Vieni qui, troia, e servimi
Mi chiamo Sofia, ho 29 anni e, diciamocelo, non è che mi senta proprio una regina. Lavoro come grafica freelance, passo le giornate davanti al computer in un monolocale che puzza di caffè freddo e ansia. Non sono brutta, ma non mi guardo mai allo specchio con soddisfazione. Le curve ci sono, ma mi sembrano sempre fuori posto, e la mia autostima è tipo un palloncino sgonfio. Da un po’ di tempo, però, ho questa voglia che mi morde dentro, qualcosa che non so spiegare. Non è solo sesso, è… non lo so, bisogno di lasciarmi andare, di non decidere per una volta. Così, un giorno, mentre scorro annunci su un sito che non nomino nemmeno, vedo il post di Luca. Quarantacinque anni, executive, uno di quelli che sembrano avere il mondo in pugno. Cerca una sottomessa per “play serali”. Non ci penso due volte, gli scrivo. Mi risponde dopo un’ora: tono freddo, professionale, mi invita a casa sua per parlare.
Quando arrivo davanti alla sua porta, un appartamento di lusso in centro, mi tremano le gambe. Non so perché sto facendo questa cosa, ma c’è una parte di me che lo vuole, che ne ha bisogno. Luca apre la porta, alto, capelli brizzolati, camicia bianca con le maniche arrotolate. Mi guarda come se mi stesse valutando, e io mi sento già piccola. “Entra,” dice, senza sorridere. Parliamo per un’ora, seduti sul suo divano di pelle. Mi spiega le regole, mi fa firmare un contratto base: limiti chiari, check-in mensili per vedere se stiamo bene entrambi. Niente di troppo estremo, ma vuole controllo totale durante le sessioni. Io devo chiamarlo “Signore”, chiedere permesso per ogni cosa. Una parte di me pensa che sia assurdo, ma l’altra parte… cazzo, è eccitata. Firmo senza pensarci troppo. Ho bisogno di qualcosa che mi scuoti, che mi tiri fuori dalla mia testa.
La prima sera vera arriva una settimana dopo. Mi dice di presentarmi alle nove in punto. Quando busso, mi apre con un’espressione seria. “Spogliati,” ordina, senza nemmeno un ciao. Siamo ancora sulla soglia, e io esito. “Qui?” chiedo, con la voce che trema. “Sì, qui. Non farmelo ripetere.” Mi guardo intorno, il corridoio è deserto, ma mi sento esposta. Eppure, lo faccio. Mi tolgo la giacca, il maglione, i jeans, fino a restare in mutande e reggiseno. Lui mi guarda, impassibile. “Tutto,” dice. Mi sfilo anche quelli, e il freddo del pavimento mi fa venire la pelle d’oca. Sono nuda davanti a lui, e il cuore mi batte così forte che penso lo senta. “A terra, a quattro zampe. Portami un drink. La cucina è in fondo.” Lo guardo, incredula, ma il suo tono non ammette repliche. Mi abbasso, le ginocchia sul marmo freddo, e gattono. Mi sento ridicola, umiliata, ma c’è una parte di me che si accende. Ogni passo è una lotta tra vergogna ed eccitazione. Arrivo in cucina, trovo il whisky su un ripiano, lo prendo con le mani tremanti e gattono indietro, con la bottiglia e un bicchiere in equilibrio. Lui è seduto sul divano, non mi guarda nemmeno. “Brava,” dice solo, e quelle due sillabe mi fanno arrossire.
Mi fa inginocchiare accanto a lui mentre si versa da bere. Non dice niente per un po’, e io resto lì, nuda, con le mani sulle cosce, a fissare il pavimento. Sento il suo profumo, un misto di colonia e qualcosa di più caldo, maschile. Mi accorgo che sto respirando più veloce, e non so se è paura o desiderio. Poi mi mette una mano sulla testa, leggera, come se fossi un cane da accarezzare. “Sei nervosa,” dice, non come una domanda. “Sì, Signore,” rispondo, e quella parola mi esce strana, ma mi fa sentire… al posto giusto, in qualche modo. “Rilassati. Non ti faccio niente che tu non voglia.” Quelle parole mi calmano, ma solo un po’. Mi accarezza i capelli, poi la mano scende sul collo, sulla spalla. Il contatto è caldo, deciso, e io chiudo gli occhi per un attimo. Ma poi penso: che cazzo sto facendo? Sono nuda in casa di uno sconosciuto, a fare la serva. Eppure, non voglio andarmene. Voglio vedere dove mi porta questa cosa.
Dopo un po’, mi fa alzare e mi guida verso il tavolo della sala da pranzo, un pezzo di legno massiccio che sembra costare più del mio affitto annuale. “Mettiti qui, in piedi, mani sul bordo.” Obbedisco, e lui si piazza dietro di me. Non mi tocca subito, ma sento il suo respiro sul collo. “Hai un bel culo,” dice, con un tono che non è un complimento, ma una constatazione. Mi viene da ridere, ma mi mordo il labbro. Poi mi sfiora la schiena con le dita, lentamente, scendendo fino alle natiche. Ogni tocco è come una scarica, e io mi irrigidisco. “Rilassati, Sofia. Non ti faccio male. Non ancora.” C’è un accenno di ironia nella sua voce, e io non so se devo aver paura o eccitarmi ancora di più. Mi accarezza il culo con movimenti lenti, circolari, e poi si ferma. “Ti va di giocare un po’?” chiede. “Sì, Signore,” rispondo, e la mia voce è un sussurro. Lui tira fuori qualcosa da un cassetto, non vedo cosa, ma poi sento il rumore di un oggetto che viene appoggiato sul tavolo. “Ti fidi di me?” “Sì, Signore,” dico, anche se non sono sicura al cento per cento.
Inizia con le mani. Mi accarezza, mi stringe, mi esplora. Le sue dita sono ruvide, da uomo che sa quello che fa. Scende tra le cosce, ma non mi tocca lì, non ancora. Mi sfiora appena, facendomi fremere. Poi mi dà un piccolo schiaffo sul culo, leggero, quasi un gioco. “Ti piace?” chiede. “Sì, Signore,” rispondo, e non sto mentendo. La sensazione brucia un po’, ma mi scalda dentro. Un altro schiaffo, più forte, e io sobbalzo. “Brava, incassa bene.” Continua così per un po’, alternando schiaffi a carezze, e io sento il calore crescere, il cuore che batte forte. Non so perché, ma mi piace. Mi piace che lui abbia il controllo, che io non debba pensare a niente. Dopo un po’, mi dice di inginocchiarmi davanti a lui. Lo faccio, e lui si siede su una sedia, con il laptop aperto. “Mentre lavoro, tu lavori su di me. Capito?” Annuisco, e lui si slaccia i pantaloni. Non è ancora completamente duro, ma lo prendo in bocca lo stesso. È caldo, pesante sulla lingua, e io mi concentro per fare un buon lavoro. Lui non mi guarda, legge le email, digita sulla tastiera, e io sono lì, sotto il tavolo, a succhiarlo come se fosse la cosa più normale del mondo. Ogni tanto mi mette una mano sulla testa, guidandomi, e dice cose tipo “Brava, così,” con un tono distaccato che mi fa impazzire. Mi sento usata, ma in un modo che mi piace. Voglio soddisfarlo, voglio che mi dica che sono brava.
Mentre continuo, sento il suo respiro cambiare, diventare più profondo, anche se cerca di nasconderlo. Ogni tanto smette di scrivere, chiude gli occhi per un istante, e io capisco che sto facendo effetto, nonostante il suo atteggiamento freddo. Questo mi dà una strana carica, un senso di potere che non mi aspettavo in questa posizione di sottomissione. Mi muovo più decisa, seguendo il ritmo che lui sembra apprezzare, e quando geme piano, quasi impercettibilmente, mi sento come se avessi vinto qualcosa. Dopo qualche minuto, mi ferma con una mano ferma sulla spalla. “Basta così,” dice, la voce roca ma controllata. Mi fa alzare, e i miei occhi incontrano i suoi per un momento. C’è qualcosa lì, un lampo di soddisfazione, ma sparisce subito dietro la sua solita maschera impassibile.
“Vieni con me,” ordina, chiudendo il laptop con un gesto secco. Mi guida lungo un corridoio, oltrepassando stanze che non ho il tempo di osservare. Arriviamo in una camera più piccola, con una luce soffusa che illumina appena un letto grande, coperto da lenzuola scure. Alle pareti, niente di personale, solo uno specchio enorme che riflette la mia figura nuda mentre entro. Mi sento ancora più esposta, come se quello specchio mi stesse giudicando. “Sdraiati, a pancia in giù,” dice, indicando il letto. Obbedisco, il tessuto fresco contro la pelle calda mi fa rabbrividire. Sento i suoi passi dietro di me, poi il rumore di un altro cassetto che si apre. Non so cosa stia prendendo, e l’anticipazione mi fa stringere i muscoli. “Non muoverti,” avverte, e io resto ferma, il respiro corto.
Sento qualcosa di morbido sfiorarmi la schiena, una sensazione delicata, quasi un solletico. È una piuma, o qualcosa di simile, che traccia linee lente lungo la mia colonna vertebrale. Il contrasto con la durezza di poco prima mi confonde, ma mi rilassa. “Ti piace essere sorpresa, vero?” chiede, con quella sfumatura ironica che mi fa sempre dubitare delle sue intenzioni. “Sì, Signore,” rispondo, la voce attutita dal materasso. La piuma scende più in basso, sfiorando i fianchi, le cosce, e io mi mordo il labbro per non fare rumore. Poi, senza preavviso, la piuma scompare e sento un altro schiaffo, secco, sul culo. Sobbalzo, ma non mi muovo. “Brava, stai imparando,” dice, e io non riesco a capire se mi sta prendendo in giro o se è serio.
Dopo qualche altro tocco, alternando dolcezza e colpi decisi, mi fa girare sulla schiena. Mi guarda dall’alto, i suoi occhi che scorrono su di me come se stesse decidendo cosa fare dopo. “Allarga le gambe,” ordina, e io esito per un secondo prima di obbedire. Si siede sul bordo del letto, prendendo qualcosa da un comodino. È un piccolo flacone, forse un olio, che versa sulle sue mani. Il profumo è dolce, caldo, e quando le sue dita tornano sulla mia pelle, scivolano senza attrito, massaggiando le cosce, avvicinandosi pericolosamente ma senza mai toccare dove vorrei. È una tortura, e lo sa. “Chiedi quello che vuoi,” dice, con un mezzo sorriso. “Signore, per favore… toccami,” sussurro, imbarazzata ma disperata. “Dove?” insiste, forzandomi a dirlo. “Lì, Signore,” balbetto, e lui finalmente cede, le sue dita che si muovono lente, precise, facendomi perdere il controllo.
Dopo un po’, chiude il laptop e mi fa alzare. “Sul tavolo, piegata in avanti.” Obbedisco, le mani appoggiate al bordo, il culo in fuori. Sento il rumore di un cassetto che si apre, poi qualcosa di freddo che mi tocca tra le cosce. È un vibratore, lo accende, e il ronzio mi fa stringere i muscoli. Lo appoggia sul clitoride, e io gemo senza volerlo. “Zitta, non ho detto che puoi fare rumore,” dice, ma c’è un sorriso nella sua voce. Muove il vibratore lentamente, facendomi impazzire, e con l’altra mano mi schiaffeggia di nuovo il culo, più forte di prima. Il mix di dolore e piacere mi manda fuori di testa, e io stringo il bordo del tavolo così forte che mi fanno male le mani. “Chiedi permesso se vuoi venire,” mi ricorda. “Signore, posso venire?” chiedo, con la voce spezzata. “Non ancora,” risponde, e io stringo i denti per trattenermi. Continua così per un po’, portandomi al limite e poi fermandosi, finché non sono un disastro tremante.
Alla fine, sento il rumore della cintura che si slaccia. “Adesso ti scopo,” dice, diretto, senza giri di parole. Si mette un preservativo, poi lo sento spingere contro di me. Entra piano, ma deciso, e io mi mordo il labbro per non gridare. È grosso, mi riempie, e il vibratore è ancora lì, sul clitoride, che mi fa vedere le stelle. Si muove lentamente all’inizio, ogni spinta profonda, e io sento ogni centimetro di lui. “Cazzo, sei stretta,” grugnisce, e quelle parole mi fanno contrarre ancora di più. Aumenta il ritmo, le sue mani sui miei fianchi, stringono forte, e il tavolo scricchiola sotto di noi. Sento l’odore del suo sudore, il suono dei nostri corpi che sbattono, il mio respiro che si spezza. “Chiedi di nuovo,” ordina. “Signore, posso venire?” quasi urlo. “Sì, vieni per me, troia,” risponde, e quelle parole, così crude, mi spingono oltre. Esplodo, il piacere mi travolge, e lui continua a spingere, forte, fino a venire anche lui con un grugnito basso, animalesco. Resta dentro di me per un momento, poi si tira indietro, e io resto lì, piegata sul tavolo, con le gambe che tremano.
Dopo, mi aiuta ad alzarmi. Non c’è imbarazzo, non c’è giudizio. Mi porta in bagno, apre l’acqua della vasca, e ci sediamo dentro insieme. L’acqua calda mi rilassa i muscoli, e lui mi lava la schiena con una spugna, con gesti gentili che contrastano con la durezza di prima. “Sei stata brava, Sofia,” dice, e quelle parole mi riempiono di una strana soddisfazione. Non parlo molto, sono ancora un po’ frastornata, ma mi sento… bene. Protetta, in qualche modo. La struttura di tutto questo, le regole, il controllo che gli ho dato, mi fanno sentire al sicuro, come se per una volta non dovessi preoccuparmi di niente. Lui sembra più leggero, come se si fosse scaricato di un peso. Restiamo in silenzio per un po’, poi mi asciuga con un asciugamano morbido e mi lascia vestire. “Ci vediamo la prossima settimana,” dice, non come una domanda. “Sì, Signore,” rispondo, e sorrido senza volerlo. Esco da casa sua con le gambe ancora molli, ma con una sensazione dentro che non provavo da tanto: certezza. So cosa voglio, almeno per ora, e non vedo l’ora di tornare.
