Racconti Piccanti
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La schiava di Luca (parte 5)

La schiava di Luca (parte 5)

19 Marzo 2026·7 min di lettura

La pioggia cadeva incessante, un velo grigio che offuscava le luci dei lampioni lungo le strade di Milano. Rebecca stringeva il telefono tra le mani, il cuore che le martellava nel petto mentre rileggeva il messaggio. “So cosa stai facendo. Se non vuoi problemi, incontrami domani. Non dire niente a lui.” Ogni parola sembrava pesare come un macigno. Chi poteva sapere di lei e Luca? E quali problemi poteva causarle? Per un istante, pensò di mostrarlo a lui, di confessare tutto. Ma poi ricordò le sue regole, la sua voce ferma quando le diceva di fidarsi, di non nascondersi mai da lui. Eppure, qualcosa in quel messaggio la terrorizzava, un’ombra che minacciava la sicurezza che aveva trovato tra le sue braccia.

Tornata nel suo monolocale a Gratosoglio, con l’odore di muffa che impregnava l’aria e il freddo che le mordeva la pelle, Rebecca si sedette sul letto, avvolta in una coperta logora. Non dormì quella notte. La sua mente correva, divisa tra il desiderio di ubbidire a Luca e la paura di cosa potesse succedere se avesse ignorato quel messaggio. Alla fine, decise di non rispondere, ma di parlarne con lui. Non poteva nascondergli nulla, non ora che il mese di prova stava per finire, non ora che si sentiva così profondamente sua.

La mattina seguente, quando ricevette il solito messaggio di Luca con le istruzioni per la giornata, aggiunse una breve nota: “Signore, ho bisogno di parlarti. È importante.” La risposta arrivò quasi subito, concisa come sempre: “Stasera, alle 19, da me. Non tardare. Sì, Signore?” Rebecca digitò con mani tremanti: “Sì, Signore.” Il peso nel petto non si alleggerì, ma sapere che lo avrebbe visto le diede un briciolo di conforto.

Quando arrivò al loft di Luca, il cielo era un manto di nubi nere, e la pioggia tamburellava contro le ampie vetrate. Lui l’aspettava sulla soglia, impeccabile come sempre, con una camicia scura e un’espressione seria ma accogliente. “Entra,” disse, chiudendo la porta alle sue spalle. Rebecca si tolse il cappotto fradicio, sentendo il calore del loft avvolgerla come un abbraccio. Ma non riuscì a rilassarsi. Luca lo notò subito, i suoi occhi azzurri che la scrutavano con attenzione. “Cos’hai? Sei tesa. Parla.”

Rebecca deglutì, abbassando lo sguardo. “Ieri sera ho ricevuto un messaggio… da qualcuno che non conosco. Dice che sa cosa sto facendo, che sa di noi. Mi ha chiesto di incontrarlo, di non dirtelo.” Le parole le uscirono di getto, accompagnate da un tremore nella voce. Luca non reagì subito. La fissò per un lungo momento, poi le posò una mano sulla spalla, un gesto fermo ma rassicurante.

“Hai fatto bene a dirmelo,” disse, la voce calma ma con una nota dura. “E hai il messaggio sul telefono?” Rebecca annuì, porgendoglielo. Lui lo lesse, il volto impassibile, poi glielo restituì. “Non risponderai. Non lo incontrerai. Me ne occupo io. Tu non devi preoccuparti di nulla, capito?”

“Ma se fosse qualcuno che…” iniziò lei, ma Luca la interruppe alzando una mano.

“No, Rebecca. Tu sei mia, e io ti proteggo. Qualunque cosa sia, la risolverò. Tu devi solo fidarti di me. Puoi farlo?” La guardava con un’intensità che le fece quasi male, ma che al tempo stesso le scaldò il cuore.

“Sì, Signore,” mormorò, sentendo un nodo sciogliersi dentro di sé. Luca le sorrise appena, poi le sfiorò il collo con le dita, dove il collare temporaneo avrebbe presto trovato posto.

“Bene. Perché stasera è una serata importante. Il mese di prova finisce oggi. E voglio parlarti di cosa succede dopo.” Le indicò il divano, e Rebecca si sedette, il cuore che accelerava di nuovo, ma per un motivo completamente diverso. Luca si sedette di fronte a lei, sporgendosi leggermente in avanti. “In questi trenta giorni, hai dimostrato di essere più di quanto immaginassi. Hai imparato a obbedire, a fidarti, a lasciarti andare. E io… io ho trovato in te qualcosa che non credevo possibile. Una connessione vera. Voglio che tu sia mia, Rebecca. Non solo per un mese, ma per sempre. Voglio che tu sia la mia schiava, in un legame permanente. Con un collare che porterai sempre, discreto ma nostro. Accetti?”

Rebecca sentì le lacrime pungerle gli occhi. Non era paura, né esitazione. Era un’ondata di emozioni che non riusciva a contenere: amore, bisogno, appartenenza. Tutto quello che aveva sempre desiderato, senza mai sapere come chiederlo, era lì, davanti a lei, negli occhi di Luca. “Sì, Signore,” sussurrò, la voce spezzata. “Sì, voglio essere tua. Per sempre.”

Luca si alzò, avvicinandosi a lei, e le porse una piccola scatola di velluto nero. Quando la aprì, Rebecca vide un collare, diverso da quello temporaneo di pelle che aveva indossato finora. Era un nastro di seta nera, sottile e discreto, con una piccola chiusura d’argento a forma di lucchetto. “Lo indosserai sotto i vestiti, sempre,” spiegò lui, la voce bassa, carica di significato. “È il simbolo del nostro legame. Della tua resa, della mia cura. Inginocchiati.”

Rebecca obbedì senza esitazione, scivolando a terra davanti a lui, il cuore che le batteva all’impazzata. Luca si chinò, fissandole il collare attorno al collo con una delicatezza che contrastava con l’intensità del momento. Quando la chiusura scattò, Rebecca sentì un brivido percorrerle la schiena. Era sua. Davvero sua. “Alzati,” ordinò lui, e quando lo fece, Luca la baciò, un bacio profondo, possessivo, che la fece tremare.

“Stasera celebriamo questo legame,” disse, staccandosi appena. “Ti porterò oltre ogni limite che hai mai conosciuto. Ma sai che con me sei al sicuro. Fidati di me.” Rebecca annuì, incapace di parlare, mentre lui la guidava verso il centro della stanza. Lì, appeso al soffitto, c’era un sistema di corde che non aveva mai notato prima. “Ti sospenderò,” spiegò Luca. “Non completamente, ma abbastanza da farti sentire impotente. Vuoi provarci?”

“Sì, Signore,” rispose lei, anche se un filo di paura le stringeva lo stomaco. Luca lavorò con calma, legandole i polsi e le caviglie con corde morbide ma ferme, assicurandole che non sarebbe mai caduta. Quando la sollevò appena da terra, Rebecca sentì il proprio peso distribuito dalle corde, il corpo esposto, vulnerabile. Era una sensazione nuova, spaventosa ed eccitante al tempo stesso.

“Sei bellissima così,” mormorò lui, girandole attorno come un predatore. Prese un flogger più pesante di quello usato in precedenza e lo fece scorrere sulla sua pelle, un avvertimento. “Questo farà male. Ma lo prenderai per me, vero?”

“Sì, Signore,” ansimò lei, preparandosi. Il primo colpo arrivò sulla schiena, un bruciore acuto che le strappò un gemito. Ogni colpo successivo era calcolato, mai troppo forte, ma abbastanza da arrossarle la pelle, da farle sentire il suo controllo. Luca alternava i colpi a carezze, a parole dolci. “Brava, così. Prendilo per me. Dimostra che sei mia.” Rebecca stringeva i denti, le lacrime che le rigavano il viso, non solo per il dolore ma per l’emozione che la travolgeva.

Quando posò il flogger, Luca si avvicinò, liberandola dalle corde con attenzione e portandola sul letto. “Ora ti possiedo completamente,” disse, la voce roca. “Dimmi chi sei.”

“La tua proprietà, Signore,” rispose lei, senza esitazione. “La tua troia.”

Le parole la eccitavano tanto quanto le sue mani, che ora la toccavano ovunque, invadenti, possessive. La penetrò senza preavviso, prima nella figa, poi nel culo, alternandosi con una ferocia che la faceva urlare di piacere e dolore. “Non smettere di dirlo,” ordinò, spingendosi dentro di lei. “Chi sei?”

“La tua schiava, Signore. La tua puttana. Tua, solo tua,” singhiozzava Rebecca, il corpo scosso da orgasmi multipli che lui le estorceva senza sosta, portandola al limite dello sfinimento. Ogni spinta, ogni parola, ogni schiaffo leggero sul viso o sulle cosce era un sigillo del loro legame. Quando finalmente Luca venne dentro di lei, con un ringhio profondo, Rebecca si abbandonò completamente, il corpo tremante, la mente vuota di tutto tranne che di lui.

L’aftercare che seguì fu il più lungo e intenso che avessero mai condiviso. Luca la avvolse in una coperta, tenendola stretta contro il suo petto mentre le accarezzava i capelli. Le preparò un bagno caldo, lavandola con una tenerezza che contrastava con la brutalità di poco prima. “Ti amo,” sussurrò, baciandole la fronte. “E mi prenderò cura di te, sempre. Lo prometto.”

“Ti amo anch’io, Signore,” rispose lei, le lacrime che le rigavano il viso. Per la prima volta, non si sentiva vuota. Non si sentiva sola. Era sua, e questo le dava una forza che non aveva mai conosciuto.

Nei giorni successivi, mentre la pioggia autunnale continuava a cadere su Milano, Rebecca rifletté su come fosse cambiata. Non era più la ragazza ribelle che si nascondeva dietro il sarcasmo, che cercava di sopravvivere da sola in un mondo che le sembrava troppo grande. Ora era la schiava di Luca, ma non in un senso di oppressione. Era una resa che l’aveva resa più forte, più centrata, più viva. Il collare di seta sotto i vestiti era un promemoria costante di quel legame, di quella promessa reciproca di cura e crescita.

Una sera, mentre era inginocchiata ai piedi di Luca nel suo loft, con il calore della sua mano che le accarezzava i capelli, Rebecca alzò lo sguardo verso di lui. I suoi occhi azzurri erano pieni di una dolcezza che la fece sorridere, un sorriso sereno, di pace. Non sapeva chi avesse mandato quel messaggio, né se sarebbe mai tornato a tormentarla. Ma non aveva più paura. Con Luca accanto a lei, nulla poteva toccarla. Era a casa.

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