Ha iniziato a muoversi, ritmo lento all’inizio, mani sui fianchi che mi tenevano ferma. Ogni spinta mi faceva sbattere le tette contro il materasso, il rumore della carne che sbatteva, i miei gemiti strozzati. “Senti come ti sfondo, puttana”, ha detto accelerando, colpi più profondi, coglioni che sbattevano contro la fica.
Ho iniziato a masturbarmi da sola, dita sul clito mentre lui mi scopava il culo, il piacere che saliva nonostante il bruciore. “Più forte, Alberto, sfondami”, ho detto con voce rotta, odiandomi per quelle parole, ma venendo lo stesso: un orgasmo violento, il culo che si contraeva intorno al cazzo, schizzi dalla fica che bagnavano le lenzuola. Lui ha continuato, pompando forte, grugnendo “zia, sei strettissima”, fino a venire dentro di me, sperma caldo che mi riempiva il culo, colando fuori quando si è tirato via.
Ci siamo accasciati sul letto, sudati, appiccicosi, con l’odore di sesso e sudore ovunque. Io ansimavo, il culo dolorante ma soddisfatto, piena di imbarazzo per quello che avevo fatto, ma anche eccitata al pensiero dei giorni rimasti. Alberto mi ha accarezzato la schiena e ha detto: “Domani lo rifacciamo, zia. E magari ti porto un amico”.
Ho sorriso nel buio, sapendo che non avrei detto di no. Mi aveva presa, e mi piaceva da morire.
