Racconti Piccanti
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Da coinquilino a puttanella

Da coinquilino a puttanella

13 Marzo 2026·5 min di lettura

Alberto aveva messo l’annuncio su Subito.it con una foto della camera vuota e tre righe di testo: «Stanza in condivisione, zona università, coinquilino tranquillo cercasi. No feste, no casino». Non si aspettava certo che rispondesse uno come Marco.

Quando Marco era entrato per la prima volta nell’appartamento, con la borsa da palestra buttata su una spalla e un sorriso pigro stampato in faccia, Alberto aveva sentito distintamente il cuore spostarsi di qualche centimetro a sinistra. 1 metro e 92. Spalle che sembravano occupare mezzo corridoio. Jeans che tiravano appena sulle cosce. Scarpe numero 46 lasciate nell’ingresso come se fossero due barche ormeggiate. E quella voce bassa, un po’ roca, che aveva detto semplicemente: «Ciao. Io sono Marco. Posso prendere la stanza?»

Alberto aveva annuito troppo in fretta, balbettando qualcosa tipo «sì certo bellissima stanza grandissima letto matrimoniale no cioè singolo ma comodo». Marco aveva riso – una risata breve, calda, che sembrava accarezzare la nuca – e aveva firmato il contratto senza nemmeno rileggerlo.

Da quel giorno erano passati tre mesi. Tre mesi in cui Alberto aveva imparato a memoria ogni dettaglio involontario del coinquilino etero: il modo in cui si stiracchiava al mattino facendo scricchiolare le spalle, il rumore sordo dei piedi nudi sul parquet quando tornava dalla doccia con solo l’asciugamano annodato in vita, l’odore di bagnoschiuma al legno di sandalo che invadeva il bagno per mezz’ora dopo che lui era uscito. Alberto era gay in modo plateale. Voce un po’ troppo alta quando si emozionava, gesti morbidi, magliette aderenti color pastello, un piercing minuscolo al naso. Non lo nascondeva, non ne aveva mai avuto bisogno. Marco lo aveva capito al volo e non aveva mai fatto una piega. Anzi, sembrava trovarlo divertente. Lo chiamava «Ale», gli preparava il caffè quando vedeva che aveva dormito poco, gli passava la bottiglia d’acqua durante le serate Netflix senza che lui glielo chiedesse. Dolce. Troppo dolce. Un orsacchiotto di due metri con le mani grandi come padelle.

Quella sera Marco rientrò sbattendo la porta più forte del solito.

Alberto era sul divano, gambe raccolte, felpa oversize e calzini a righe, stava guardando un video di makeup su YouTube con le cuffie. Si tolse un auricolare e alzò lo sguardo.

Marco era fermo in mezzo al soggiorno, mascella contratta, capelli un po’ spettinati, felpa grigia sudata come se avesse corso fino a casa. Buttò le chiavi sul tavolo con un gesto nervoso.

«Tutto ok?» chiese Alberto, già con la voce che tremava un pochino.

Marco fece due passi, si lasciò cadere sul divano accanto a lui – il cuscino si abbassò di colpo sotto il suo peso – e buttò fuori l’aria dai polmoni come se avesse trattenuto il respiro per ore.

«Mi ha lasciato» disse secco.

Alberto spalancò gli occhi. «Chi? Veronica?»

«Già. Veronica.» Marco si passò una mano sulla faccia. «Ha detto che… cazzo, non ci credo nemmeno io… ha detto che le facevo male. Che non ce la faceva più.»

Alberto rimase zitto. Sentiva già il calore salirgli dal collo.

Marco continuò, con un misto di rabbia e incredulità: «Le facevo male, Ale. Con quello. Dice che è troppo grosso, che le faceva male sul serio, che non riusciva a rilassarsi, che ogni volta era un trauma. Mi ha mollato perché il mio cazzo è troppo grosso. Ma ti rendi conto?»

Alberto si morse l’interno della guancia. Cercò di rispondere qualcosa di sensato, tipo «mi dispiace» o «capisco», ma gli uscì solo un suono strozzato.

Marco lo guardò di sbieco. «Che c’è? Sei arrossito.»

«No! Cioè… sì… boh… è che… non so cosa dire.»

Silenzio. Poi Marco fece una risata amara, si appoggiò allo schienale e si allargò le gambe in quel modo involontario e devastante che hanno certi uomini alti.

«Vuoi vedere?»

Alberto sbatté le palpebre. «Cosa?»

«Se è davvero così grosso da far scappare una ragazza dopo sei mesi.» Marco lo disse con una naturalezza disarmante, come se stesse chiedendo se voleva un altro pezzo di pizza.

Alberto aprì la bocca. La richiuse. Il cuore gli martellava nelle orecchie.

Marco non aspettò risposta. Si slacciò la cintura con calma, abbassò la zip dei jeans, infilò una mano nei boxer e tirò fuori tutto quanto.

Alberto smise di respirare.

Era grosso. Non solo lungo – anche se era lungo, Cristo, lunghissimo – ma spesso, pesante, con una vena evidente che correva lungo l’asta e il glande già un po’ gonfio, roseo, lucido. Sembrava quasi irreale. 23 centimetri abbondanti, Alberto ne era sicuro anche senza righello. E stava lì, semi-eretto, appoggiato sulla coscia di Marco come se niente fosse.

Marco lo guardò, poi guardò Alberto. Vide gli occhi spalancati, le pupille dilatate, le labbra socchiuse, il rossore che ormai gli arrivava fino alle orecchie.

«Allora?» chiese, con un sorrisetto storto. «Anche per te è grosso, frocio?»

Lo disse con affetto, senza cattiveria, con quel tono bonario con cui lo prendeva in giro da mesi. Ma stavolta c’era qualcosa di diverso. Una luce divertita negli occhi. Come se si fosse accorto di tutto. Di ogni sguardo rubato, di ogni volta che Alberto distoglieva gli occhi troppo in fretta quando lui usciva dalla doccia.

Alberto non rispose. Non riusciva. Continuava a fissare, ipnotizzato, la bocca asciutta, il respiro corto, e tra le gambe sentiva già un calore umido e disperato che lo tradiva.

Marco rise piano, una risata bassa che vibrò nel petto. «Cazzo, Ale… sembri in trance.»

Con un gesto lento, quasi teatrale, si prese l’uccello in mano, lo sollevò appena, lo lasciò ricadere pesantemente sulla coscia. Il rumore morbido della carne contro la carne fece sobbalzare Alberto.

«Tranquillo» disse Marco, rimettendoselo dentro i boxer con una calma irritante. «Non ti mangia mica.»

Tirò su la zip, si riallacciò la cintura e si alzò dal divano come se non fosse successo niente.

«Vado a dormire. Notte, nano.»

Gli diede una pacca leggera sulla spalla – una pacca che durò un secondo di troppo – e sparì in camera sua.

Alberto rimase fermo sul divano per almeno dieci minuti, con il cuore che ancora galoppava e il sesso duro contro la stoffa morbida dei pantaloncini. Non si toccò. Non quella sera. Ma sapeva già che non avrebbe dormito.

E che quella non sarebbe stata l’ultima volta che Marco glielo avrebbe fatto vedere.

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