Racconti Piccanti
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Come mi sono fatto sottomettere per chiudere l’affare (parte 3)

Come mi sono fatto sottomettere per chiudere l’affare (parte 3)

20 Marzo 2026·6 min di lettura

Sono ancora a quattro zampe, il pavimento freddo sotto le mani e le ginocchia, il cuore che mi martella nel petto come se volesse uscirmi fuori. Sento il vuoto lasciato dal plug che Gianluca ha appena tolto, e le sue parole mi ronzano nella testa come un ordine che non posso ignorare: “Devi prenderlo tutto. Nel culo. E lo fai da solo.” Mi tremano le braccia, non so se per la stanchezza o per l’ansia. O per l’eccitazione, dannazione, che non riesco a spegnere nemmeno in un momento come questo. Mi volto appena, lo guardo da sopra la spalla. Lui è lì, seduto sulla poltrona in pelle, nudo, con quel cazzo enorme che sembra una sfida impossibile. Ha un sorrisetto da stronzo stampato in faccia, gli occhi azzurri che brillano di un divertimento sadico. “Allora? Muoviti, sfigato,” dice, e la sua voce è un misto di comando e derisione. Mi dà una sculacciata secca sul culo, e io sobbalzo, più per la sorpresa che per il dolore. “Non farmi aspettare.”

Deglutisco a fatica, il respiro corto. Non so se ce la faccio, non so se voglio davvero farlo. Ma poi penso al contratto sul tavolo, al mio capo che mi sbranerà vivo se torno a mani vuote, al mutuo che mi pesa come un macigno. E, sì, c’è anche quella parte di me, quella che non voglio ammettere, che muore dalla voglia di vedere fin dove può spingersi. Mi rialzo appena, mi posiziono davanti a lui, con il culo rivolto nella sua direzione. Sento il suo sguardo su di me, bruciante, e mi odio per quanto mi eccita. Allungo una mano indietro, con le dita tremanti, e mi tocco, cercando di prepararmi. Sono già aperto, grazie al plug che ho portato per ore, ma so che non sarà comunque facile. La sua voce mi interrompe: “Non perdere tempo. Avvicinati e prendilo tutto.” Mi guida con un tono che non ammette repliche, e io, con il viso che mi va a fuoco per l’umiliazione, mi sposto indietro, finché non sento la punta del suo cazzo sfiorarmi.

Chiudo gli occhi, stringo i denti, e inizio a spingermi contro di lui. La sensazione è intensa, quasi dolorosa all’inizio, un bruciore che mi fa irrigidire. “Rilassati, troia,” dice lui, e le sue parole mi feriscono ma allo stesso tempo mi spingono a continuare. Faccio un respiro profondo, mi concentro, e piano, molto piano, lo sento entrare. È enorme, mi sembra di essere spaccato in due, ma non mi fermo. Vado avanti e indietro, piccoli movimenti, ogni volta prendendolo un po’ di più. Il dolore si mescola a qualcosa d’altro, una sorta di piacere profondo che mi fa ansimare. Sento il mio cazzo pulsare, duro da far male, e so che lui lo vede, so che sta godendo del mio stato. “Così, bravo. Scopati da solo,” mi incoraggia, con quel tono beffardo che mi fa venir voglia di scomparire. Ma non mi fermo. Continuo, sempre più a fondo, finché non lo prendo tutto. Sono sudato, tremante, ma ce l’ho fatta. Lo sento dentro di me, pesante, e ogni movimento mi strappa un gemito che non riesco a trattenere.

“Ecco, guarda che bravo il mio frocio,” dice Gianluca, e mi dà un’altra sculacciata, più forte di prima. Il suono rimbomba nell’ufficio silenzioso, insieme al mio respiro spezzato. Inizia a muoversi anche lui, appena, dandomi il ritmo, e io lo seguo, spingendomi indietro contro di lui. Ogni affondo è un misto di dolore e piacere che mi manda fuori di testa. Il pavimento sotto di me è duro, mi fa male alle ginocchia, ma non ci penso nemmeno. Sento solo lui, il suo cazzo che mi riempie, i suoi gemiti bassi che si mescolano ai miei. “Ti piace, eh? Dillo,” ordina, e io, con la voce rotta, riesco solo a mormorare un “sì” strozzato. Lui ride, una risata che mi umilia ancora di più, ma che mi eccita in un modo assurdo. “Più forte, sfigato. Voglio sentirti,” insiste, e io, ormai perso, urlo un “sì” più deciso, mentre continuo a muovermi, a prenderlo tutto.

Non so quanto tempo passa, potrebbero essere minuti o un’eternità. Sono un disastro, sudato, con i muscoli che tremano per lo sforzo, ma non voglio smettere. Lui all’improvviso si tira fuori, e io resto lì, a quattro zampe, con il respiro che mi brucia in gola, confuso. “Girati,” ordina, alzandosi dalla poltrona. Mi volto, ancora a terra, e lo vedo in piedi davanti a me, il cazzo lucido, enorme, che punta verso di me. “Guardami negli occhi e dimmi cosa sei,” dice, con un ghigno che mi fa gelare il sangue. Io lo fisso, con il cuore in gola, e capisco cosa vuole. “Sono uno sfigato,” dico, con la voce che trema. “E poi?” insiste, avvicinandosi. “Sono una troia,” continuo, sentendomi piccolo, insignificante. “E un frocio. Dillo.” Le sue parole sono come schiaffi, ma io le pronuncio, una dopo l’altra, mentre lui si tocca davanti a me, sempre più veloce. “Sono un frocio,” ripeto, e in quel momento lo vedo irrigidirsi, un gemito profondo gli sfugge dalla gola, e poi mi viene addosso, schizzi caldi che mi colpiscono in faccia, sul petto, ovunque. È un’umiliazione totale, ma il mio cazzo è ancora duro, pulsante, e non posso negare che una parte di me sta godendo di tutto questo.

“Leccala tutta,” ordina, con il respiro ancora affannoso. Io, senza nemmeno pensarci, passo le dita sulla faccia, raccolgo quello che riesco e lo porto alla bocca. Il sapore è forte, amaro, ma lo faccio, guardandolo negli occhi come mi ha chiesto. Lui mi osserva, soddisfatto, con quel sorrisetto che ormai conosco fin troppo bene. “Bravo, sei proprio una brava troia,” dice, e poi si china a raccogliere i suoi vestiti. Si riveste con calma, come se non fosse successo niente, mentre io sono ancora a terra, nudo, con il viso e il corpo sporchi, il cuore che batte all’impazzata. Mi alzo lentamente, con le gambe che tremano, e cerco i miei vestiti. Ho il cazzo ancora duro, e mi sento ridicolo, fuori posto. Gianluca, già con i jeans addosso, si avvicina al tavolo e indica una cartellina. “Il contratto è firmato. Prendilo e sparisci,” dice, senza nemmeno guardarmi.

Lo fisso per un attimo, con un misto di sollievo e imbarazzo. Ho fatto tutto questo per quel pezzo di carta, e ora ce l’ho. Ma a che prezzo? Raccolgo la cartellina, la stringo tra le mani, e poi, mentre sto per mettere le mutande lui mi ferma. “Aspetta. Dammi quelle,” dice, indicandole con un cenno. Io lo guardo, confuso, ma non protesto. Gliele passo, e lui le prende con un sorriso. “Mi servono per domani. Sai, lo racconto agli amici, ma senza una prova non mi credono,” dice, con un tono che mi fa venire voglia di sprofondare. Mi sento umiliato, esposto, ma allo stesso tempo c’è una parte di me che non riesce a odiarlo completamente. Non dico nulla, mi infilo la giacca, prendo il contratto e mi dirigo verso la porta.

Mentre esco, sento ancora il suo sguardo su di me, ma non mi volto. Scendo con l’ascensore, attraverso il palazzo ormai deserto, e quando sono fuori, l’aria fredda della notte mi colpisce in faccia. Ho il contratto in mano, il lavoro è salvo, ma dentro di me c’è un casino che non so come gestire. Cammino verso la metro, con il cazzo ancora mezzo duro nei pantaloni, e un misto di eccitazione e vergogna che mi brucia dentro. Non so cosa penserò di tutto questo domani, ma ora, in questo momento, so solo che ce l’ho fatta. E, in qualche modo assurdo, mi sento vivo come non mi capitava da anni.

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