Il debito e la bocca piena
Sono Pierpaolo, ho 28 anni, e non sono mai stato uno che sa cavarsela coi soldi. Vivo alla giornata, e quando sono nei guai, come sempre, finisco per chiedere aiuto a qualcuno. Stavolta però la situazione è pesante: devo dei soldi a Nicola, un amico di mio fratello, uno di 35 anni che non è proprio un tipo paziente. È sabato sera, e con un nodo allo stomaco mi presento sotto casa sua, un appartamento in un palazzo vecchiotto in periferia. Ho il cuore che mi batte forte mentre suono il citofono, non so come reagirà quando gli dirò che non solo non ho i soldi da restituirgli, ma che ne voglio altri. Quando mi apre la porta, però, Nicola mi sorprende: ha un sorriso storto, gli occhi un po’ rossi, e puzza di erba e birra. “Oh, Pierpa’, entra, dai, che cazzo fai lì impalato?” mi dice, con una voce un po’ impastata. Mi fa strada dentro, e vedo subito che è già partito: sul tavolo ci sono bottiglie vuote, un posacenere pieno e una canna ancora accesa.
All’inizio l’atmosfera è strana, ma non tesa come mi aspettavo. Nicola mi offre da bere, tira fuori un’altra birra dal frigo e me la lancia. “Rilassati, cazzo, sembri un funerale,” ride, mentre si accende un’altra canna e me la passa. Io sono nervoso, ma accetto, più per non fare la figura del cagasotto che per altro. Parliamo di cazzate, di mio fratello, di vecchie storie, e io piano piano mi sciolgo un po’. La birra mi scalda, l’erba mi stordisce, e per un attimo quasi dimentico perché sono lì. Ma mentre ridiamo, Nicola mi guarda fisso, e il suo sorriso cambia. “Senti, Pierpa’, quand’è che mi ridai i soldi che mi devi?” mi chiede, dritto al punto. Io balbetto, cerco di girarci intorno, e alla fine sputo il rospo: “Nicola, sono in un casino, mi servono altri soldi, davvero, ti giuro che te li ridò presto.” Il suo volto si incupisce, si passa una mano sulla faccia e scoppia in una risata amara. “Cazzo, ma mi prendi per il bancomat? Io e tuo fratello, sempre la stessa storia. Sono stufo, capito?”
Sto per scusarmi, per implorarlo, ma lui alza una mano per zittirmi. “Aspetta, non ho problemi ad aspettare ancora, sai? Ti do i soldi, ma da stasera c’è una regola nuova: tu sei il mio pompinaro personale. Chiaro?” Io resto di sasso, non so se ho capito bene, ma il suo sguardo non scherza. Mi sento il viso andare a fuoco, un misto di vergogna e paura, ma anche qualcosa di strano, tipo un formicolio che non so spiegare. Ho bevuto, ho fumato, la testa mi gira, e in un angolo della mia mente penso che magari è solo uno scherzo. Ma non lo è. “Dai, non fare il timido, lo so che ci stai,” insiste, con un ghigno. Io scuoto la testa, ma dentro di me so che non ho scelta. Ho bisogno di quei soldi, e una parte di me, forse per colpa dell’alcool, è curiosa. “Ok,” mormoro, con la voce che trema. Nicola ride forte. “Bravo, allora inginocchiati.”
Mi avvicino a lui, che è seduto sul divano, e mi metto in ginocchio tra le sue gambe. Mi tremano le mani, ma lui non perde tempo: si slaccia i jeans e tira fuori il cazzo, già mezzo duro. Mi guarda dall’alto, con un sorrisetto di scherno. “Avanti, non fare il prezioso, sai cosa devi fare.” Mi chino piano, il cuore mi martella nel petto, e lo prendo in bocca. È caldo, pesante sulla lingua, e sa di sudore. All’inizio vado piano, un po’ impacciato, ma lui mi mette una mano sulla testa e mi guida. “Così, bravo, succhia per bene,” mi dice, con un tono che mi fa sentire una merda, ma che in qualche modo mi eccita. Sento il suo respiro farsi più pesante, e ogni tanto mi spinge più a fondo, facendomi quasi soffocare. “Cazzo, sei proprio un bravo pompinaro,” ghigna, mentre io sento la saliva colarmi lungo il mento. Ogni tanto tira fuori il cazzo e me lo sbatte in faccia, forte, sulla guancia, e ride. “Ti piace, eh? Dillo,” mi ordina. Io, con la bocca ancora piena, biascico un “sì” a fatica, e lui si gode la mia umiliazione.
Mentre continuo, lui accende il telefono e si mette a guardare un porno, come se io non fossi nemmeno lì. Sento i gemiti della tipa nel video, e lui che commenta: “Guarda questa, cazzo, tu devi fare meglio di lei.” Mi spinge la testa giù, fino in gola, e io sento gli occhi lacrimarmi per lo sforzo. Ogni tanto si ferma, mi tira su per i capelli solo per guardarmi in faccia, rossa e incasinata, e poi mi ributta giù. “Dai, lecca per bene, non fare il pigro,” ringhia, e io obbedisco, sentendo il sapore salato della sua pelle e il calore del suo cazzo che mi riempie la bocca. Il ritmo è lento, a volte si ferma solo per fumare un’altra canna, tenendomi fermo con la testa tra le sue gambe. Sento i muscoli della bocca che iniziano a far male, ma lui non ha fretta. “Abbiamo tutta la sera, pompinaro mio,” dice, con una risata grassa.
Il divano scricchiola sotto il suo peso mentre si muove appena, spingendo i fianchi verso di me ogni tanto, per farmi capire chi comanda. Il suono della mia bocca che lavora, i risucchi, i suoi gemiti bassi, tutto si mischia con l’odore di sudore e fumo che riempie la stanza. Io sono in ginocchio, le gambe intorpidite, ma non posso smettere. Lui mi parla, mi umilia, mi dice di guardarlo negli occhi mentre lo succhio, e io lo faccio, con la vergogna che mi brucia dentro ma anche una specie di eccitazione che non capisco. “Sei proprio una troietta, lo sai?” mi dice, e io non rispondo, continuo solo a succhiare, sentendo il suo cazzo pulsare contro la mia lingua. Ogni tanto lo tira fuori e me lo strofina sul viso, lasciandomi bagnato di saliva e di qualsiasi altra cosa, e poi me lo rimette in bocca. “Puliscilo per bene,” ordina, e io eseguo, senza fiatare.
Dopo quella che mi sembra un’eternità, finalmente lo sento irrigidirsi. “Cazzo, ci sono,” grugnisce, e mi tiene la testa ferma mentre viene, riempiendomi la bocca. Io deglutisco, non ho altra scelta, e quando mi lascia andare mi passo una mano sul viso, pulendomi alla bell’e meglio. Lui si appoggia allo schienale del divano, soddisfatto, e tira fuori un rotolo di banconote dal taschino. “Ecco i tuoi soldi, pompinaro. Te li sei guadagnati,” dice, buttandomeli addosso con un sorrisetto. Io li prendo, senza guardarlo negli occhi, con la bocca che mi fa male e un bruciore in gola che non dimenticherò tanto presto. Mi alzo, barcollando un po’, e me ne vado senza dire una parola. Mentre scendo le scale, sento ancora il sapore di lui sulla lingua, gli occhi mi pizzicano, ma dentro di me c’è una strana soddisfazione. È stato intenso, umiliante, ma ce l’ho fatta. Ho i soldi, e questo è tutto quello che conta.
