Al largo con i fratelli (parte 3)
Dopo quel pomeriggio sulla spiaggia di Torre Pozzelle pensavo di aver toccato il fondo. Invece il fondo si è spostato ancora più in basso.
Due giorni dopo ho ricevuto un messaggio solo da Giuseppe: «Stasera ore 22 al vecchio faro abbandonato, quello prima di Torre Guaceto. Vieni da solo. Dobbiamo parlare.» Niente emoji, niente “fratello”, solo quelle parole secche. Il cuore mi ha fatto un salto strano: non era l’ordine arrogante di Dario, era qualcosa di più intimo e per questo più pericoloso.
Sono arrivato quando era già buio. La luna illuminava appena le rocce e il mare nero. Il faro era lì, mezzo diroccato, con la porta di ferro arrugginita aperta. Giuseppe era già dentro, seduto su una vecchia coperta stesa per terra, una torcia spenta accanto a sé e una bottiglia di birra in mano. Quando mi ha visto entrare si è alzato lentamente. Non sorrideva.
«Ciao,» ha detto piano. La sua voce era diversa dal solito: più bassa, più seria. Mi ha guardato a lungo, come se mi stesse vedendo per la prima volta.
Mi sono fermato a due metri da lui. «Hai detto che dovevamo parlare.»
Giuseppe ha annuito, passandosi una mano tra i capelli. «Sì. Siediti.»
Mi sono seduto sulla coperta, di fronte a lui. L’aria era fresca, sapeva di salsedine e di pietra umida. Per qualche secondo nessuno dei due ha parlato.
«Mi dispiace,» ha cominciato lui all’improvviso, guardandomi dritto negli occhi. «Per Dario. Per come ti ha trattato sul pedalò e sulla spiaggia. È sempre stato un coglione provocatore, ma stavolta ha esagerato. Ti ha umiliato davanti a me e io… io non l’ho fermato. Anzi, ci sono stato. Mi dispiace davvero, Luca.»
Le sue parole sembravano sincere. Ho sentito un nodo alla gola. «Va bene,» ho mormorato. «È successo.»
Giuseppe ha scosso la testa. «No, non va bene. Io ti conosco da anni. Sei sempre stato il mio amico tranquillo, quello che rideva alle mie cazzate, quello che non si prendeva troppo sul serio. E adesso… adesso non riesco più a guardarti senza vederti in ginocchio.»
Ha fatto una pausa, come se quelle parole gli costassero fatica.
«Sai cosa mi ha fatto più male?» ha continuato, la voce che si abbassava ancora. «Non è stato vederti succhiare mio fratello. È stato capire che tu non mi avevi mai detto niente. Neanche un accenno. Io avevo intuito che eri… diverso. Più fragile. Forse gay. Ma non così. Non fino a quel punto. Non uno che si lascia usare senza nemmeno provare a ribellarsi. Mi hai nascosto quella parte di te. E ora mi sento tradito, Luca. Come se il mio amico non fosse mai esistito davvero.»
Le sue parole mi hanno colpito come uno schiaffo. Ho abbassato lo sguardo sulla coperta. «Non lo sapevo nemmeno io,» ho sussurrato. «Non fino a quel giorno.»
Giuseppe si è avvicinato un po’, fino a sfiorarmi il ginocchio con il suo. La sua mano si è posata sulla mia spalla, leggera ma ferma.
«Però adesso lo so,» ha detto, e nella sua voce c’era una tenerezza strana, quasi dolce, mescolata a qualcosa di più oscuro. «Adesso so che quando ti guardo non posso più vederti come prima. Non riesco più a immaginarti mentre chiacchieriamo al bar o mentre giochiamo a calcetto. Ti vedo solo così: in ginocchio, con la bocca aperta, con il mio cazzo tra le labbra. E mi eccita da morire, Luca. Mi fa sentire una merda, ma mi eccita.»
Ho alzato gli occhi. Il suo sguardo era caldo, quasi affettuoso, ma c’era una nuova autorità dentro, una supremazia delicata che non aveva mai avuto prima.
«Voglio che tu lo faccia di nuovo,» ha mormorato. «Ma stavolta solo io e te. Niente Dario. Niente fretta. Voglio guardarti negli occhi mentre mi succhi. Voglio che tu capisca che da ora in poi, tra noi, le cose sono cambiate per sempre.»
Non ho risposto. Non ce n’era bisogno. Le mie mani si sono mosse da sole: gli ho slacciato i pantaloni, glieli ho abbassati insieme ai boxer. Il suo cazzo è saltato fuori, già mezzo duro, lungo e dritto. Giuseppe non ha fatto niente per aiutarmi. È rimasto seduto, con le gambe leggermente aperte, a osservarmi.
Mi sono messo in ginocchio davanti a lui. La coperta era ruvida sotto le ginocchia. Ho preso il suo cazzo in mano, sentendolo scaldarsi e indurirsi al mio tocco. Poi ho alzato lo sguardo.
I nostri occhi si sono incatenati.
Ho aperto la bocca e ho preso la cappella tra le labbra, lentamente. Giuseppe ha sospirato piano, senza mai interrompere il contatto visivo. La sua mano mi ha accarezzato i capelli con una dolcezza quasi fraterna.
«Così… bravo,» ha sussurrato. «Guarda me. Non chiudere gli occhi.»
Ho iniziato a succhiare piano, con movimenti lenti e profondi, lasciando che la lingua scorresse lungo tutta l’asta. Lui era caldo, pulsava contro il palato. Ogni volta che arrivavo fino in fondo lui emetteva un respiro più lungo, ma non spingeva. Lasciava che fossi io a decidere il ritmo, eppure era chiaro chi comandava.
«Vedi?» ha detto con voce tenera, quasi un mormorio. «Non sei più il mio amico Luca. Sei il ragazzo che mi succhia il cazzo guardandomi negli occhi. E ti sta benissimo così. Ti si legge in faccia quanto ti piace essere sotto di me.»
Le sue parole mi facevano bruciare di vergogna, ma il mio cazzo era duro dentro i pantaloni. Giuseppe se n’è accorto e ha sorriso piano, senza smettere di fissarmi.
«Toccati mentre mi succhi,» ha ordinato sottovoce. «Voglio vederti eccitato per me.»
Ho ubbidito. Mi sono aperto i pantaloni e ho iniziato a toccarmi, lentamente, mentre continuavo a prenderlo in bocca. I nostri sguardi non si staccavano mai. Ogni tanto lui mi accarezzava la guancia con il pollice, come per rassicurarmi, come per dirmi che andava tutto bene anche se mi stava usando.
«Più lento,» ha sussurrato dopo un po’. «Fammelo sentire bene. Voglio godermi ogni secondo.»
Ho rallentato ancora, succhiando con più calma, lasciando che la saliva colasse lungo l’asta. Giuseppe ha chiuso gli occhi per un attimo solo, poi li ha riaperti e mi ha guardato con un’intensità nuova.
«Lo sai che non torneremo più indietro, vero?» ha detto, la voce dolce e perversa insieme. «Anche se un giorno smetteremo di farlo… io ti vedrò sempre così. Con la bocca piena del mio cazzo. Con gli occhi che mi chiedono di usarti.»
Ha iniziato a respirare più forte. La sua mano mi teneva la nuca con delicatezza, guidandomi appena. Non era violento come Dario. Era peggio: era intimo, possessivo, definitivo.
«Luca…» ha ansimato alla fine, senza mai distogliere lo sguardo. «Sto per venire… e tu ingoia tutto, piano. Voglio sentire che lo fai per me.»
Ho tenuto gli occhi nei suoi mentre lui veniva. Fiotti caldi mi hanno riempito la bocca, densi e abbondanti. Ho deglutito lentamente, senza staccarmi, sentendo ogni contrazione del suo cazzo sulla lingua. Giuseppe ha emesso un gemito lungo, quasi sofferto, continuando a guardarmi mentre io ingoiavo tutto.
Quando ha finito sono rimasto ancora qualche secondo con le labbra intorno a lui, pulendolo con la lingua. Solo allora lui ha tirato fuori il cazzo, lucido di saliva.
Mi ha accarezzato di nuovo i capelli, con lo stesso gesto tenero di prima.
«Bravo,» ha mormorato. «Il mio Luca… il mio bravo ragazzo.»
Si è tirato su i pantaloni, poi mi ha guardato ancora, seduto lì con il viso arrossato e il sapore del suo sperma ancora in bocca.
«Adesso vai a casa,» ha detto piano. «Ma ricordati: quando ti chiamo, tu vieni. E quando sei con me, la tua bocca è mia.»
Mi sono alzato sulle gambe molli. Mentre uscivo dal faro abbandonato, con il vento della notte che mi rinfrescava la faccia, ho capito che Giuseppe aveva ragione.
Non sarei mai più stato quello di prima.
E una parte di me, quella più profonda e segreta, non voleva nemmeno tornarci.
