Il calzino sudato di roberto
Mi chiamo Cristina, ho cinquant’anni e da poco ho firmato le carte del divorzio. Non so bene come ci sono finita in questa situazione, ma eccomi qui, con il cuore che mi batte all’impazzata e le guance che bruciano di vergogna. Lavoro in un ufficio grigio di una piccola azienda di consulenza, un posto dove il tempo sembra non passare mai. È lì che ho conosciuto Roberto, il nuovo stagista. Ventun anni, alto, con spalle larghe e un’aria di chi sa esattamente cosa vuole. Non parla molto, ma quando lo fa, le sue parole sono taglienti, dirette, quasi insolenti. Mi guarda con occhi che sembrano spogliarmi, e io, che non sono abituata a certe attenzioni da anni, mi sento sempre in imbarazzo, balbetto, arrossisco.
La prima volta che mi ha rivolto la parola è stato una settimana fa, mentre ero alla macchinetta del caffè. Ero lì, con la mia solita gonna al ginocchio e la camicetta beige, quando lui si è avvicinato, troppo vicino. “Cristina, hai mai pensato di lasciarti andare un po’?” ha detto con un mezzo sorriso, la voce bassa, quasi un sussurro. Io ho farfugliato qualcosa, non ricordo nemmeno cosa, e sono scappata al mio posto con le mani che tremavano. Ma quelle parole mi sono rimaste in testa, come un tarlo. E lui ha continuato a guardarmi, giorno dopo giorno, con quell’aria di chi sa qualcosa che io non so.
Due giorni fa, alla fine della giornata lavorativa, mi ha bloccata nel corridoio vuoto. Ero rimasta fino a tardi per finire delle pratiche, e lui era lì, con la camicia un po’ sbottonata e un’espressione che non lasciava spazio a dubbi. “Non fare la santarella, Cristina. Lo vedo come mi guardi,” ha detto, avvicinandosi. Io ho aperto la bocca per protestare, ma non è uscito nulla. Mi ha preso per un polso, non forte, ma con decisione, e mi ha trascinata in una delle salette riunioni. Il cuore mi martellava nel petto, e le gambe mi tremavano. “Roberto, non dovremmo…” ho iniziato, ma lui mi ha interrotta con una risata secca. “Smettila di pensare. Stai zitta e lasciami fare.”
Mi ha spinta contro il tavolo, le mani sui miei fianchi, e ho sentito il suo fiato caldo sul collo. Ero paralizzata, ma dentro di me qualcosa si stava sciogliendo, qualcosa che non sentivo da anni. “Ti faccio schifo, vero? Eppure sei ancora qui,” ha mormorato, e io ho abbassato lo sguardo, incapace di rispondere. Ha tirato fuori un calzino dalla borsa da palestra che aveva con sé, puzzava di sudore, un odore acre e pungente che mi ha fatto storcere il naso. “Apri la bocca,” ha ordinato, e io, con un misto di disgusto e una strana eccitazione, ho obbedito. Me l’ha infilato dentro, premendo con le dita, e io ho sentito il tessuto ruvido e umido contro la lingua, il sapore salato che mi invadeva i sensi. “Così non fai rumore, troia,” ha detto, e quelle parole, così crude, mi hanno fatto rabbrividire.
Mi ha girata di spalle, spingendomi con il busto sul tavolo freddo. Ho sentito le sue mani sollevare la gonna, tirare giù le mutande con un gesto rapido, quasi violento. Il cuore mi batteva così forte che pensavo si sentisse nella stanza. “Guardati, tutta rossa in faccia, ma lo vuoi, vero?” ha detto, la voce bassa e carica di disprezzo. Io non potevo rispondere, con quel calzino in bocca, ma il mio corpo parlava per me. Tremavo, ma non mi muovevo, non lo respingevo. Ha sputato sulla mano, un suono volgare e umido, e ho sentito le sue dita scivolose premere contro di me, lì dietro, dove nessuno aveva mai osato. “Rilassati, o farà male,” ha ringhiato, e io ho chiuso gli occhi, cercando di respirare.
Quando ha iniziato a spingere, con le dita prima e poi con qualcosa di molto più grande, ho sentito un bruciore intenso, un dolore che si mescolava a una sensazione che non riuscivo a descrivere. Era il suo cazzo, duro come pietra, spesso, che premeva contro di me, forzando ogni resistenza. Ho emesso un gemito soffocato contro il calzino, e lui ha riso, un suono basso e gutturale. “Lo prendi tutto, vero? Brava, sei proprio una puttana,” ha detto, e ha iniziato a muoversi, lentamente all’inizio, ogni spinta un misto di dolore e qualcosa di oscuro, di proibito, che mi faceva stringere i pugni sul tavolo.
Il suo ritmo è diventato più veloce, più brutale, il suono dei nostri corpi che si scontravano riempiva la stanza, un rumore osceno e ritmico. Sentivo il suo cazzo scivolare dentro e fuori, ogni colpo che mi apriva di più, mi faceva sentire vulnerabile, usata. L’odore del suo sudore mi arrivava forte, un misto di maschio e fatica, e il sapore del calzino in bocca era insopportabile ma in qualche modo mi teneva ancorata a quel momento. “Ti piace, eh? Lo sento come stringi, sei una cagna in calore,” ha sussurrato al mio orecchio, le sue parole come schiaffi, e io ho sentito il mio corpo reagire nonostante tutto, un calore umido che cresceva tra le gambe.
Ha afferrato i miei capelli con una mano, tirando indietro la testa, mentre con l’altra mi stringeva un fianco, le dita che affondavano nella carne. “Dimmi che lo vuoi, forza,” ha detto, e io ho provato a parlare, ma il calzino mi soffocava, trasformando ogni parola in un gemito patetico. Lui ha riso di nuovo, spingendo ancora più forte, il suo cazzo che sembrava volermi spaccare in due. Il dolore era ancora lì, bruciante, ma si mescolava a una sensazione di pienezza, di essere completamente posseduta. Sentivo il suo respiro affannoso, i grugniti che emetteva ad ogni spinta, e il suono della sua pelle contro la mia, umida di sudore.
Ha rallentato per un attimo, tirandosi quasi fuori, e io ho sentito un vuoto strano, quasi doloroso. “Non ti lascio andare così facilmente,” ha detto, sputando di nuovo, questa volta direttamente su di me, il liquido caldo che scivolava lungo la mia pelle. Poi ha ripreso, con una forza che mi ha fatto quasi urlare, anche se il calzino soffocava ogni suono. Ogni spinta era un’esplosione di sensazioni, il bruciore, la pressione, il calore del suo corpo contro il mio. “Sei stretta, cazzo, mi fai impazzire,” ha ringhiato, e io ho sentito il suo ritmo diventare irregolare, i suoi movimenti più disperati.
Mi ha schiaffeggiato il culo, una, due, tre volte, il suono secco che riecheggiava nella stanza, e ogni colpo mi faceva contrarre, stringerlo ancora di più. “Brava, così, prendilo tutto,” ha detto, la voce roca, e io ho sentito il suo cazzo pulsare dentro di me, un calore improvviso che mi ha riempita mentre lui si lasciava andare con un grugnito profondo. È rimasto fermo per un momento, ansimando, il suo peso su di me, e io ho sentito il suo seme caldo colare piano, un senso di sporco che mi ha fatta arrossire ancora di più.
Alla fine si è tirato fuori, con un movimento lento, quasi doloroso, e io ho sentito il vuoto, la sensazione di essere stata usata fino in fondo. Ha tolto il calzino dalla mia bocca, lasciandomi boccheggiare, il sapore acre ancora sulla lingua. “Brava, Cristina, sei stata proprio una bella troia,” ha detto, con quel sorriso sfacciato che mi faceva sentire piccola. Io non riuscivo a guardarlo negli occhi, il volto in fiamme, il corpo ancora tremante. Mi ha dato una pacca sul culo, quasi come un gesto di approvazione, e si è sistemato i pantaloni senza dire altro.
“Ci vediamo domani,” ha detto infine, uscendo dalla stanza e lasciandomi lì, mezza nuda, con le gambe che non mi reggevano. Mi sono appoggiata al tavolo, cercando di riprendere fiato, il cuore che ancora martellava, il corpo segnato da quello che era appena successo. Non so cosa mi sia preso, non so perché non l’ho fermato, ma una cosa è certa: quel ragazzo mi ha aperto un mondo che non conoscevo, e non so se riuscirò a tornare indietro.
