La vendetta che ti trasforma
Giovanni aprì lentamente gli occhi, la bocca impastata e la testa che martellava con un dolore sordo e insistente. La sbronza della sera prima era stata pesante: shot su shot, birra, risate confuse. Sbatté le palpebre un paio di volte, cercando di mettere a fuoco. Non era nella sua camera. Si trovava nel letto di Davide, il suo coinquilino di 23 anni, tra le lenzuola stropicciate che odoravano di maschio e di alcol.
Era completamente nudo.
Appena provò a muoversi, sentì qualcosa di anomalo tra le gambe: un peso freddo, rigido, che stringeva alla base del suo cazzo. Il cuore gli saltò in gola. Si tirò su di scatto, sedendosi sul bordo del materasso, e abbassò lo sguardo.
Una gabbia di castità metallica gli imprigionava il pene. Era lucida, argentata, di misura molto ridotta. Il suo cazzo, normalmente già di dimensioni discrete da flaccido, era compresso senza pietà dentro le sbarre strette, la cappella premuta contro il metallo freddo. Un piccolo lucchetto solido chiudeva l’anello alla base, bloccando anche i testicoli in una morsa implacabile.
«Ma… che cazzo è questa roba?!» sussurrò con voce rauca e spaventata.
Il panico esplose all’istante. Afferrò la gabbia con entrambe le mani e tirò con forza, ruotandola, cercando di forzarla. Il metallo gli mordicchiava la pelle sensibile dell’asta e dello scroto a ogni movimento. Era impossibile toglierla. Il suo uccello, traditore, cercava già di gonfiarsi per la strana sensazione, premendo dolorosamente contro le sbarre senza riuscire a indurirsi.
Si alzò dal letto barcollando, il respiro corto. La gabbia oscillava pesantemente tra le cosce mentre camminava, dondolando e tirando sui testicoli. Iniziò a frugare freneticamente nella camera di Davide: aprì cassetti, guardò sotto il letto, controllò l’armadio. Niente. I suoi vestiti erano spariti. Jeans, maglietta, boxer, scarpe, calzini… tutto scomparso. Anche il telefono, il portafoglio e le chiavi non si trovavano da nessuna parte.
Uscì dalla stanza nudo, il cazzo incastrato che gli rimbalzava tra le gambe, e perlustrò l’intero appartamento: soggiorno, cucina, bagno. Nessuna traccia dei suoi effetti personali. L’unico indumento che riuscì a trovare, abbandonato su una sedia nella camera di Davide, era un paio di mutandine rosa di pizzo, minuscole, femminili, con il davanti trasparente e il retro a brasiliana.
«Cazzo, no…» mormorò, sentendo il viso andare a fuoco.
Tornò alla porta d’ingresso e abbassò la maniglia più volte, con forza crescente. Bloccata. La serratura non si muoveva di un millimetro. Era chiuso dentro casa, completamente nudo, con una gabbia di castità sul cazzo e senza telefono né vestiti.
Tornò in camera con le gambe che tremavano. Si guardò allo specchio a figura intera: un ragazzo di 23 anni, atletico, con il petto definito e le braccia toniche, ridotto a questo. Il metallo brillava oscenamente tra le sue gambe. Provò ancora a sfilarsi la gabbia, imprecando, ma ottenne solo dolore e frustrazione.
Dopo lunghi minuti di vergogna e rabbia, Giovanni cedette.
Con il volto paonazzo e il cuore che batteva all’impazzata, prese le mutandine rosa. Il tessuto era leggerissimo, elastico e umiliante. Le infilò lentamente, sentendo il pizzo accarezzargli le natiche sode. Il davanti aderì perfettamente alla gabbia di castità, rendendola ancora più visibile: il metallo sporgeva in modo evidente sotto la stoffa sottile e trasparente, delineando ogni barra.
Si guardò di nuovo allo specchio. Le mutandine rosa gli stringevano il culo, lasciando gran parte delle natiche scoperte, mentre il suo cazzo imprigionato creava un rigonfiamento ridicolo e perverso sul davanti.
Era ridicolo. Era eccitante. Era umiliante.
Giovanni sobbalzò quando sentì la chiave girare nella serratura. Il cuore gli schizzò in gola. Era ancora in camera di Davide, con addosso solo quelle ridicole mutandine rosa di pizzo che gli stringevano il culo e lasciavano la gabbia di castità perfettamente visibile sul davanti.
La porta di casa si aprì e si richiuse. Passi decisi nel corridoio.
Davide entrò nel soggiorno, con un borsone in spalla e un’espressione rilassata. Appena vide Giovanni fermo sulla soglia della camera, con le mutandine rosa e la gabbia metallica che sporgeva oscena sotto il pizzo, scoppiò a ridere.
«Porca puttana, Gio… ti stanno proprio bene» disse divertito, squadrandolo da capo a piedi.
Giovanni esplose.
«Che cazzo hai fatto, pezzo di merda?!» urlò, avanzando furioso verso di lui. «Toglimi subito questa roba dal cazzo! Dove sono i miei vestiti? Il telefono? Apri questa cazzo di gabbia!»
Imprecava a raffica, rosso in viso, le mani strette a pugno. La vergogna e la rabbia gli facevano tremare la voce.
Davide appoggiò il borsone a terra e incrociò le braccia sul petto, ancora con quel sorrisetto arrogante sulle labbra. Era più alto di qualche centimetro e chiaramente più allenato.
«Calmati, principessa. Se vuoi riavere le tue cose, ti conviene abbassare la voce e comportarti bene.»
«Calmarmi?! Mi hai chiuso il cazzo in gabbia, mi hai rubato tutto e mi hai lasciato nudo come un coglione! Ridammi la chiave, stronzo!»
Giovanni era fuori di sé. Fece un altro passo avanti e, senza pensarci due volte, tirò un pugno verso la faccia di Davide.
In un attimo tutto cambiò.
Davide schivò il colpo con facilità, gli afferrò il braccio, ruotò il busto e, con una mossa fluida di judo, lo sbatté a terra. Giovanni finì di schiena sul pavimento con un tonfo sordo, il fiato mozzato. Davide gli fu subito sopra, bloccandogli un braccio dietro la schiena e premendogli un ginocchio tra le scapole.
«Ti ho detto di calmarti» ripeté con voce bassa e ferma, ma ancora divertita. «Sei incazzato, lo capisco. Ma sei anche più debole di me, e lo sai.»
Giovanni ringhiò, cercando di divincolarsi, ma Davide aumentò leggermente la pressione, tenendolo inchiodato al suolo senza sforzo. Le mutandine rosa gli si erano infilate tra le natiche per la caduta, lasciando il culo quasi completamente scoperto.
«Bravino. Ora fai il bravo e siediti sul divano.»
Davide lo lasciò andare e si alzò. Giovanni rimase a terra qualche secondo, respirando pesantemente, umiliato. Poi, lentamente, si tirò su. Aveva ancora il fiato corto e il cuore che batteva fortissimo. La gabbia di castità premeva dolorosamente contro il pizzo mentre si muoveva.
Senza dire una parola, andò verso il divano e si sedette, le gambe strette, le mani che cercavano inutilmente di coprire il rigonfiamento metallico visibile sotto le mutandine rosa.
Davide lo guardò dall’alto, soddisfatto.
«Vedi? Quando vuoi sai essere obbediente.»
