Dopo vent’anni, Diego mi apre di nuovo il culo
Massimo aveva 39 anni, un corpo ancora atletico nonostante i chili di troppo accumulati con gli anni, e un lavoro da responsabile marketing in un’azienda di medio livello a Milano. Non era un uomo che si faceva notare, con i suoi capelli castani un po’ radi e gli occhi marroni sempre stanchi dietro gli occhiali. Ma sotto quella superficie ordinaria c’era un groviglio di pensieri che non lo lasciava mai in pace. Soprattutto da quando, due mesi prima, Diego era arrivato in ufficio come nuovo direttore generale. Diego, 39 anni pure lui, alto, spalle larghe, capelli neri corti e una mascella che sembrava scolpita. Un uomo che trasudava autorità senza nemmeno dover aprire bocca. E per Massimo, quel volto era un pugno nello stomaco ogni volta che lo vedeva. Perché Diego non era un estraneo. Era il primo uomo con cui Massimo era andato a letto, a vent’anni, in una notte che non avrebbe mai dimenticato. Una notte di eccitazione pura, mista a un terrore che ancora gli faceva accelerare il battito se ci pensava troppo. Diego lo aveva sfondato senza tanti complimenti, gli aveva rotto il culo in tutti i sensi, e poi era sparito senza lasciare traccia. Nessun messaggio, nessuna spiegazione. Solo il ricordo di quel dolore misto a piacere che Massimo non era mai riuscito a scrollarsi di dosso.
Adesso Diego era lì, il suo capo, e lo trattava con un rispetto professionale che sembrava quasi una presa in giro. Ogni “Massimo, ottimo lavoro” o “Ci vediamo in sala riunioni” era pronunciato con un tono che oscillava tra il cortese e il dominante, un tono che faceva sudare Massimo sotto la camicia. Diego lo guardava dritto negli occhi, con un mezzo sorriso che sembrava dire “Lo so che ti ricordi tutto”. E Massimo se lo ricordava, eccome. Ogni sera, tornando a casa, si ritrovava a pensare a quella notte di diciannove anni prima, al modo in cui Diego lo aveva preso senza dargli tregua. E, dannazione, si eccitava pure. Si odiava per questo, ma non poteva farci nulla. Diego era come una droga che non aveva mai smesso di desiderare, anche se sapeva che gli avrebbe fatto male.
Una sera di ottobre, l’ufficio era quasi deserto. Massimo era rimasto fino a tardi per finire una presentazione importante, e Diego, come al solito, era l’ultimo a uscire. Lo trovò nella sua stanza, con la porta aperta, seduto alla scrivania con la camicia bianca sbottonata sul collo e le maniche arrotolate fino ai gomiti. Gli avambracci muscolosi erano in bella vista, e Massimo si fermò sulla soglia, con il laptop sotto il braccio, sentendosi improvvisamente un idiota.
“Ancora qui, Massimo?” chiese Diego, senza nemmeno alzare lo sguardo dai fogli che stava leggendo. La sua voce era calma, ma c’era quel tono, quella sfumatura di comando che faceva tremare le gambe a Massimo.
“Sì, sto finendo la presentazione per domani. Tu?” rispose, cercando di sembrare disinvolto, ma la voce gli uscì un po’ troppo acuta.
Diego alzò finalmente gli occhi, e quel mezzo sorriso gli increspò le labbra. “Controllo un paio di cose. Ma sai, non mi piace stare da solo in ufficio a quest’ora. Perché non vieni un attimo qui? Parliamo un po’.”
Massimo esitò. Sapeva che non era una buona idea. Sapeva che stare vicino a Diego, con quell’odore di colonia e quel modo di guardarlo, gli avrebbe mandato il cervello in tilt. Ma c’era anche una parte di lui, quella più stupida e impulsiva, che voleva vedere fin dove sarebbe arrivato. Così entrò, chiuse la porta dietro di sé senza nemmeno rendersene conto, e si sedette sulla sedia davanti alla scrivania.
Parlarono di lavoro per qualche minuto, ma l’aria era carica di qualcosa che nessuno dei due nominava. Diego si sporse leggermente in avanti, appoggiando i gomiti sulla scrivania, e Massimo sentì il cuore battergli più forte. Poi, senza preavviso, Diego si alzò, girò intorno alla scrivania e si fermò proprio dietro di lui. Massimo sentì il calore del suo corpo, e un brivido gli corse lungo la schiena.
“Ti ricordi, vero?” sussurrò Diego, la voce bassa, quasi un ringhio. Le sue mani si posarono sulle spalle di Massimo, strette ma non violente. “Ti ricordi quella notte, diciannove anni fa. Io sì. Non ho mai dimenticato come ti sei lasciato andare.”
Massimo deglutì a fatica. Avrebbe voluto alzarsi, dire qualcosa di intelligente, mandarlo al diavolo. Ma non ci riusciva. Quelle parole gli avevano acceso un fuoco dentro, un misto di vergogna e desiderio che lo paralizzava. “Diego, non è il caso…” iniziò, ma la voce gli morì in gola quando sentì una mano scendere lungo il suo braccio, lenta, possessiva.
“Non fare il timido, Massimo. Lo vuoi tanto quanto me. Lo vedo da come mi guardi ogni giorno.” Diego si chinò, il suo fiato caldo contro l’orecchio di Massimo. “E io voglio rifarlo. Voglio sfondarti di nuovo, proprio come allora.”
Quelle parole furono come una scarica elettrica. Massimo si sentiva intrappolato tra il buonsenso e un desiderio che non riusciva a controllare. Si voltò appena, trovandosi faccia a faccia con Diego. I loro nasi quasi si toccavano, e gli occhi di Diego erano pieni di una fame che lo spaventava e lo eccitava allo stesso tempo. Poi Diego lo baciò, un bacio duro, deciso, con la lingua che si faceva strada senza chiedere permesso. Massimo gemette contro la sua bocca, le mani che tremavano mentre si aggrappavano alla camicia di Diego. Era sbagliato, era un casino, ma non riusciva a fermarsi.
Si alzarono entrambi, il bacio che si trasformava in una lotta di labbra e denti. Diego lo spinse contro la scrivania, facendolo sedere sul bordo, mentre le sue mani gli slacciavano la camicia con una fretta che non nascondeva nulla. Massimo si lasciò spogliare, il petto nudo sotto le dita di Diego, che gli pizzicavano i capezzoli con una pressione che lo fece sussultare. “Cazzo, sei ancora sensibile come allora,” mormorò Diego, con una risata bassa e cattiva. “Mi piace.”
Massimo non rispose, troppo occupato a sentire quelle mani che scivolavano verso la cintura dei suoi pantaloni. Diego glieli abbassò insieme ai boxer, lasciandolo esposto, con il cazzo già duro che si tendeva verso l’alto. Diego lo guardò con un’espressione di pura soddisfazione, poi si inginocchiò tra le sue gambe. Massimo trattenne il fiato, incredulo, mentre Diego glielo prendeva in bocca senza esitazione. La lingua di Diego era calda, esperta, e si muoveva con una lentezza crudele, succhiando appena la punta prima di scendere lungo l’asta. Massimo afferrò il bordo della scrivania, le nocche bianche, mentre un gemito gli sfuggiva dalle labbra. “Porca troia, Diego…” riuscì a dire, la voce spezzata.
Diego alzò lo sguardo su di lui, gli occhi che brillavano di sadismo. “Ti piace, eh? Aspetta di vedere cosa viene dopo.” Continuò a succhiarlo per lunghi minuti, alternando movimenti lenti e profondi a piccole pause in cui si limitava a leccare la base, facendolo impazzire. Massimo si sentiva al limite, ma Diego si fermò proprio quando stava per venire, alzandosi con un sorriso perfido. “Non così in fretta. Voglio il tuo culo, e lo voglio adesso.”
Massimo lo guardò, il cuore che gli martellava nel petto. Sapeva cosa stava per succedere, e una parte di lui era terrorizzata. Ma l’altra parte, quella che ricordava quella prima volta, voleva essere presa di nuovo, voleva sentire quel dolore che si trasformava in piacere. Diego lo fece girare, spingendolo a piegarsi sulla scrivania, il petto premuto contro il legno freddo. Gli abbassò completamente i pantaloni, lasciandogli il culo nudo, esposto. Massimo sentì le mani di Diego che lo accarezzavano, poi uno schiaffo leggero ma deciso su una natica. “Sempre un bel culo, Massimo. Perfetto da sfondare,” disse Diego, e la sua voce aveva un tono che non lasciava spazio a obiezioni.
Massimo sentì il rumore di una cintura che si slacciava, poi il fruscio dei pantaloni di Diego che cadevano a terra. Diego si chinò su di lui, il petto muscoloso contro la sua schiena, e gli sussurrò all’orecchio: “Ti ricordi quella prima volta? Ti ho aperto piano, ma poi ti ho scopato così forte che non camminavi il giorno dopo.” Mentre parlava, Massimo sentì qualcosa di freddo e umido tra le natiche: Diego aveva preso del lubrificante, probabilmente dalla sua borsa, e lo stava spalmando con le dita. Un dito entrò dentro di lui, lento ma deciso, facendolo sussultare. “Rilassati, Massimo. Lo vuoi, lo so.”
Massimo strinse i denti, il respiro corto, mentre Diego aggiungeva un secondo dito, muovendoli dentro e fuori con una lentezza che era quasi una tortura. Il dolore c’era, ma era sopportabile, e si mescolava a un piacere profondo che gli faceva tremare le gambe. Diego continuò a prepararlo per qualche minuto, sussurrandogli ricordi di quella prima volta: “Ti ricordi come gemevi? Come mi chiedevi di non fermarmi, anche se ti facevo male?” Ogni parola era come un colpo, e Massimo si sentiva sempre più vulnerabile, sempre più suo.
Quando Diego ritirò le dita, Massimo sapeva cosa sarebbe successo. Sentì la punta del cazzo di Diego premere contro di lui, grossa, dura, e per un attimo ebbe paura. Ma Diego non lo penetrò subito. Lo stuzzicò, sfregandosi contro di lui, lasciandogli sentire la sua lunghezza. “Ti piace, vero? Lo vuoi dentro,” disse, con quella voce che era un misto di comando e derisione. Massimo annuì, incapace di parlare, e finalmente Diego spinse, entrando dentro di lui con un movimento lento ma inesorabile. Il dolore fu acuto, un bruciore che gli fece stringere i denti, ma Diego non si fermò. Continuò a spingere, centimetro dopo centimetro, finché non fu completamente dentro. Massimo emise un gemito strozzato, le mani che stringevano il bordo della scrivania.
“Ecco, così, prendilo tutto,” mormorò Diego, iniziando a muoversi con colpi secchi, non veloci ma profondi, ogni spinta che sembrava colpire un punto dentro di lui che gli mandava scariche di piacere in tutto il corpo. Ogni colpo era accompagnato da un sussurro, un ricordo di quella prima volta: “Ti ricordi come ti ho sfondato quella notte? Come ti ho fatto urlare il mio nome?” Massimo non riusciva a rispondere, troppo sopraffatto dalle sensazioni. Il cazzo di Diego lo riempiva completamente, ogni spinta stimolava la prostata con una precisione che lo faceva impazzire. Sentiva l’odore del sudore di Diego, il suono dei loro corpi che si scontravano, il respiro pesante di entrambi. Non si toccava, non ne aveva bisogno: il piacere cresceva dentro di lui, un’onda che non poteva fermare.
“Cazzo, sto per venire,” ansimò, e Diego rise, un suono basso e crudele. “Vieni pure, Massimo. Vieni con il mio cazzo dentro.” E con un’ultima spinta, più forte delle altre, Massimo si lasciò andare, venendo senza toccarsi, il piacere che esplodeva dentro di lui mentre il liquido caldo schizzava sulla scrivania sotto di lui. Diego continuò a muoversi per qualche istante, poi si fermò, uscendo lentamente e lasciandolo vuoto, tremante.
Massimo rimase piegato sulla scrivania, il respiro affannoso, mentre Diego si sistemava i pantaloni con calma. Non ci fu alcun commento, nessuna parola di troppo. Diego gli diede una pacca leggera sul culo, un gesto che era quasi un saluto, e disse solo: “Ci vediamo domani in riunione.” Poi uscì dalla stanza, lasciandolo lì, con il corpo ancora scosso e la mente in subbuglio. Massimo si tirò su piano, si rivestì senza fretta, e mentre puliva la scrivania con un fazzoletto non poté fare a meno di sorridere tra sé. Era stato un casino, sì, ma un casino che non vedeva l’ora di rifare.
