Racconti Piccanti
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La sposina

La sposina

28 Marzo 2026·7 min di lettura

Non so nemmeno perché lo sto scrivendo, ma ho bisogno di tirarlo fuori. Mi chiamo Giulia, ho 32 anni, e quello che sto per raccontare è successo davvero, pochi giorni fa. Non è una fantasia, non è un gioco. È qualcosa che mi brucia dentro, un segreto che non posso condividere con nessuno, ma che non riesco a tenere solo per me. Se qualcuno leggesse queste righe, probabilmente mi giudicherebbe, mi darebbe della puttana, della troia senza vergogna. E forse ha ragione. Ma in quel momento non ho pensato a niente, solo al desiderio che mi scoppiava dentro, a quella voglia che mi ha fatto perdere la testa. Sto parlando di come ho fatto un pompino al fratello del mio fidanzato – ora mio marito – durante una festa, in un angolo nascosto della casa dei suoi genitori, e di come l’ho fatto con una dedizione che non avevo mai provato prima. Lento, profondo, sporco. E sì, ho ingoiato tutto, fino all’ultima goccia.

Era sabato sera, una di quelle riunioni di famiglia rumorose e caotiche che i miei suoceri organizzano ogni tanto per festeggiare qualsiasi cosa. Questa volta era per il nostro matrimonio, che si era celebrato appena una settimana prima. La casa era piena di gente: parenti, amici, cugini che non vedevo da anni. Io ero lì, la sposina perfetta, con il mio sorriso stampato in faccia, a fare la parte della nuora modello. Marco, mio marito, era dall’altra parte del salone, a chiacchierare con suo zio su non so quale argomento noioso. Io invece mi sentivo fuori posto, un po’ annoiata, un po’ eccitata senza motivo. Avevo bevuto un paio di bicchieri di vino, giusto per sciogliermi un po’, ma non ero ubriaca, solo… viva, con quella sensazione di calore che ti sale dallo stomaco e ti fa formicolare la pelle.

Poi l’ho visto. Lorenzo, il fratello minore di Marco. Ha 28 anni, un fisico da palestra che non passa inosservato e quell’aria da stronzo che ti fa venire voglia di dargli uno schiaffo, ma anche di scoprire cosa nasconde. Non è la prima volta che ci penso, lo ammetto. L’ho sempre trovato attraente, con quei suoi occhi scuri che ti fissano come se ti stessero spogliando, e quel sorriso storto che sembra sempre sul punto di dirti una porcheria. Ma non avevo mai fatto nulla, mai oltrepassato il limite. Fino a quella sera.

Stavo andando in cucina a prendere un altro bicchiere di vino, quando lui mi ha tagliato la strada nel corridoio. “Ehi, cognatina,” ha detto, con quella voce bassa, un po’ roca, che mi ha fatto drizzare i peli sulle braccia. “Ti stai annoiando, vero? Si vede da come cammini, sembri un animale in gabbia.” Io ho riso, un po’ nervosa, e ho cercato di rispondere con una battuta, ma non mi è uscito nulla di brillante. Lui ha continuato a guardarmi, senza distogliere gli occhi, e ha aggiunto: “Se vuoi una distrazione, seguimi.” Non so perché, ma l’ho fatto. Non ho pensato a Marco, al fatto che fossimo in una casa piena di gente, a niente. Ho solo seguito Lorenzo, con il cuore che mi batteva forte, mentre lui mi guidava verso una porta in fondo al corridoio, quella che dava su una specie di ripostiglio, un posto stretto e buio dove nessuno sarebbe andato a cercarci.

Appena siamo entrati, ha chiuso la porta dietro di noi. Non c’era luce, solo un filo che filtrava da sotto, ma riuscivo a vedere la sua figura, il suo petto che si alzava e si abbassava veloce. “Lo vuoi davvero, Giulia?” mi ha chiesto, senza giri di parole. Io non ho risposto con la voce, ma con un cenno della testa. Ero già bagnata, lo sentivo, e non riuscivo a pensare ad altro che a lui, a cosa sarebbe successo. Lui si è avvicinato, mi ha preso per i fianchi e mi ha spinta contro il muro. “Allora fai quello che sai fare meglio,” ha sussurrato, e io ho capito subito cosa voleva.

Mi sono abbassata, senza esitare, le ginocchia che toccavano il pavimento freddo. Le sue mani erano già sui pantaloni, li ha slacciati in un attimo, tirando fuori il cazzo. Era già duro, grosso, con quella vena che pulsava lungo l’asta. Non ho perso tempo. L’ho preso in mano, sentendo il calore, la durezza, e ho iniziato a leccarlo, partendo dalla base, salendo piano fino alla punta. Lui ha emesso un gemito basso, quasi un ringhio, e mi ha messo una mano sulla testa, non per forzarmi, ma per guidarmi. “Cazzo, Giulia, sei proprio una troia,” ha detto, e quelle parole, invece di offendermi, mi hanno eccitata ancora di più. Volevo dimostrargli quanto potevo essere sporca, quanto potevo dargli piacere.

Ho aperto la bocca e l’ho preso dentro, tutto quello che potevo. Era grande, mi riempiva la bocca, ma io non mi sono tirata indietro. Ho iniziato a succhiare, piano all’inizio, con la lingua che girava intorno alla cappella, assaporando il gusto salato della sua pelle. Poi ho accelerato, andando più a fondo, sentendolo spingere contro la gola. Non è stato facile, a volte mi veniva da tossire, ma stringevo le labbra e continuavo, decisa a non fermarmi. Le sue mani mi stringevano i capelli, non forte, ma abbastanza da farmi capire che gli piaceva, che voleva di più. “Sì, così, succhia bene,” continuava a dire, con quella voce spezzata dal piacere. Io lo guardavo dal basso, i suoi occhi socchiusi, la bocca aperta in un’espressione di pura goduria. Mi sentivo potente, in controllo, nonostante fossi in ginocchio davanti a lui.

Non so quanto tempo sia passato, forse cinque minuti, forse dieci. Ero persa in quello che stavo facendo, concentrata solo sul suo cazzo, sul modo in cui si muoveva nella mia bocca, sul suono bagnato che facevo ogni volta che lo prendevo fino in fondo. Lui iniziava a tremare, le sue gambe si irrigidivano, e io ho capito che era vicino. “Sto per venire, Giulia,” mi ha avvertito, con un tono che era quasi un ordine. “Se non vuoi, dimmelo ora.” Ma io non ho detto nulla. Non volevo fermarmi. Volevo tutto. Ho continuato a succhiare, più forte, più profondo, fino a quando non l’ho sentito pulsare, un istante prima che esplodesse.

È venuto con un gemito strozzato, un suono che mi ha fatto vibrare dentro. Il primo schizzo mi ha colpito il fondo della gola, caldo, denso, e io ho cercato di non soffocare, tenendo la bocca chiusa intorno a lui. Non l’ho sputato, no. Ho ingoiato, piano, sentendo il sapore forte, amarognolo, che mi riempiva la lingua. Non era la prima volta che lo facevo, ma non l’avevo mai fatto così, con questa lentezza, con questa voglia di assaporare ogni goccia. Lui continuava a venire, a piccoli spasmi, e io continuavo a prendere tutto, senza perdermene nemmeno una parte. Quando ha finito, mi sono tirata indietro, leccandomi le labbra, guardandolo negli occhi. “Cazzo, sei incredibile,” ha detto, ansimando, mentre si appoggiava al muro per non cadere.

Mi sono rialzata, con le ginocchia che mi facevano male e la bocca ancora appiccicosa. Non c’era tempo per parlare, per riflettere su quello che avevamo fatto. Sentivamo le voci della festa dall’altra parte della porta, e sapevamo che dovevamo tornare indietro prima che qualcuno notasse la nostra assenza. Lui si è sistemato i pantaloni, io ho passato una mano sui capelli per darmi un contegno, anche se dentro di me ero un casino. “Non dire niente a nessuno,” mi ha sussurrato, e io ho annuito. Non serviva aggiungere altro.

Siamo usciti dal ripostiglio uno alla volta, io per prima. Sono tornata in cucina, ho preso il bicchiere di vino che ero andata a cercare, e ho cercato di sembrare normale. Ma dentro di me non lo ero. Sentivo ancora il sapore di Lorenzo in bocca, il suo odore sulle mani, il ricordo di quello che avevo fatto. Quando ho rivisto Marco, dall’altra parte della stanza, mi sono sentita in colpa per un attimo, ma poi quel senso di colpa è stato sostituito da un’ondata di eccitazione. Avevo fatto qualcosa di sbagliato, di proibito, e una parte di me ne andava fiera.

Non so se succederà di nuovo. Non so se Lorenzo ci penserà ancora, o se per lui è stata solo una cosa di una sera. Ma io so che non dimenticherò mai quella sensazione, quel momento in cui mi sono sentita una troia, nel senso più crudo e vero del termine, e ho amato ogni secondo. Non lo racconto per giustificarmi, né per vantarmi. Lo racconto perché è successo, perché è parte di me, e perché, in fondo, non mi pento di nulla.

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