Non pensavo lo facesse davvero
Sono Giulio, ho ventidue anni e il cuore mi batte forte mentre cammino per i corridoi della facoltà. Sento il plug dentro di me, un peso costante, un segreto che mi fa sudare e arrossire a ogni passo. È stata un’idea di Enrico, il mio scopamico, compagno di studi e maestro di questi giochi che mi fanno impazzire e tremare allo stesso tempo. “Tienilo dentro tutto il giorno,” mi ha sussurrato stamattina prima di andarsene, con quel sorriso obliquo che mi fa sempre perdere la testa. “E attento, perché non appena ti becco in giro, ti strappo i pantaloncini di dosso e faccio vedere a tutti quanto sei puttana.” Le sue parole mi ronzano ancora nella testa, un mix di eccitazione e paura che mi stringe lo stomaco. Non lo farebbe davvero, penso. È il nostro gioco, il nostro “nascondino speciale”. Ci provochiamo, ci cerchiamo, ci spingiamo oltre. Ma ora, mentre cammino, ogni passo mi ricorda che sono vulnerabile, esposto, con quel giocattolo dentro di me che mi fa sentire così oscenamente vivo.
È tardi, ho passato ore in sala studi a cercare di concentrarmi su libri che non riuscivo a leggere. Il corridoio principale della facoltà è quasi deserto, illuminato da luci fredde che fanno sembrare tutto più vuoto. Incrocio due ragazzi seduti su un paio di poltroncine vicino a una vetrata, parlano a bassa voce e ridono di qualcosa. Mi guardano per un attimo, poi tornano a ignorarmi. Tiro un sospiro di sollievo, stringendo i pugni nelle tasche. Non so perché, ma ho paura che qualcuno possa accorgersi di come cammino, di come mi muovo con cautela per non far spostare il plug. È una paranoia stupida, lo so, ma non riesco a togliermela dalla testa.
Poi lo vedo. Enrico. Gira l’angolo in fondo al corridoio, con quella camminata sicura che ha sempre, le spalle larghe e un sorriso che è un misto di sfida e promessa. Mi vede e i suoi occhi si illuminano, un lampo che mi fa gelare il sangue. Gli vado incontro, pensando che sia troppo tardi per giocare, che siamo solo noi due, che forse possiamo andare via e continuare da qualche altra parte, al sicuro. Ma quando sono a pochi passi da lui, il suo sorriso si allarga e, senza darmi il tempo di dire nulla, mi afferra per i pantaloncini.
“Ehi, aspetta…” riesco a balbettare, ma lui tira con forza, uno strattone secco che mi fa perdere l’equilibrio. I pantaloncini scivolano giù fino alle caviglie, lasciandomi con le gambe nude e il cuore in gola. Cado in ginocchio, il pavimento freddo contro la pelle, e sento il plug spostarsi leggermente dentro di me, un disagio acuto che mi fa stringere i denti. Enrico scoppia a ridere, una risata forte, quasi crudele, e mi guarda dall’alto in basso. “Guardate qua, ragazzi!” urla, voltandosi verso i due che erano seduti poco lontano. Li vedo alzarsi, avvicinarsi con curiosità, mentre il sangue mi si gela nelle vene. “Visto che troia che è?” dice Enrico, e con una mano mi afferra per i fianchi, voltandomi di forza. Sento le sue dita stringermi la carne, e poi il silenzio dei due ragazzi che si trasforma in una risata soffocata. “Cazzo, ma guarda un po’,” dice uno di loro, con la voce carica di scherno. “Ce l’ha davvero nel culo.”
Voglio sparire, sprofondare nel pavimento, ma Enrico non mi lascia andare. Mi tiene fermo, esposto, mentre i due si avvicinano ancora. “Venite qua,” dice lui, con quel tono di comando che mi fa sempre cedere. “Vi faccio vedere come si tratta uno come lui.” Mi trascina verso i bagni in fondo al corridoio, le sue mani come tenaglie sui miei polsi. I due ci seguono, ridendo e scambiandosi sguardi che mi fanno capire che non stanno solo guardando. Stanno decidendo di partecipare.
Dentro i bagni, l’odore di disinfettante mi colpisce le narici, ma non ho tempo di pensarci. Enrico mi spinge contro il muro, la piastrella fredda contro la mia schiena, e mi guarda negli occhi. “Lo sapevi che sarebbe finita così, vero?” mi sussurra, con una voce bassa, carica di desiderio. “Lo vuoi, non negarlo.” Non riesco a rispondere, il respiro mi si spezza in gola, ma il mio corpo parla per me. Sento il calore che mi sale dentro, il modo in cui il plug mi ricorda la mia vulnerabilità, la mia voglia. Annuisco, appena, e lui sorride. “Bravo.”
Si tira giù i pantaloni, liberando il suo cazzo già duro, spesso, con le vene in evidenza che pulsano sotto la pelle. È grande, lo conosco bene, e ogni volta che lo vedo mi fa venir voglia di inginocchiarmi. “Apri la bocca,” mi ordina, e io obbedisco, sentendo il sapore salato della sua pelle mentre lo prendo tra le labbra. Lo succhio con avidità, la sua mano sulla mia nuca che mi spinge più a fondo, fino a farmi quasi soffocare. “Cazzo, sei proprio una puttana,” geme, e le sue parole mi fanno tremare di eccitazione. Sento i due ragazzi dietro di noi, uno di loro si sta già abbassando la zip, l’altro mi guarda con un ghigno. “Faglielo fare anche a me,” dice quello con i capelli corti, e Enrico ride, tirandosi indietro. “Aspetta il tuo turno.”
Mi fanno girare, spingendomi a terra, e uno dei due, quello più alto, mi tira via il plug con un movimento secco che mi fa gemere di dolore e piacere insieme. “Cazzo, guarda come è aperto,” dice, e sento le sue dita scivolarmi dentro, fredde e ruvide, che mi preparano mentre Enrico mi tiene fermo per le spalle. Poi lo sento, il suo cazzo che preme contro di me, largo e insistente. Mi penetra lentamente, facendomi sentire ogni centimetro, ogni pulsazione, e io ansimo, stringendo i pugni contro il pavimento. “Ti piace, eh?” mi dice, con la voce roca, e io non posso fare altro che annuire, perso nella sensazione di essere riempito, di essere usato.
Il ritmo aumenta, i suoi fianchi sbattono contro di me con forza, il suono della carne contro la carne che riecheggia nel bagno vuoto. Sudo, il respiro mi si spezza in gola, e sento il calore del suo corpo sopra di me, il suo odore forte, maschio, che mi invade i sensi. “Sto per venire,” grugnisce, e con un ultimo affondo si svuota dentro di me, un calore liquido che mi fa rabbrividire. Si tira indietro, ansimando, e subito l’altro prende il suo posto. È più rapido, più brutale, il suo cazzo più corto ma spesso, che mi fa stringere i denti mentre mi scopa senza sosta. “Cazzo, sei stretto,” dice tra i denti, e io gemo, incapace di controllarmi, il piacere che si mischia al disagio in un mix che mi manda fuori di testa.
Enrico mi guarda, si è tirato su i pantaloni ma ha ancora quel sorriso sulle labbra. “Guardalo, sembra una cagna in calore,” dice agli altri, e io mi sento bruciare, ma non di vergogna. È eccitazione pura, il bisogno di essere preso, di essere voluto così, senza filtri. Il secondo ragazzo viene dentro di me con un grugnito, e io sento il suo seme mescolarsi a quello dell’altro, una sensazione viscida e calda che mi fa tremare.
Tocca a Enrico, di nuovo. Si inginocchia dietro di me, il suo cazzo ancora duro, lucido di saliva e sudore. “Adesso ti finisco io,” sussurra, e mi penetra con una spinta decisa, facendomi urlare. È profondo, troppo, ma lo voglio, lo voglio tutto. Mi scopa con un ritmo feroce, le sue mani sui miei fianchi che lasciano segni rossi sulla pelle, e io mi abbandono, i gemiti che mi escono dalla gola senza controllo. “Dimmi che ti piace,” mi ordina, e io ansimo, “Sì, cazzo, sì, mi piace.” La sua risata è un ringhio, e quando viene, lo sento esplodere dentro di me, un’ondata che mi riempie fino a farmi sentire pieno, traboccante.
Quando si tira indietro, sono un disastro, tremante, con il fiato corto e il corpo che pulsa di dolore e piacere. Enrico mi rimette il plug, con un gesto lento, quasi gentile, sigillando tutto dentro di me. “Così non perdi niente,” dice, e mi porge i pantaloncini con un sorriso. Me li tiro su con mani che tremano, mentre i due ragazzi si scambiano sguardi soddisfatti. “Ci rivediamo, no?” dice uno di loro a Enrico, tirando fuori il telefono. “Dammi il tuo numero, magari lo rifacciamo.” Enrico annuisce, scambiandosi i contatti con loro, e io resto lì, in piedi, con il plug che mi ricorda ogni secondo di quello che è appena successo.
“Sei stato bravo,” mi sussurra Enrico, prima di andarsene con gli altri due. Mi lascia solo nel bagno, con il corpo ancora caldo, il respiro ancora irregolare, e la certezza che questo gioco, il nostro nascondino speciale, non finirà mai.
