Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Fammi vedere quanto spii

Fammi vedere quanto spii

17 Marzo 2026·7 min di lettura

Mi chiamo Monica, ho 44 anni e abito in una di quelle villette a schiera tutte uguali, coi cortili che sembrano fatti apposta per non avere un briciolo di privacy. Il mio, di cortile, confina con quello dei vicini, i Rossi. Gente tranquilla, ma il loro figlio, Matteo, vent’anni scarsi, è diventato il mio chiodo fisso. Non so come sia successo, ma d’estate, quando si fa la doccia lì fuori con quella specie di tubo da giardino, non riesco a staccargli gli occhi di dosso. È alto, magro ma definito, con quei muscoli che sembrano scolpiti da un lavoro manuale più che da una palestra. I capelli castani gli cadono sulla fronte, sempre bagnati, e quel sorriso che ogni tanto gli scappa mi fa venir voglia di… beh, ci siamo capiti.

Tutto è iniziato per caso. Ero in cucina, finestra aperta, e l’ho visto. Si stava lavando via il sudore del pomeriggio, con i pantaloncini da calcio ancora addosso, l’acqua che gli scorreva sul petto. Ho pensato: “Cazzo, Moni, distogli lo sguardo”. Ma non l’ho fatto. E così è diventato un vizio. Ogni giorno, verso le quattro, mi piazza davanti alla finestra con una scusa qualsiasi – lavare i piatti, stendere i panni – e lo guardo. Lui non mi ha mai beccata, o almeno così credevo fino a un paio di settimane fa. Perché poi ha iniziato a farsi la doccia nudo. Nudo, capito? Si toglie tutto, con una calma che sembra quasi una provocazione, e si lava come se fosse solo al mondo. Io, dall’altra parte della finestra, col cuore che mi batte in gola, mi dico che sono una pervertita, che dovrei smetterla. Ma non ci riesco.

Un giorno, mentre lo sto fissando – è lì, sotto il getto, con l’acqua che gli scivola lungo la schiena e quel culo perfetto che sembra un invito – lui si gira di scatto e mi guarda dritto negli occhi. Non so se è stata la mia immaginazione, ma giuro che ha fatto un mezzo sorriso. Ho mollato tutto e sono scappata in salotto, con la faccia che bruciava. “Mi ha vista. Mi ha vista di sicuro”, ho pensato. Ma il giorno dopo lui era di nuovo lì, nudo come sempre, e non ha fatto una piega. Anzi, sembrava quasi che si mettesse in mostra apposta, girandosi di più, rallentando i movimenti. E io, cretina, continuavo a guardare.

La tensione è andata avanti così per giorni, finché ieri pomeriggio è successo l’inevitabile. Ero in cortile, fingendo di annaffiare le piante, quando ho sentito la sua voce. “Ehi, Monica, tutto bene?”. Mi sono girata di scatto, col tubo ancora in mano, e lui era lì, appoggiato al muretto che separa i nostri giardini, con solo un asciugamano legato in vita. Aveva i capelli ancora bagnati, e quell’asciugamano era così basso che si vedeva l’inizio di quella linea di peli che scende verso… beh, lo sai. Ho balbettato qualcosa tipo: “Sì, tutto ok, e tu?”. Lui ha sorriso, un sorriso che non era per niente innocente, e ha detto: “Sai, mi stavo chiedendo una cosa. Ti piace guardare, vero?”. Mi si è gelato il sangue. Ho provato a negare, a fare la finta tonta, ma lui ha scosso la testa e ha aggiunto: “Non fare la timida. Ti vedo, sai? Sempre lì, alla finestra. Fammi vedere quanto spii, allora. Vieni un attimo da me”.

Non so perché ci sono andata. Forse perché ero in imbarazzo, forse perché una parte di me lo voleva da morire. Sono entrata nel loro cortile, e lui mi ha fatto cenno di seguirlo in casa. La porta si è chiusa dietro di me, e siamo finiti in salotto. Lì, senza dirmi niente, si è messo davanti a me e mi ha guardata con quegli occhi che sembravano dire: “Ora comando io”. “Inginocchiati”, mi ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. E io, come un’idiota, l’ho fatto. Ero lì, sul pavimento, con lui che torreggiava sopra di me, e il cuore che mi martellava nel petto. Non riuscivo a pensare, ero ipnotizzata. Poi ha lasciato cadere l’asciugamano. E cazzo, non ero pronta. Era già mezzo duro, e io non riuscivo a staccare gli occhi. Lui ha riso piano e ha detto: “Ti piace, eh? Dai, non fare la santarellina. Guarda bene, che tanto lo vuoi”.

Non so cosa mi sia preso. Forse era il modo in cui mi parlava, così diretto, così sicuro. O forse era solo che non ne potevo più di fantasticare e basta. Mi sono avvicinata, con le mani che mi tremavano un po’, e ho iniziato a toccarlo. La sua pelle era ancora umida per la doccia, calda sotto le dita. Lui ha sospirato piano, poi mi ha messo una mano sulla testa e ha detto: “Brava, Moni. Ora fai la brava e prendilo in bocca. Lo so che ci stai pensando da settimane”. Aveva ragione, cazzo. Non ho esitato. L’ho preso tra le labbra, lentamente, sentendo ogni centimetro mentre gli scivolavo sopra. Lui ha gemuto, un suono profondo che mi ha mandato un brivido dritto in mezzo alle gambe. Ho iniziato a muovermi, piano all’inizio, poi più veloce, mentre lui mi guidava con la mano nei capelli. “Cazzo, sì, proprio così. Sei una spiona, ma ci sai fare”, ha detto, ridendo. Poi ha iniziato a spingere, scopandomi la bocca con un ritmo che mi faceva quasi perdere il fiato. Ogni tanto si fermava per dirmi cose tipo: “Ti piace succhiare il cazzo del vicino, eh? Scommetto che ti bagni solo a pensarci”. E io, invece di offendermi, ci andavo ancora più giù, come se volessi dimostrargli qualcosa.

Siamo andati avanti così per un bel po’, coi suoi gemiti che riempivano la stanza e il sapore salato che mi invadeva la bocca. Ero in trance, completamente persa in quello che stavo facendo. Ma lui non voleva finire così. A un certo punto mi ha tirato su, con una forza che non mi aspettavo, e mi ha sbattuto contro il divano. “Togliti i vestiti, Moni. Voglio vedere tutto”, ha detto, con la voce roca. Mi sono spogliata con le mani che mi tremavano, mentre lui mi guardava con quegli occhi affamati. Non sono una modella, ho le curve al posto giusto ma anche qualche smagliatura, però in quel momento non mi importava. Quando sono rimasta solo con le mutande, lui ha fatto un passo avanti, me le ha sfilate con un gesto secco e mi ha spinta sul divano, a quattro zampe.

Si è messo dietro di me, e ho sentito le sue mani sulle mie cosce, che mi allargavano. “Cazzo, sei bagnata fradicia”, ha detto, passandomi un dito proprio lì. Ho sussultato, ma non ho avuto il tempo di rispondere, perché subito dopo ho sentito la punta del suo cazzo che mi premeva contro. “Rilassati, Moni, che ora ti scopo per bene”, ha detto, e poi è entrato, lentamente, ma con decisione. Ho lasciato sfuggire un gemito, perché era tanto, troppo, ma allo stesso tempo perfetto. Ha iniziato a muoversi, prima piano, poi più forte, con le mani che mi stringevano i fianchi. Ogni spinta mi faceva tremare, e il suono dei nostri corpi che sbattevano l’uno contro l’altro era quasi assordante. “Ti piace, eh? Dimmi quanto ti piace”, mi ha detto, dandomi una leggera sculacciata. Io, con la voce spezzata, ho balbettato: “Cazzo, sì, continua così”. Lui ha riso e ha accelerato, spingendo più a fondo, mentre io mi aggrappavo al bordo del divano per non cadere.

Eravamo un groviglio di sudore e respiro affannoso. Sentivo il suo odore, un misto di sapone e pelle, e il calore del suo corpo contro il mio. A un certo punto mi ha tirato su, facendomi mettere quasi seduta sopra di lui, con le spalle contro il suo petto, e ha continuato a spingere da sotto. Le sue mani mi stringevano i seni, pizzicandomi i capezzoli, mentre io gli passavo un braccio dietro la testa, cercando un appiglio. “Guardati, Moni, sembri una troia in calore. Ti piace farti sbattere così, vero?”, ha detto, con quella voce che mi faceva impazzire. Io ho solo annuito, incapace di rispondere, mentre sentivo l’orgasmo montare come un’onda. Quando è arrivato, ho gridato, un suono che non sembrava nemmeno mio, e lui ha continuato a spingere finché non l’ho sentito irrigidirsi, gemendo forte mentre veniva dentro di me.

Siamo rimasti lì per un attimo, ansimanti, coi corpi ancora appiccicati. Poi lui si è tirato indietro, lentamente, e si è lasciato cadere sul divano accanto a me. “Cazzo, Moni, sei stata una sorpresa”, ha detto, con un sorrisetto. Io ho riso, ancora stordita, e ho risposto: “Anche tu non sei male, sai?”. Abbiamo scambiato qualche sguardo, senza dire altro, mentre cercavamo di riprendere fiato. Non c’era bisogno di aggiungere niente, in quel momento. Ero sazia, soddisfatta, e per la prima volta in settimane non sentivo quel peso di desiderio che mi schiacciava.

Lascia un commento