Mi scopo la mia madrina
Ho 24 anni, una vita normale, un lavoro da impiegato che non mi entusiasma e una serie di relazioni finite male. Non sono uno che si fa troppe illusioni, ma ci sono momenti in cui anche un tipo come me si ritrova a vivere situazioni che sembrano uscite da un film. Solo che questo non è un film, è successo davvero, e me lo ricordo come se fosse ieri.
Era il matrimonio di mio cugino Luca, un evento mastodontico in una villa fuori città, con tanto di catering da ristorante stellato e un’orchestra che sembrava pescata da un film d’epoca. Ero lì, in giacca e cravatta, a sorseggiare un prosecco tiepido, quando l’ho vista. Beatrice, la mia madrina. Non la vedevo da anni, ma è una di quelle donne che non passano inosservate, nemmeno a 48 anni. Alta, elegante, con un vestito nero aderente che metteva in mostra curve che non sembravano avere età. I capelli castani le cadevano sulle spalle in onde perfette, e il suo profumo – qualcosa di costoso, tipo agrumi e fiori – ti arrivava addosso prima ancora che lei ti parlasse. Mi ha sorriso da lontano, un sorriso che era un mix di calore e qualcosa che non riuscivo a decifrare. Ho ricambiato, un po’ goffo, e ho pensato che fosse solo un saluto di cortesia.
La serata è andata avanti, tra brindisi e discorsi imbarazzanti dello zio ubriaco. Dopo cena, quando la pista da ballo si è riempita, Beatrice è venuta verso di me. “Non balli con la tua madrina?” ha detto, con una voce bassa, un po’ roca, che sembrava accarezzarti. Non so perché, ma ho sentito un brivido. “Non sono un gran ballerino,” ho risposto, cercando di fare lo spiritoso. Lei ha riso, una risata piena, e mi ha preso per mano. “Ti insegno io.” E così ci siamo messi a ballare, un lento che sembrava durare un’eternità. Le sue mani erano calde, una sulla mia spalla, l’altra che sfiorava la mia schiena. Il suo corpo era vicino, troppo vicino, e sentivo il suo profumo che mi avvolgeva come una nuvola. Ho cercato di non pensarci, di concentrarmi sulla musica, ma cazzo, era impossibile. Ogni tanto mi guardava negli occhi, e c’era qualcosa in quello sguardo, una specie di fame che mi metteva a disagio e allo stesso tempo mi eccitava.
Abbiamo bevuto. Tanto. Lei soprattutto, bicchieri di vino bianco uno dietro l’altro, e a un certo punto si è appoggiata a me, ridendo per una battuta stupida che avevo fatto. “Sai,” ha detto, con la voce un po’ impastata, “ho sempre avuto un debole per te. Anche quando eri un ragazzino. Eri così… dolce.” Sono rimasto di sasso. Non sapevo cosa rispondere. Una parte di me voleva ridere, pensare che fosse uno scherzo, ma il modo in cui mi guardava, con gli occhi lucidi e un sorriso triste, mi ha fatto capire che era seria. “Beatrice, sei ubriaca,” ho detto, tentando di sdrammatizzare. Lei ha scosso la testa. “Non abbastanza da non sapere quello che dico. E nemmeno quello che voglio.” Mi ha sfiorato il braccio, un tocco leggero ma deciso, e ho sentito il cuore battermi più forte. Ero confuso, attratto, spaventato. Lei era la mia madrina, cazzo. Ma allo stesso tempo, era una donna che mi stava guardando come se fossi l’unica cosa che contava in quel momento.
Siamo finiti nella sua stanza d’albergo, una di quelle che la famiglia aveva prenotato nella villa per gli ospiti. Non so nemmeno come ci siamo arrivati. Ricordo solo che camminavamo lungo un corridoio, lei davanti a me, il rumore dei suoi tacchi sul pavimento di marmo. Quando ha chiuso la porta dietro di noi, ho sentito un nodo allo stomaco. “Non dobbiamo fare niente che non vuoi,” ha detto, appoggiandosi al muro e togliendosi le scarpe. Ma i suoi occhi dicevano altro. Io ero lì, fermo, con il cervello che andava a mille. Una parte di me gridava di andarmene, che era una follia. L’altra parte… be’, quella parte voleva solo vedere dove saremmo arrivati. “Non lo so, Beatrice. È strano. Sei… sei la mia madrina.” Lei ha sorriso, un sorriso malinconico. “Lo so. Ma sono anche una donna. E tu sei un uomo. Fammi sentire desiderata, solo per stanotte.” Quelle parole mi hanno colpito come un pugno. Non era solo sesso che cercava. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che non riuscivo a capire del tutto, ma che mi faceva venir voglia di darle quello che voleva.
Si è avvicinata piano, e mi ha baciato. Un bacio lento, caldo, con il sapore di vino sulle sue labbra. Le sue mani mi hanno sfiorato il viso, poi sono scese sul collo, sulla camicia. Mi ha slacciato i bottoni uno per uno, senza fretta, guardandomi negli occhi. Io stavo fermo, lasciando che facesse tutto lei, come se fossi ipnotizzato. Quando la camicia è caduta a terra, ha passato le mani sul mio petto, sulle spalle, e ha sorriso. “Sei proprio cresciuto,” ha sussurrato. Poi mi ha baciato di nuovo, stavolta più forte, più urgente, e mi ha spinto verso il letto. Mi ha fatto sdraiare, e si è messa sopra di me, ancora vestita. Sentivo il peso del suo corpo, le sue cosce strette contro i miei fianchi. Mi ha baciato il collo, poi è scesa sul petto, lasciando una scia di baci umidi che mi facevano rabbrividire. Le sue mani erano dappertutto, delicate ma decise, e io non riuscivo a pensare a nient’altro che a lei. Mi ha slacciato i pantaloni, li ha tirati giù insieme ai boxer, e mi ha guardato con un’espressione che era un misto di sorpresa e desiderio. “Non male, piccolo,” ha detto, con un sorrisetto ironico. Io ho riso, un po’ imbarazzato, ma cazzo, mi sentivo anche fiero.
Poi si è chinata su di me, e ho sentito la sua bocca. Calda, umida, esperta. Non c’era niente di timido in quello che faceva. Sapeva esattamente come muoversi, come stringere, come succhiare. Mi ha preso tutto, piano, con una lentezza che mi faceva impazzire. Ogni tanto alzava lo sguardo, i suoi occhi che cercavano i miei, e io non riuscivo a fare altro che gemere. “Cazzo, Beatrice,” ho detto, con la voce spezzata. Lei ha riso, un suono basso e gutturale, e ha continuato, le mani che mi stringevano le cosce, la lingua che giocava con me come se avesse tutto il tempo del mondo. Non so quanto è durato, ma sembrava un’eternità. Ero al limite, e lei lo sapeva. Si è fermata, si è asciugata la bocca con il dorso della mano e mi ha guardato. “Non ancora,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche.
Si è alzata, e si è tolta il vestito. Sotto aveva un completino di pizzo nero, reggiseno e mutandine che sembravano fatti apposta per far perdere la testa a chiunque. Il suo corpo era curato, tonico, con la pelle liscia che brillava sotto la luce soffusa della stanza. Le sue tette erano piene, perfette, e i fianchi avevano una curva che ti faceva venir voglia di toccarla ovunque. Si è sfilata il reggiseno, lasciandolo cadere a terra, e poi le mutandine, con una calma che mi stava uccidendo. È tornata sopra di me, nuda, e ho sentito il calore della sua pelle contro la mia. Mi ha baciato di nuovo, profondo, con la lingua che cercava la mia, e io ho messo le mani sui suoi fianchi, stringendola. “Toccami,” ha sussurrato, e io l’ho fatto. Le mie mani sono scese lungo le sue cosce, poi su, fino a sentire quanto era bagnata. Lei ha sospirato, un suono che mi ha mandato fuori di testa, e si è mossa contro la mia mano, cercando di più.
Poi si è sollevata, mi ha guardato negli occhi e si è posizionata sopra di me. L’ho sentita scendere piano, prendendomi dentro di lei, centimetro per centimetro. Era stretta, calda, e il modo in cui si muoveva era come una tortura lenta. Ha iniziato a cavalcare, con un ritmo che all’inizio era quasi pigro, le mani appoggiate sul mio petto per tenersi in equilibrio. Le sue tette ballavano davanti a me, sbattevano contro la mia faccia ogni volta che si abbassava, e io non ho resistito. Le ho prese con le mani, le ho strette, e lei ha gemuto, un suono profondo, quasi animalesco. “Sì, così,” ha detto, con la voce spezzata. “Dammi tutto.” Ho spinto i fianchi verso l’alto, andando incontro ai suoi movimenti, e il ritmo è aumentato. Si sentiva il suono dei nostri corpi che sbattevano, il suo respiro affannoso, i gemiti che le sfuggivano ogni volta che scendeva su di me. L’odore del suo profumo si mescolava a quello del sesso, un mix che mi faceva girare la testa. “Cazzo, sei bellissima,” ho detto, senza nemmeno pensarci. Lei ha sorriso, un sorriso stanco ma felice, e si è chinata per baciarmi, senza smettere di muoversi. “Vieni dentro di me, piccolo,” ha sussurrato contro le mie labbra. Quelle parole mi hanno fatto perdere il controllo. Ho sentito tutto esplodere, un’onda che mi ha travolto, e lei si è stretta a me, gemendo piano mentre anche lei raggiungeva il culmine.
Dopo, siamo rimasti così, sdraiati sul letto, il suo corpo ancora sopra il mio. Mi ha tenuto stretto, le braccia attorno al mio collo, la testa appoggiata sul mio petto. Sentivo il suo respiro che si calmava, ma anche qualcos’altro: un singhiozzo leggero, quasi impercettibile. Stava piangendo, in silenzio, e non so se fosse felicità o malinconia. Forse entrambe. Non ho detto niente, l’ho solo abbracciata più forte, e siamo rimasti così per tutta la notte, senza bisogno di parole.
