Racconti Piccanti
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Io e la mamma single del piano di sopra

Io e la mamma single del piano di sopra

19 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono le undici di sera e, come al solito, sono sul balcone del mio appartamento al terzo piano, con una sigaretta tra le dita e lo sguardo perso nel buio. Studio ingegneria, ho ventidue anni, e queste pause notturne sono l’unico momento in cui stacco il cervello da equazioni e progetti. Abito in un condominio tranquillo, un po’ vecchio, di quelli con i balconi che si affacciano tutti sullo stesso cortile interno. Sopra di me, al quarto piano, c’è Laura. Quarantadue anni, mamma single, una di quelle donne che non passano inosservate. Non è una modella, sia chiaro, ma ha un corpo morbido, con curve che sembrano disegnate apposta per attirare lo sguardo. Le tette, pesanti e piene, si muovono in modo quasi ipnotico quando la vedo girare in casa con una canottiera leggera o, a volte, solo in reggiseno. È capitato di incrociarla in ascensore o sulle scale, e ogni volta mi saluta con un sorriso caldo, di quelli che ti fanno sentire a tuo agio. Ma non ci avevo mai fatto caso più di tanto. Non fino a qualche settimana fa.

Tutto è iniziato per caso. Una sera, mentre fumavo, ho alzato lo sguardo e l’ho vista. Era nella sua camera, le tende spalancate, e si stava togliendo la maglietta. Non so perché non ho distolto lo sguardo. Forse perché ero stanco, forse perché era da un po’ che non avevo una ragazza con cui sfogarmi. Fatto sta che sono rimasto lì, con la sigaretta che si consumava da sola, a fissare quel corpo che si rivelava poco a poco. La pelle chiara, le curve del fianco, il modo in cui si passava una mano tra i capelli mentre si slacciava il reggiseno. Non mi sentivo un pervertito, ma nemmeno un santo. Era come guardare un film, solo che questo film era reale e a pochi metri da me.

È andata avanti così per settimane. Ogni sera, se ero sul balcone, buttavo un’occhio verso la sua finestra. Non sempre la vedevo, ma quando capitava era uno spettacolo. E lei sembrava non accorgersene. O almeno, così credevo. Fino a ieri sera. Ero fuori, come al solito, quando ho alzato lo sguardo e l’ho vista alla finestra. Non si stava spogliando, mi stava guardando. Direttamente. E invece di tirare le tende o incazzarsi, mi ha sorriso. Un sorriso lento, complice, che mi ha fatto sentire il cuore in gola. Poi ha fatto un gesto con la mano, come a dire “vieni su”. Non ci ho pensato due volte. Ho spento la sigaretta e sono salito.

Quando ho bussato alla sua porta, ero un misto di curiosità e imbarazzo. Laura mi ha aperto con una vestaglia leggera, di quelle di seta che non nascondono quasi nulla. “Ciao, ti va un caffè?” ha detto, con una voce tranquilla, come se fosse la cosa più normale del mondo. Io ho annuito, un po’ impacciato, e l’ho seguita in cucina. Abbiamo parlato per ore. Lei mi ha raccontato del suo ex, un pezzo di merda che l’ha lasciata sola con un figlio da crescere. Mi ha detto che si sente invisibile, che a volte si guarda allo specchio e non si riconosce più. Io le ho raccontato delle mie serate solitarie, delle difficoltà con l’università. Non so come, ma a un certo punto mi sono trovato a dirle che la trovavo bellissima. Lei ha riso, un riso profondo, e ha posato una mano sulla mia. “Grazie, piccolo. Non lo sento dire da un po’.”

Poi, senza che me ne rendessi conto, si è avvicinata. Mi ha baciato piano, con labbra morbide e calde, e io ho sentito un brivido lungo la schiena. Non ero sicuro di cosa stesse succedendo, una parte di me pensava che fosse sbagliato, che fosse troppo grande per me, che fosse la madre di qualcuno. Ma un’altra parte, quella più istintiva, voleva solo continuare. Le sue mani mi hanno guidato sotto la vestaglia, e ho sentito la sua pelle liscia, calda, mentre lei sospirava piano. “Piano, piccolo, abbiamo tempo,” ha sussurrato, e quelle parole mi hanno fatto perdere la testa.

Mi ha portato in camera sua, un posto semplice, con un letto grande e un po’ disfatto. Si è tolta la vestaglia, lasciandola cadere a terra, e io sono rimasto a guardarla. Il corpo era proprio come l’avevo immaginato: morbido ma ancora sodo, con i fianchi larghi e le tette pesanti che si muovevano a ogni suo respiro. I capezzoli, grandi e scuri, spiccavano sulla pelle chiara. Mi ha tirato verso di lei, e io mi sono chinato a baciarli, a leccarli piano, mentre lei mi passava le dita tra i capelli. “Sì, così,” mormorava, con una voce che sembrava un misto di comando e supplica. Ho sentito il suo odore, un mix di profumo e pelle, e ho continuato a succhiare, mordicchiare, mentre lei si inarcava sotto di me. Le sue mani sono scese lungo la mia schiena, fino ai jeans, e ha iniziato a slacciarli. “Togliti tutto,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Io ho obbedito, un po’ goffo, e quando sono rimasto nudo davanti a lei, mi ha guardato con un sorriso soddisfatto. “Non sei niente male, sai?”

Mi ha fatto stendere sul letto, si è messa sopra di me, a cavalcioni, e ha iniziato a sfregarsi piano contro il mio cazzo, che era già duro da far male. Sentivo il calore del suo corpo, la stoffa sottile delle mutandine che si bagnava sempre di più. Io ho provato a toccarla, ma lei mi ha fermato. “Aspetta, voglio sentirti così ancora un po’.” Abbiamo continuato a strusciarci, con lei che mi baciava il collo, il petto, mentre le sue tette mi sfioravano la pelle. Ero al limite, ma non volevo che finisse troppo presto. Poi, finalmente, si è tolta le mutandine, e io ho visto per la prima volta il suo sesso, curato, con un leggero velo di peli scuri. Era bagnata, lo vedevo chiaramente, e quando ci ha passato sopra una mano, per poi portarla alla mia bocca, ho assaggiato il suo sapore, dolce e leggermente salato. “Ti piace?” ha chiesto, con un ghigno. Io ho solo annuito, incapace di parlare.

Mi ha guidato dentro di lei con una mano, lentamente, e quando sono entrato ho sentito un calore incredibile, una stretta che mi ha quasi fatto venire subito. “Cazzo, quanto sei duro,” ha gemuto piano, con la bocca vicina al mio orecchio. “Riempimi piano.” Io ho seguito il suo ritmo, spingendo con calma, sentendo ogni centimetro di lei che mi avvolgeva. Era sopra di me, con le mani appoggiate al mio petto, e si muoveva in modo lento ma deciso, alzandosi e abbassandosi con un movimento fluido. Le sue tette ballavano a ogni spinta, e io non riuscivo a staccare gli occhi. Ogni tanto si fermava, si chinava per baciarmi, e io sentivo il suo fiato caldo, i suoi gemiti soffocati. “Non correre, piccolo, voglio godermelo,” diceva, e io facevo del mio meglio per trattenermi, anche se era una tortura.

Poi ha cambiato posizione, si è stesa sulla schiena e mi ha tirato sopra di lei. “Vieni qua,” ha detto, allargando le gambe. Io mi sono sistemato tra le sue cosce, le ho sollevato un po’ i fianchi con le mani, e sono entrato di nuovo. Questa volta era più profondo, e lei ha buttato la testa indietro, con un gemito che mi ha fatto impazzire. “Sì, cazzo, così,” ha detto, stringendomi i fianchi con le gambe. Io ho iniziato a spingere, prima piano, poi più forte, seguendo il ritmo dei suoi sospiri. Sentivo il rumore dei nostri corpi che si scontravano, il letto che cigolava leggermente, il suo odore che mi riempiva la testa. Le sue mani mi stringevano le spalle, le unghie che lasciavano segni leggeri sulla pelle. “Non fermarti,” mi sussurrava, e io non avevo nessuna intenzione di farlo.

Quando ho sentito che stavo per venire, gliel’ho detto, con la voce spezzata. “Anch’io, piccolo, continua,” ha risposto lei, stringendomi ancora di più con le gambe. Abbiamo raggiunto l’orgasmo insieme, dopo un sacco di spinte lente e profonde. Io sono esploso dentro di lei, con un gemito che non sono riuscito a trattenere, e lei ha tremato sotto di me, con piccoli spasmi che mi facevano sentire ancora di più il suo calore. Mi ha tenuto dentro, con le gambe che non mollavano la presa, mentre il suo respiro tornava normale. Siamo rimasti così per qualche istante, sudati, appiccicati, con il suo profumo che mi avvolgeva ancora. Poi mi ha dato un bacio leggero sulla fronte, con un sorriso stanco ma soddisfatto. “Grazie,” ha detto semplicemente, e io ho ricambiato il sorriso, senza dire nulla.

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