Inculata dal collega più giovane (parte 2)
La settimana dopo quella sera è stata un inferno silenzioso.
Giulio è sparito. Non nel senso letterale – era lì, in ufficio, tutti i giorni – ma era come se io non esistessi più. Niente sguardi, niente battute, niente caffè posati sulla mia scrivania. Rispondeva alle mie mail con frasi secche, “ok”, “fatto”, “ci penso”. In riunione sedeva dall’altra parte del tavolo, parlava con gli altri soci, rideva persino – una risata breve, controllata – ma mai con me. Mai un occhio che si posasse su di me più di quanto servisse per passare un fascicolo.
Io invece ero un disastro ambulante.
Passavo le giornate a ripetermi la scena: il suo cazzo dentro il mio culo, il bruciore, il piacere sporco, le sue parole – “puttana sposata” – che mi rimbombavano in testa come un disco rotto. Mi vergognavo da morire. Mi sentivo usata, umiliata, sporca. Eppure, ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo le sue mani, sentivo di nuovo quel nodo allo stomaco, quella fitta tra le gambe. Mi toccavo di nascosto, in bagno, pensando a lui che mi sfondava senza chiedere permesso. Venivo in silenzio, mordendomi il labbro fino a farmi male, poi piangevo per la vergogna.
Ero paranoica. Controllavo il telefono ogni cinque minuti, convinta che mi avrebbe scritto qualcosa – un messaggio, una foto, qualsiasi cosa. Niente. Pensavo che mi avesse usata e basta, che per lui fosse stato solo un capriccio, un gioco per vedere fino a dove poteva spingersi la “mature colleague” arrapata. Pensavo che non mi avrebbe più toccata. E quella possibilità mi terrorizzava più di quanto volessi ammettere.
Poi, venerdì pomeriggio, alle 17:22, mi arriva un messaggio sul cellulare personale. Non WhatsApp aziendale, il mio vero numero.
“Stasera aperitivo. 19:30. Bar Basso, via Plinio. Non fare tardi.”
Niente “ciao”, niente “come stai”, niente firma. Solo quello.
Il cuore mi è esploso nel petto.
Ho risposto dopo tre minuti, con le mani che tremavano.
“Ok.”
Sono arrivata con dieci minuti di anticipo. Tailleur grigio antracite, camicetta bianca sbottonata quel tanto che bastava, tacchi neri. Mi ero truccata di più del solito, rossetto rosso scuro. Volevo che mi vedesse. Volevo che si ricordasse.
Era già lì, seduto a un tavolino d’angolo, camicia azzurra con le maniche arrotolate, jeans scuri, un Negroni davanti. Quando mi ha vista ha fatto solo un cenno con la testa, niente sorriso.
Mi sono seduta di fronte a lui.
«Sei in ritardo» ha detto, anche se non lo ero.
«Traffico» ho mentito.
Ha bevuto un sorso, mi ha guardata a lungo.
«Stai bene?»
La domanda mi ha spiazzata. Era la prima volta che mi chiedeva qualcosa di personale.
«Io… sì. Tu?»
Ha scrollato le spalle.
Abbiamo ordinato. Spritz per me. Silenzio per un po’.
Poi ha iniziato a parlare. Senza preavviso.
«Sai che sono orfano?»
Ho scosso la testa.
«Mio padre è morto quando avevo sette anni. Incidente in moto. Mia madre se n’è andata di tumore quando ne avevo quindici. Sono cresciuto con la zia, sorella di mia madre. Casa popolare a Quarto Oggiaro. Lei lavorava in fabbrica, turni di notte. Io studiavo come un disperato perché sapevo che era l’unica cosa che mi avrebbe tirato fuori da lì. Ho fatto il liceo scientifico di sera, lavorando di giorno in un bar. Università a ventidue anni, fuori corso perché dovevo mantenermi. Ho preso 110 e lode a pieni voti, senza mai chiedere una lira a nessuno.»
Lo ascoltavo muta. Non me l’aspettavo. Non quel tono, non quella storia.
«Ambizione, Laura. È l’unica cosa che mi ha tenuto in piedi. Voglio arrivare in alto. Voglio soldi, potere, rispetto. Non per vantarmi, per non sentirmi più quel ragazzino che contava le monete per comprarsi un panino.»
Ha bevuto ancora.
«La mia fidanzata… la amo, sai? È dolce, è bella, mi fa sentire… normale. Ma è superficiale. Pensa solo a vestiti, viaggi, stories. Non capisce niente di quello che ho passato. Non capisce quanto mi costi ogni giorno fingere di essere uno come gli altri.»
Mi guardava dritto negli occhi.
«Tu invece capisci. Tu hai vissuto. Hai sbagliato, hai sofferto, hai costruito qualcosa. Per questo mi fai impazzire. Perché sei vera.»
Ho abbassato lo sguardo. Le guance mi bruciavano.
«Giulio…»
«Andiamo via da qui» ha detto di colpo. «Ho prenotato una stanza al Senato. Cinque minuti a piedi.»
Ho esitato.
«Devo rientrare. Mio marito…»
«Chiamalo dopo. O chiamalo da lì. Decidi tu.»
La sua voce era calma, ma non ammetteva repliche.
Ho annuito.
L’albergo era piccolo, elegante, discreto. Abbiamo preso la chiave senza dire una parola. Camera 304. Letto king size, tende pesanti, luce calda.
Appena chiusa la porta mi ha baciata. Non come la prima volta – violento, predatorio – ma lento, profondo. Mi ha spogliata con calma, pezzo per pezzo, baciandomi il collo, i seni, la pancia. Mi tremavano le gambe.
Poi il telefono ha squillato.
Era mio marito.
«Amore, dove sei? Sono le nove passate.»
Ho guardato Giulio. Lui ha sorriso, quel sorriso obliquo.
«Sono… con una cliente. Una cena di lavoro. Finisco tra poco.»
Giulio si è inginocchiato davanti a me. Mi ha aperto le gambe. Ha infilato due dita dentro senza preavviso. Ero già bagnata, da ore.
Ho trattenuto un gemito.
«Tutto bene?» ha chiesto mio marito.
«Sì… sì, tutto bene. Solo… un po’ di mal di testa.»
Giulio ha iniziato a muovere le dita, lente, profonde. Il pollice sul clitoride. Io stringevo il telefono con forza, cercando di respirare regolare.
«Tardi stasera, eh?»
«Sì… scusa. Non volevo farti preoccupare.»
Giulio ha accelerato. Ha aggiunto un terzo dito. Mi ha guardata negli occhi mentre lo faceva, sfidandomi a non gemere.
Ho chiuso gli occhi, morsa il labbro.
«Va bene, amore. Torna quando puoi. Bacio.»
«Bacio.»
Ho chiuso la chiamata. Ho lasciato cadere il telefono sul letto.
Giulio si è alzato, mi ha preso per i fianchi, mi ha buttata sul materasso.
«Brava» ha sussurrato. «Hai tenuto duro.»
Mi ha girata di schiena, mi ha aperto le natiche con le mani.
«Adesso vediamo quanto riesci a tenere duro con questo.»
La stanza odorava di pulito costoso: lenzuola di cotone egiziano, un vago sentore di agrumi dal diffusore sul comodino. La luce era bassa, solo la lampada da lettura accesa sul lato del letto, un alone caldo che lasciava metà stanza in penombra.
Giulio non ha acceso altre luci. Mi ha guardata per un secondo, immobile, come se stesse decidendo l’ordine esatto delle cose. Poi ha detto, con quella voce bassa che sembrava sempre un ordine mascherato da suggerimento:
«Spogliati. Lenta.»
Ho obbedito. Camicetta slacciata un bottone alla volta, gonna che scivola lungo i fianchi, reggiseno slacciato da dietro, mutandine che ho fatto scendere piano, sentendomi nuda prima ancora di essere completamente scoperta. Lui è rimasto vestito, solo la camicia aperta sul petto, i pantaloni ancora allacciati. Mi ha osservata come si osserva un oggetto prezioso che si sta per usare.
«Sdraiati. A pancia in giù.»
Mi sono stesa sul letto, il viso girato verso di lui, le braccia piegate sotto il mento. Il materasso era morbido, accogliente, quasi troppo per quello che stava per succedere. Ha spento la lampada principale, lasciando solo quella fioca. Poi si è spogliato senza fretta: cintura, pantaloni, boxer. Il suo cazzo era già duro, teso, venoso. Si è inginocchiato sul letto dietro di me.
Mi ha aperto le natiche con entrambe le mani, piano, come se stesse studiando la geometria del mio corpo. Ho trattenuto il respiro.
«Rilassati» ha mormorato. «Non stringere. Lasciami entrare.»
Ha sputato sulla mano, ha lubrificato se stesso, poi ha premuto la cappella contro l’ano. Non ha spinto subito. Ha aspettato che io sentissi il contatto, che il mio corpo registrasse la pressione.
«Lo sai che sei fatta per questo, vero?» ha detto, la voce calma, quasi dolce. «Il tuo culo si apre per me. Lo sento già. È caldo, morbido, affamato.»
Ha spinto. Lento all’inizio. Ho gemuto forte, un suono strozzato. Bruciava ancora, come la prima volta, ma meno. Il corpo ricordava.
«Bravo» ha sussurrato. «Respira profondo. Lascia che entri tutto.»
Un altro colpo, più deciso. È scivolato dentro per metà. Ho afferrato le lenzuola.
«Cazzo… quanto sei stretto» ha detto, ma non come un insulto volgare. Come un complimento tecnico, ammirato. «Senti come ti apro? Senti come il tuo culo mi succhia dentro?»
Ha iniziato a muoversi. Non scopate veloci, scoordinate. Ogni spinta era calcolata: entrava fino in fondo, si fermava un secondo con il bacino schiacciato contro le mie natiche, poi usciva quasi completamente, lasciando solo la cappella dentro, e poi tornava a fondo con un colpo secco, preciso, che mi faceva sobbalzare.
Ogni volta che affondava diceva qualcosa. Parole basse, misurate, come se le scegliesse apposta per scavarmi dentro.
«Lo senti questo? È il tuo posto, Laura. Sotto di me. Con il culo pieno del mio cazzo.»
Un altro colpo.
«Tuo marito ti ha mai presa così? No, vero? Lui ti scopa la figa per tre minuti e poi dorme. Io invece ti apro dove nessuno è mai entrato. Ti faccio diventare la mia puttana anale.»
Un altro colpo, più forte. Ho iniziato a gemere in modo diverso. Non solo dolore. Piacere. Un piacere profondo, sconosciuto, che saliva dalla spina dorsale.
«Brava. Rilassati ancora di più. Lasciami dilatarti. Senti come scivolo meglio adesso? Il tuo culo si sta abituando. Ti piace, eh? Ti piace essere sfondata così.»
Ho annuito contro il cuscino, senza voce. Sì. Mi piaceva. Mi piaceva da morire.
Ha accelerato leggermente, ma sempre con quel ritmo controllato. Ogni affondo era accompagnato da una frase.
«Pensa a quanto sei bagnata là sotto. La tua figa cola senza che nessuno la tocchi. Solo perché ti sto inculando. Sei una troia naturale, Laura. Una troia di classe, ma pur sempre una troia.»
Ho iniziato a muovere i fianchi all’indietro, incontrando le sue spinte. Il bruciore si era trasformato in calore pulsante. Ogni volta che entrava sentivo una scarica elettrica dal culo alla clitoride. Ero fradicia. Le cosce mi tremavano.
«Giulio…» ho sussurrato, la voce rotta. «Scopami la figa… ti prego…»
Ha riso piano, una risata bassa, crudele e tenera allo stesso tempo.
«No.»
Ha spinto più forte, quasi violento.
«Io voglio solo questo. Voglio solo il tuo culo. Voglio che tu venga solo così, con il culo pieno. Voglio che impari che il tuo piacere dipende da me. Dal mio cazzo nel tuo buco più proibito.»
Ha infilato una mano sotto di me, ma non per toccarmi la figa. Ha solo premuto il palmo contro il monte di Venere, schiacciando il clitoride contro il materasso a ogni spinta. Era abbastanza. Troppo.
Ho iniziato a venire. Non come le volte normali. È stato diverso. Un orgasmo lento, profondo, che partiva dall’ano e si propagava ovunque. Ho tremato tutta, ho gridato nel cuscino, le lacrime mi sono uscite dagli occhi senza che me ne accorgessi. Il culo si contraeva intorno a lui, spasmi violenti.
«Ecco» ha detto, la voce tesa. «Vieni per me. Vieni mentre ti inculo. Brava puttana. Brava troia sposata.»
Ha continuato a spingere ancora per qualche minuto, prolungando il mio orgasmo fino a farmi quasi svenire. Poi si è fermato, è uscito lentamente.
Mi ha girata sulla schiena. Ero un relitto: capelli appiccicati alla fronte, mascara colato, labbra gonfie.
Si è inginocchiato sopra di me, il cazzo lucido, rosso, vicinissimo al mio viso.
«Apri la bocca.»
Ho aperto.
Ha iniziato a segarsi veloce, la mano che scorreva sul cazzo ancora bagnato del mio culo.
«Guardami. Guardami mentre vengo.»
È venuto con un gemito basso, controllato. Schizzi caldi, densi, sulla mia guancia, sul naso, sulle labbra, sul mento. Uno mi è finito nell’occhio, ho chiuso le palpebre di riflesso.
Quando ha finito ha respirato a fondo. Poi, con due dita, ha raccolto lo sperma dal mio viso. Me le ha portate alla bocca.
«Lecca.»
Ho aperto le labbra. Ho leccato. Salato, amaro, caldo. Ho succhiato le sue dita, una dopo l’altra, pulendole con la lingua.
Ha sorriso, quel sorriso obliquo.
«Brava. Pulisci tutto. Come una brava troia da film porno.»
Mi ha guardata negli occhi mentre lo facevo.
«Ti piace, vero? Ti piace sentirti così. Sporca. Usata. Trattata come una puttana da quattro soldi, anche se hai quarantasette anni, una laurea, uno studio, due figli e un marito che ti chiama “amore” ogni sera.»
Ho annuito piano, le lacrime che continuavano a scendere, ma non di dolore. Di qualcos’altro. Di liberazione, forse.
«Sì» ho sussurrato. «Mi piace.»
Ha raccolto l’ultimo residuo di sperma dal mio mento e me l’ha fatto leccare di nuovo.
«Bene. Perché da stasera in poi questo è quello che sei per me. La mia puttana anale. La mia troia segreta. E tu lo sai che tornerai. Che ogni volta che mi vedrai in ufficio ti bagnerai solo al pensiero del mio cazzo nel tuo culo.»
Mi ha accarezzato i capelli, quasi con tenerezza.
«Adesso vai a casa. Lavati bene. Domani ci vediamo alle nove. E non osare guardarmi con la faccia da vittima. Sorridi. Come se niente fosse.»
Si è alzato, si è rivestito con calma.
Io sono rimasta lì, nuda sul letto, il sapore di lui ancora in bocca, il culo dolorante e dilatato, la figa che pulsava a vuoto, e un pensiero chiaro, inequivocabile:
Mi piaceva. Mi piaceva da morire essere trattata così.
