La lezione privata di marta
Sono Marta, ho 49 anni, e se c’è una cosa che mi fa incazzare è sentirmi vuota. Sono un’insegnante di inglese, sempre impeccabile, tailleur stirati e sorriso finto. Ma dentro? Un deserto. Mio marito, Giorgio, è un brav’uomo, ma dopo vent’anni di matrimonio è come scopare con un muro: freddo, prevedibile, e non ti dà nulla. Mi guardo allo specchio e vedo una donna che potrebbe ancora spaccare, ma che si è spenta. Poi è arrivato Luca.
Luca ha 24 anni, è il figlio di vecchi amici di famiglia. Un ragazzino, in teoria. Studia all’università, un laureando un po’ goffo, che arrossisce se lo guardi troppo. Ma c’è qualcosa nei suoi occhi, un modo di fissarmi quando pensa che non me ne accorga, che mi fa sentire viva. Mi guarda come se fossi una preda, non la signora elegante che tutti vedono. E io, cazzo, lo voglio quel brivido.
Un giorno mi ha chiesto aiuto per un colloquio di lavoro in inglese. “Prof, puoi darmi una mano? Sei la migliore”, mi ha detto con quel sorriso timido. Ho accettato subito, non per il colloquio, ma perché volevo vedere fino a dove poteva spingersi quella tensione che sentivo tra noi. Abbiamo fissato per un pomeriggio a casa mia, alle 18:00. Giorgio sarebbe tornato alle 19:00, quindi avevo un’ora per giocare con il fuoco.
Quel giorno ero nervosa. Mi sono messa un vestito nero, aderente, niente di scandaloso ma che mi faceva sentire sexy. Quando Luca è arrivato, aveva una camicia bianca un po’ sgualcita e i jeans. Sembrava un cucciolo smarrito, ma i suoi occhi erano già su di me, su ogni curva del mio corpo. Ci siamo seduti sul divano del soggiorno, con il tavolo pieno di fogli e il mio quaderno delle frasi da ripetere. “Ok, Luca, iniziamo. Ripeti dopo di me: I’m confident in my skills”, ho detto, con la voce da prof seria. Lui ha balbettato, sbagliando apposta. “I’m… conf… confindet?” E mi ha guardata con un sorrisetto. Figlio di puttana, lo stava facendo di proposito.
Mi sono alzata e mi sono avvicinata, chinandomi verso di lui per correggerlo. “Confident, Luca. Con-fi-dent. Dai, ripeti.” La mia mano ha sfiorato la sua spalla, e ho sentito il suo respiro cambiare. Mi sono tirata indietro, ma dentro di me c’era un casino. Una parte di me urlava di smetterla, che ero una stronza a fare così con un ragazzo che poteva essere mio figlio. Ma l’altra parte, quella che non sentivo da anni, voleva di più. Lui continuava a sbagliare, a guardarmi, a provocarmi. E io ci stavo. Il cuore mi batteva forte, non solo per il desiderio, ma per il rischio. Erano le 18:35, Giorgio poteva tornare da un momento all’altro. E quel pericolo mi eccitava da morire.
“Ok, basta con le frasi, vieni più vicino”, ho detto, con la voce che mi tremava un po’. Mi sono seduta accanto a lui, le nostre gambe si sfioravano. Ho preso il quaderno e ho fatto finta di leggerlo, ma le mie mani erano sudate. Luca mi guardava, non diceva niente, ma il suo sguardo era un fuoco. Ho posato il quaderno e gli ho messo una mano sulla coscia, piano, come per caso. Lui ha deglutito forte, ma non si è tirato indietro. “Marta… cosa stai facendo?”, ha sussurrato, con quella voce incerta che mi faceva impazzire. “Ti insegno a non avere paura”, ho risposto, guardandolo dritto negli occhi. E ho stretto di più la sua coscia, salendo verso l’inguine.
Non c’era tempo da perdere, lo sapevamo entrambi. Mi sono chinata su di lui, il mio viso vicino al suo, ma non l’ho baciato. Non ancora. Ho passato una mano sui suoi jeans, sentendo che era già duro. “Cazzo, Marta…”, ha mormorato, con la voce roca. Ho sorriso, un sorriso da predatrice. Gli ho slacciato la cintura, piano, guardandolo sempre negli occhi. Lui tremava, ma non mi fermava. Ho aperto i jeans e ho tirato fuori il suo cazzo, duro e caldo nella mia mano. Ho iniziato a muovere la mano su e giù, lentamente, sentendo ogni vena sotto le dita. Luca ha chiuso gli occhi e ha tirato indietro la testa, gemendo piano. “Shh, non fare rumore”, gli ho detto, con un tono che era più un ordine che una richiesta. Ma dentro di me stavo andando a pezzi dall’eccitazione.
Mi sono inginocchiata davanti a lui, tra le sue gambe. Non avevamo tempo per altro, e lo sapevamo. Gli ho abbassato i jeans e i boxer fino alle caviglie, lasciandolo esposto. Il suo cazzo era proprio davanti a me, e io non ci ho pensato due volte. L’ho preso in bocca, prima solo la punta, assaporandolo. Sapeva di sudore e di desiderio, un mix che mi faceva perdere la testa. Ho iniziato a succhiare piano, muovendo la lingua attorno, mentre con una mano gli accarezzavo le palle. Luca ha gemuto più forte, “Cazzo, Marta, sei incredibile…”. Ho alzato lo sguardo, i suoi occhi erano pieni di lussuria. “Zitto, o ci sentono”, ho sussurrato, prima di riprenderlo in bocca, più a fondo.
Ho accelerato il ritmo, succhiando più forte, lasciando che la saliva mi colasse sul mento. Lui mi ha messo una mano sulla testa, non per forzarmi, ma per guidarmi. “Sì, così… cazzo, non fermarti…”, ha detto, con la voce spezzata. Poi ha stretto di più, spingendomi giù. Non mi dava fastidio, anzi, mi piaceva quella foga. Mi ha scopato la bocca, i suoi fianchi si muovevano veloci, e io lo lasciavo fare, tenendomi alle sue cosce per non perdere l’equilibrio. Sentivo il suo cazzo pulsare, i suoi gemiti diventare più forti, il suo odore che mi riempiva i sensi. “Sto per venire, Marta… cazzo, sto per venire…”, ha detto, ansimando. Non mi sono tirata indietro. Ho continuato a succhiare, finché non ho sentito il primo schizzo caldo in gola. Ha continuato a venire, e io ho ingoiato tutto, sentendo il sapore salato sulla lingua, mentre un po’ mi colava dall’angolo della bocca.
Stavo ancora tirandomi su, pulendomi il mento con il dorso della mano, quando ho sentito la porta d’ingresso aprirsi. Merda. Giorgio era tornato prima. Erano le 18:55. Luca era ancora lì, con i pantaloni abbassati, il cazzo mezzo duro e il fiatone. Io ero di spalle alla porta, con la faccia ancora sporca. “Marta, sono a casa!”, ha gridato Giorgio, entrando in soggiorno. Ho sentito il cuore fermarsi, ma non mi sono voltata. “Ciao caro, siamo qui, stiamo finendo la lezione”, ho detto, con una voce che sembrava calma ma dentro tremavo. Luca si è tirato su i pantaloni in fretta, con le mani che gli tremavano. Giorgio, per fortuna, non ha notato nulla. “Ok, vado un attimo in bagno, sono distrutto”, ha detto, sparendo lungo il corridoio.
Abbiamo avuto giusto il tempo di sistemarci. Luca si è abbottonato i jeans, io mi sono passata una mano sulla bocca e ho preso un fazzoletto per pulirmi meglio. Quando Giorgio è tornato, ero già seduta al tavolo con il quaderno in mano, come se nulla fosse successo. “Tutto bene, Luca? Sembri un po’ rosso”, ha detto mio marito, con un tono distratto. “Sì, tutto ok, solo un po’ stanco”, ha balbettato lui. Giorgio ha annuito e si è messo a guardare il telefono.
Pochi minuti dopo, Luca se n’è andato, con un “Grazie, prof” che nascondeva tutto quello che era successo. Io sono rimasta lì, con il cuore che ancora batteva forte e un sorriso che non riuscivo a togliermi dalla faccia. Non so se succederà di nuovo, ma cazzo, ne è valsa la pena. Quel brivido, quel rischio, mi hanno ricordata chi sono davvero. E non mi interessa cosa pensi chiunque altro.
