Racconti Piccanti
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Scopata selvaggia col ragazzo del cantiere

Scopata selvaggia col ragazzo del cantiere

11 Marzo 2026·10 min di lettura

Mi chiamo Alessia, ho 48 anni, e non sono mai stata il tipo da colpi di testa. Sono sposata da vent’anni con Roberto, un uomo tranquillo, che lavora in banca e torna a casa sempre alla stessa ora. La nostra vita è una routine: colazione insieme, lui in ufficio, io a fare commissioni o a sistemare casa. Il sesso? Una cosa sbrigativa, ogni tanto, più per abitudine che per voglia. Ma ultimamente mi sentivo strana, come se mi mancasse qualcosa. Non so, un brivido, un rischio, qualcosa che mi facesse sentire viva. Non me lo aspettavo, ma quel qualcosa è arrivato in un giorno qualunque, durante la pausa pranzo, e ha cambiato tutto.

Era un mercoledì di fine settembre, uno di quei giorni in cui l’aria è ancora tiepida ma si sente che l’autunno sta arrivando. Ero in centro, vicino a un cantiere dove stavano ristrutturando un vecchio palazzo. Avevo appena preso un panino al bar e mi ero seduta su una panchina per mangiarlo, quando ho notato questo ragazzo. Era giovane, sui vent’anni, con la pelle un po’ scura, i capelli neri corti e un fisico scolpito, di quelli che si vedono solo nei cantieri o in palestra. Indossava una canottiera sporca di polvere e dei jeans strappati, e stava scaricando sacchi di cemento da un furgone bianco. Non so perché, ma non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Ogni tanto si asciugava il sudore dalla fronte con il braccio, e i suoi muscoli si tendevano in un modo che mi faceva venire un nodo allo stomaco.

A un certo punto, lui si è girato e mi ha beccata a fissarlo. Ha sorriso, un sorriso sfacciato, di chi sa di essere guardato e gli piace. Io sono arrossita come una ragazzina e ho abbassato lo sguardo sul mio panino, ma sentivo il cuore battere forte. Dopo un po’, ho rialzato gli occhi e lui era ancora lì, che mi guardava. Ha mollato il sacco che aveva in mano, si è avvicinato con passo lento e si è fermato davanti a me. “Ti sei persa qualcosa?” ha detto, con un accento straniero, forse dell’Est Europa, e una voce ruvida che mi ha fatto rabbrividire.

“No, no, scusa, guardavo il cantiere,” ho balbettato, sentendomi una cretina. Lui ha riso, una risata corta e secca. “Non mi sembra che guardavi il cantiere. Mi chiamo Arjan, e tu?” Io ho esitato, ma poi ho risposto: “Alessia.” Non so perché gliel’ho detto. Avrei dovuto alzarmi e andarmene, ma ero come inchiodata a quella panchina. Abbiamo chiacchierato per un po’, di niente, del tempo, del lavoro. Mi ha raccontato che veniva dall’Albania, che era in Italia da tre anni e che lavorava nei cantieri per mettere da parte i soldi. Più parlava, più sentivo una specie di elettricità tra noi. Ogni tanto mi sfiorava il braccio con la mano, come per caso, e io sentivo la pelle bruciare sotto il suo tocco.

Dentro di me c’era un casino. Da una parte volevo andarmene, tornare alla mia vita normale, al mio matrimonio, alla sicurezza di casa. Dall’altra, c’era una voce che mi diceva di non mollare, di vedere dove mi avrebbe portato quella situazione. Ero spaventata, ma anche eccitata, in un modo che non provavo da anni. Arjan mi ha chiesto se avevo da fare, e io, senza pensarci troppo, ho detto di no. “Allora vieni con me, ti faccio vedere una cosa,” ha detto, indicando il furgone. Io ho esitato, ma il suo sguardo, deciso e un po’ arrogante, mi ha convinta. Ho buttato il resto del panino nel cestino e l’ho seguito.

Sono salita sul furgone, un vecchio catorcio con i sedili pieni di macchie e un odore di sudore e benzina. Arjan ha messo in moto e siamo partiti. “Dove andiamo?” ho chiesto, con la voce che tremava un po’. “Tranquilla, un posto qui vicino,” ha risposto senza guardarmi. Abbiamo lasciato il centro e ci siamo diretti verso la periferia, poi in aperta campagna. Le strade si sono fatte sterrate, e intorno c’erano solo campi e qualche albero. Io iniziavo a sentirmi a disagio, ma non dicevo niente. Ero curiosa, e una parte di me voleva vedere fino a che punto sarei arrivata.

Dopo una decina di minuti, ha fermato il furgone in un punto isolato, lontano da tutto. “Scendi,” mi ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Io ho obbedito, anche se le gambe mi tremavano. Siamo scesi entrambi, e lui mi ha guardata dritto negli occhi. “Spogliati,” ha detto, freddo. Io ho sentito un brivido lungo la schiena. “Cosa?” ho chiesto, come se non avessi capito. “Spogliati. Tutto. Voglio vederti nuda.” Il suo tono era duro, quasi un ordine. Io ero terrorizzata, ma allo stesso tempo sentivo una pulsazione tra le gambe che non riuscivo a ignorare. Non so perché, ma ho fatto come diceva. Mi sono tolta la giacca, la maglietta, i jeans, tutto, fino a rimanere completamente nuda in mezzo a quel campo, con l’aria fresca che mi faceva venire la pelle d’oca. Lui era ancora vestito, e mi guardava con un’espressione che non riuscivo a decifrare, un misto di desiderio e controllo.

“Brava,” ha detto, avvicinandosi. Io stavo per dire qualcosa, ma non ho fatto in tempo. Mi ha afferrata per i fianchi e mi ha tirata verso di lui, poi ha infilato una mano tra le mie cosce. Le sue dita erano ruvide, callose, e hanno iniziato a muoversi con decisione, sfregandomi il clitoride e scivolando dentro di me. Io ho trattenuto un gemito, ma non ci sono riuscita per molto. “Cazzo, sei già bagnata,” ha detto, con un ghigno. Le sue dita andavano sempre più veloce, selvagge, senza delicatezza, e io non riuscivo a controllarmi. Ho iniziato a gemere forte, poi a urlare, mentre il piacere mi travolgeva. Era una cosa brutale, ma mi piaceva da morire. Non avevo mai provato niente del genere con Roberto, niente di così crudo e diretto.

A un certo punto, però, Arjan si è incazzato. “Fai troppo rumore, porca puttana,” ha ringhiato. Si è tolto uno dei suoi scarponi da lavoro, poi un calzino, e me l’ha infilato in bocca senza tanti complimenti. Odorava di sudore, un puzzo forte e acido che mi ha fatto venire un conato, ma non potevo fare niente. “Stai zitta ora,” ha detto, mentre cercavo di respirare dal naso. Poi ha tirato fuori dalla tasca due lacci di plastica, di quelli che usano nei cantieri, e mi ha legato le mani dietro la schiena, stringendo forte. Ero completamente alla sua mercé, nuda, imbavagliata, legata, in mezzo al nulla. Avrei dovuto essere terrorizzata, e in parte lo ero, ma c’era anche una parte di me che si eccitava sempre di più.

Mi ha spinta verso il furgone e mi ha fatto chinare sul cofano. Il metallo era freddo contro la mia pelle, e sentivo i capezzoli indurirsi per il contatto. Lui si è messo dietro di me, e ho sentito il rumore della zip dei suoi jeans che si abbassava. “Adesso ti scopo come si deve,” ha detto, con quella voce ruvida che mi faceva impazzire. Ho sentito la sua mano che mi allargava le natiche, poi la punta del suo cazzo che premeva contro il mio culo. Non avevo mai fatto sesso anale, mai, e ho provato a protestare, ma con quel calzino in bocca non potevo dire niente. “Rilassati, o fa più male,” ha grugnito, e poi ha spinto dentro, piano ma deciso.

Il dolore è stato acuto, un bruciore che mi ha fatto stringere i denti sul tessuto puzzolente che avevo in bocca. Ma lui non si è fermato. Ha continuato a spingere, centimetro dopo centimetro, finché non è stato tutto dentro. Io sentivo il suo respiro pesante, i suoi grugniti, mentre iniziava a muoversi, prima lentamente, poi sempre più forte. Ogni spinta era un mix di dolore e piacere, qualcosa che non riuscivo a spiegare. Il cofano del furgone era freddo sotto di me, e le mie tette ci sbattevano sopra a ogni colpo. Sentivo il suo sudore colarmi sulla schiena, l’odore forte del suo corpo mischiato a quello della terra e dell’erba intorno. “Cazzo, che culo stretto,” ha detto a un certo punto, dandomi una sculacciata forte che mi ha fatto sobbalzare. Io non potevo fare niente, solo subire, ma una parte di me godeva come non aveva mai goduto.

È andato avanti per un bel po’, senza sosta, con un ritmo che mi faceva girare la testa. Ogni tanto rallentava, come per riprendere fiato, poi ricominciava più forte di prima. Io sentivo il mio corpo rispondere, nonostante tutto, con un calore che partiva dal basso e mi saliva fino al cervello. Non so quanto tempo sia passato, ma a un certo punto ho sentito il suo respiro diventare più corto, i suoi movimenti più irregolari. “Sto per venire,” ha ringhiato, e poi ha spinto un’ultima volta, profondo, mentre sentivo un calore dentro di me. Ha ansimato forte, poi si è tirato fuori lentamente, lasciandomi lì, china sul cofano, con il culo che bruciava e il corpo tremante.

Mi ha slegato le mani e mi ha tolto il calzino dalla bocca. Io ho sputato subito, cercando di togliermi quel sapore schifoso, ma non ho detto niente. Ero stordita, come se non fossi più nel mio corpo. Lui si è rivestito senza guardarmi, con la stessa indifferenza di prima. “Vestiti, ti riporto indietro,” ha detto, come se niente fosse. Io ho raccolto i miei vestiti da terra, me li sono messi addosso con le mani che ancora tremavano, e sono salita sul furgone. Non abbiamo parlato durante il viaggio di ritorno. Lui guardava la strada, io fissavo fuori dal finestrino, con mille pensieri che mi giravano in testa. Non capivo se mi sentivo usata, liberata o chissà cos’altro.

Mentre il furgone sobbalzava sulle strade sterrate tornando verso la città, ho cercato di mettere ordine nei miei pensieri. Cosa avevo fatto? Come ero finita in una situazione del genere? Eppure, sotto la confusione, c’era una strana calma, un senso di appagamento che non riuscivo a spiegarmi. Il mio corpo era ancora scosso, ogni muscolo sembrava ricordare quello che era appena successo, e quella sensazione di bruciore, di vuoto, mi teneva ancorata a quel momento. Non riuscivo a pensare a Roberto, alla nostra casa, alla cena che avrei dovuto preparare. Era come se quella parte della mia vita fosse lontana, appartenesse a un’altra persona.

Arjan guidava in silenzio, con una sigaretta tra le labbra che aveva acceso senza chiedermi se mi desse fastidio. Il fumo riempiva l’abitacolo, un odore acre che si mischiava a quello della sua pelle e del vecchio furgone. Ogni tanto lo guardavo con la coda dell’occhio, cercando di capire cosa pensasse, se provasse qualcosa per quello che era successo. Ma il suo volto era impassibile, come se fosse tutto normale, come se prendere una donna sposata, portarla in un campo isolato e fare quello che aveva fatto fosse solo un altro giorno di lavoro. Forse per lui lo era. E questo, in un modo contorto, mi eccitava ancora di più.

Quando siamo arrivati in centro, in una strada poco lontana da dove ci eravamo incontrati, ha fermato il furgone bruscamente. “Scendi,” ha detto, senza nemmeno spegnere il motore. Io sono scesa, e lui è partito subito, senza un saluto, senza niente. Mi sono guardata intorno, con le gambe ancora molli, e ho cercato di orientarmi. Solo allora ho sentito qualcosa di strano, una sensazione di vuoto. Ho infilato una mano sotto la gonna, e ho realizzato che non avevo più le mutandine. Non so se le avevo lasciate lì nel campo o se lui le aveva prese, ma non c’erano più. Un sorriso strano mi è scappato, non so perché. Non ero arrabbiata, non ero triste. Ero solo… diversa.

Ho tirato un respiro profondo, mi sono sistemata i vestiti e ho iniziato a camminare verso casa, con quella sensazione di vuoto tra le gambe che mi ricordava tutto quello che era successo. Ogni passo era un misto di disagio e consapevolezza, come se stessi portando con me un segreto che nessuno avrebbe mai potuto indovinare. La città intorno a me sembrava la stessa di sempre – le macchine, i passanti, i rumori – ma io non lo ero. Mi chiedevo se qualcuno potesse notare qualcosa di diverso in me, se il mio viso tradisse quello che avevo fatto. Ma nessuno mi guardava, nessuno sembrava accorgersi di nulla. Ero solo una donna di mezza età che tornava a casa dopo una pausa pranzo un po’ più lunga del solito.

Arrivata davanti al portone del mio palazzo, mi sono fermata un attimo. Ho guardato la mia immagine riflessa nel vetro della porta: i capelli un po’ spettinati, il trucco leggermente sbavato, ma niente di troppo evidente. Eppure, io vedevo altro. Vedevo una donna che aveva appena oltrepassato un confine, che aveva toccato qualcosa di proibito e ne era uscita viva, forse persino più forte. Ho aperto la porta ed sono entrata, con il rumore dei miei tacchi che riecheggiava nel silenzio dell’androne. E, in fondo, non mi dispiaceva affatto.

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