Racconti Piccanti
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Scopata sul tavolo dal ragazzino

Scopata sul tavolo dal ragazzino

05 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Debora, ho 37 anni e la mia vita è un cazzo di deserto. Mio marito, Marco, è sempre al lavoro, e quando torna a casa si piazza davanti alla tv con una birra in mano. Non parliamo, non scopiamo, niente. Mi guardo allo specchio e vedo una donna che potrebbe ancora spaccare, ma mi sento invisibile. Vivo in un appartamento di merda in un quartiere popolare, e l’unica distrazione è spiare dalla finestra la vicina, una stronza che si crede chissà chi, e suo figlio, Luca. Quel ragazzo ha 20 anni, un fisico da palestra e un’aria da bastardo che mi fa venire i brividi. Lo vedo spesso in cortile, con le cuffie nelle orecchie, e ogni tanto mi lancia uno sguardo che mi brucia la pelle. So che è sbagliato, ma non riesco a smettere di pensarci.

Un pomeriggio sono a casa, sola come al solito, e sto lavando i piatti in cucina. Fa caldo, ho una maglietta aderente e un paio di pantaloncini corti. Sento bussare alla porta. È Luca. Dice che sua madre ha bisogno di un po’ di zucchero, ma il modo in cui mi guarda mi fa capire che non è qui per quello. “Entra,” gli dico, con la voce che trema un po’. Chiudo la porta e lo porto in cucina. Mi appoggio al bancone, cercando di sembrare disinvolta, ma il cuore mi batte forte. Lui si avvicina, troppo vicino, e sento il suo profumo, un misto di sudore e deodorante da due soldi. “Sai, Debora, ti vedo sempre dalla finestra. Sei una che si fa notare,” dice con un ghigno. Io rido, nervosa, e gli rispondo: “Ma smettila, sono una vecchia ormai.” Lui scuote la testa e si avvicina ancora, fino a sfiorarmi il braccio con la mano. Il contatto mi fa rabbrividire. Vorrei spingerlo via, ma non ci riesco. Una parte di me vuole vedere fino a dove arriva. Penso a Marco, al fatto che non mi tocca da mesi, e mi dico che tanto non lo saprà mai.

La tensione è insostenibile. Luca mi guarda negli occhi, poi si abbassa e mi sfiora il collo con le labbra. “Che cazzo fai?” gli sussurro, ma non lo fermo. Le sue mani mi afferrano i fianchi, e io mi ritrovo a spingermi contro di lui, sentendo la sua erezione attraverso i jeans. Mi vergogno, ma sono eccitata da morire. Non so come siamo passati da un saluto a questo, ma non riesco a pensare. Lui mi bacia, con forza, la sua lingua mi invade la bocca e io lo lascio fare. Mi tira su, facendomi sedere sul tavolo della cucina, e si mette tra le mie gambe. “Ti piace, eh?” mi dice, con un tono che mi fa sentire una puttana, ma annuisco lo stesso. Mi strappa di dosso la maglietta, lasciandomi in reggiseno, e inizia a baciarmi il petto, mordicchiando la pelle. Ogni morso mi fa gemere, e mi odio per quanto mi piace. Le sue mani scendono ai pantaloncini, me li sfila piano, facendomi sentire esposta. Mi accarezza sopra le mutandine, e io sono già bagnata fradicia. “Cazzo, sei proprio una troia,” mi sussurra all’orecchio, e io non so se offendermi o godermela. Decido per la seconda. Gli slaccio i jeans, glieli abbasso insieme ai boxer e vedo il suo cazzo, duro e grosso. Lo tocco, stringendolo piano, e lui grugnisce. Mi fa scendere dal tavolo, mi gira di spalle e mi piega in avanti, con il petto appoggiato al legno freddo. “Non muoverti,” ordina, e io obbedisco. Sento che fruga in un cassetto, poi torna con un pezzo di corda che uso per stendere i panni. Mi lega i polsi dietro la schiena, stringendo forte. Mi sento vulnerabile, ma il pensiero di essere alla sua mercé mi fa impazzire.

Comincia a toccarmi, le sue mani ruvide mi esplorano dappertutto. Mi abbassa le mutandine fino alle caviglie, e io resto lì, piegata sul tavolo, con il culo per aria. Mi accarezza tra le gambe, lentamente, facendomi tremare. “Sei tutta bagnata, cazzo,” dice, e io gemo piano. Poi si inginocchia dietro di me e inizia a leccarmi, la sua lingua è calda e insistente. Mi succhia il clitoride, e io stringo i denti per non urlare. È una tortura deliziosa, e quando infila due dita dentro di me, quasi vengo subito. Ma lui si ferma, si rialza e mi dà uno schiaffo sul culo. “Non ancora,” dice, con una voce che mi fa capire chi comanda. Si tira su i jeans quel tanto che basta per liberare il cazzo, e lo sento sfregare contro di me. “Ti prego,” gli dico, e non so nemmeno cosa sto chiedendo. Lui ride, poi me lo infila dentro, piano ma deciso. È grosso, mi allarga, e io ansimo mentre mi penetra fino in fondo. “Cazzo, sei stretta,” grugnisce, e inizia a muoversi, prima lento, poi sempre più forte. Ogni spinta mi sbatte contro il tavolo, i polsi legati mi fanno male, ma il piacere è così intenso che non ci bado. Sento il suo respiro affannoso, l’odore del suo sudore mischiato al mio, i rumori umidi dei nostri corpi che si scontrano. “Ti piace essere scopata così, eh?” mi dice, e io riesco solo a gemere un “sì” strozzato. Mi scopa con rabbia, tenendomi per i fianchi, e io vengo, urlando, mentre lui continua senza rallentare. Poi si ferma, esce da me e mi slega, lasciandomi lì, ansimante e tremante sul tavolo. “Ci vediamo,” dice, e se ne va senza guardarsi indietro.

Non faccio in tempo a riprendermi che sento la porta di casa aprirsi. È Marco. Mi trova così, mezza nuda, con le mutandine abbassate e il tavolo ancora bagnato dei miei umori. “Che cazzo è successo?” chiede, ma non c’è rabbia nella sua voce, solo curiosità. Io balbetto qualcosa, provo a spiegarmi, ma non so nemmeno da dove iniziare. Lui non dice niente, si avvicina, mi guarda dall’alto in basso. Poi, senza una parola, si slaccia i pantaloni. Mi tira su, mi fa sedere sul bordo del tavolo e mi scopa, forte, come non faceva da anni. Non c’è dolcezza, solo bisogno. Sento il suo fiato caldo sul collo, le sue mani che mi stringono, e vengo di nuovo, quasi subito. Lui finisce poco dopo, con un grugnito, poi si tira su i pantaloni, mi slega le mani e dice: “Vado a dormire.” Niente di più.

Da quel giorno, qualcosa tra noi è cambiato. Non parliamo di quello che è successo, ma Marco mi cerca di più. Mi tocca, mi scopa come se avesse ritrovato qualcosa che aveva perso. E io? Io non mi pento di niente. Ogni tanto vedo Luca in cortile, e lui mi fa l’occhiolino. Non so se ci sarà un’altra volta, ma non mi dispiace l’idea.

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