Patrizia mi implora di sbatterla forte
Sono Denis, ho 21 anni e faccio il corriere. Giro tutto il giorno su un furgone scassato, consegno pacchi e mi sbrigo perché il tempo è denaro. Però c’è una consegna che ultimamente mi prende più tempo del dovuto: la boutique di Patrizia, una tipa di 48 anni, sposata, che manda avanti il negozio con quell’aria da regina che nasconde un casino di frustrazione. È una che si cura, sempre tirata a lucido, con tacchi che ticchettano sul pavimento e un profumo che ti resta appiccicato addosso. Ma si vede che è incazzata col mondo, soprattutto col marito che, a quanto ho capito, la ignora da anni. E io, beh, ci ho messo poco a capire che potevo sfruttarla a mio favore.
La prima volta che sono entrato nel suo negozio, un mese fa, ho notato come mi guardava. Non era solo un’occhiata, era uno sguardo che ti spoglia. Io sono uno che non si fa problemi, so di essere un bel ragazzo, e so che a certe donne piace il tipo giovane e sfacciato. Però lei faceva la sostenuta, tipo “firma qua, controlla là”, inventandosi scuse per tenermi nel retro a controllare scatole che non c’entravano un cazzo. Io ci stavo, sorridevo, facevo il gioco. Tanto lo sapevo dove voleva arrivare, ma faceva finta di niente per non sentirsi una troia. E a me andava benissimo: una donna sposata che ci prova ma deve salvare la faccia è il boccone più facile.
Col passare dei giorni, le consegne sono diventate un rituale. Ogni volta che arrivavo, lei trovava un modo per rallentarmi: un documento da firmare due volte, una scatola da spostare nel retro, una chiacchiera inutile su come il lavoro sia stressante. Io la lasciavo fare, le davo corda. Un giorno mi ha sfiorato la mano mentre mi passava una penna, e ho visto che si è fermata un attimo, come se volesse vedere se reagivo. Ho fatto un mezzo sorriso, ma non ho detto niente. Dentro di me pensavo: “Ci siamo, questa tra poco cede”. E infatti, ogni volta che entravo, sentivo la tensione crescere. Lei mi guardava le spalle mentre scaricavo i pacchi, io le guardavo il culo quando si chinava a prendere qualcosa. Era un gioco, ma entrambi sapevamo che prima o poi sarebbe esploso.
Oggi, alle 15:42, è successo. Il negozio era vuoto, la commessa in pausa, e io ero lì con l’ultimo pacco della giornata. Patrizia mi ha detto di portarlo nel retro, come al solito. Ma stavolta c’era qualcosa di diverso nel suo tono, una voce più bassa, quasi un sussurro. Ha chiuso la tenda che separa il magazzino dal negozio, e quando si è girata verso di me, non c’era più nessuna scusa. “Sai perché ti tengo qui, vero?” ha detto, guardandomi dritto negli occhi. Io ho annuito, senza dire una parola. Ero già eccitato, lo ammetto, perché sapevo cosa stava per succedere.
Si è avvicinata, lenta, i tacchi che facevano rumore sul pavimento. Mi ha messo una mano sul petto, poi l’ha fatta scivolare giù, fino alla cintura. “Non ho tanto tempo,” ha detto, ma i suoi occhi dicevano che non gliene fregava niente del tempo. Si è inginocchiata davanti a me, senza smettere di guardarmi. Mi ha slacciato i pantaloni con mani che tremavano un po’, ma non di paura, di voglia. Quando mi ha tirato fuori il cazzo, già duro, ha fatto un mezzo sorriso, come se fosse soddisfatta di quello che vedeva. Poi ha aperto la bocca e ha iniziato a succhiarmelo, piano all’inizio, con la lingua che girava intorno alla punta. Ho sentito un brivido lungo la schiena, e le ho messo una mano tra i capelli, senza stringere troppo, solo per guidarla. Lei ha accelerato, prendendolo più in fondo, e il rumore della sua bocca mi stava facendo impazzire. “Cazzo, sei brava,” le ho detto, e lei ha alzato lo sguardo, con un’espressione che sembrava dire “lo so”. Ogni tanto si fermava per respirare, ma poi tornava a succhiare, con più forza, come se volesse farmi venire subito. Ma io non volevo, non ancora. Le ho detto di alzarsi, con un tono che non ammetteva repliche.
L’ho spinta contro il muro del magazzino, con una mano le ho sollevato la gonna. Portava un perizoma nero, che ho tirato di lato senza troppi complimenti. Le ho messo una mano tra le cosce, e ho sentito che era già bagnata fradicia. “Ti piace, eh?” le ho detto, e lei ha annuito, mordendosi il labbro. Ho iniziato a toccarla, prima piano, poi più forte, infilandole due dita dentro mentre con il pollice le strofinavo il clito. Lei ansimava, con la testa appoggiata al muro, e mi stringeva il braccio come se avesse paura di cadere. “Non fermarti,” mi ha detto, con la voce rotta. L’odore del suo profumo mischiato al suo calore mi stava mandando fuori di testa, e il suono dei suoi gemiti era l’unica cosa che sentivo in quel momento.
Dopo un po’, non ce la facevo più. Le ho detto di girarsi, e lei l’ha fatto subito, appoggiandosi con le mani al muro e spingendo il culo verso di me. Le ho abbassato il perizoma fino alle caviglie, e mi sono messo dietro di lei. Mi sono abbassato un attimo i pantaloni, giusto quanto bastava, e ho preso il preservativo che tenevo nel portafoglio – non sono uno sprovveduto. Me lo sono infilato in fretta, poi le ho messo una mano sul fianco e con l’altra ho guidato il cazzo dentro di lei, piano all’inizio, per farle sentire ogni centimetro. Lei ha fatto un gemito lungo, profondo, e ha detto: “Sì, cazzo, così.” Ho iniziato a muovermi, prima lento, poi più veloce, spingendo con forza mentre le tenevo i fianchi. Il rumore dei nostri corpi che sbattevano l’uno contro l’altro riempiva il magazzino, e ogni tanto lei si girava a guardarmi, con gli occhi pieni di voglia. “Più forte, Denis, sbattimi più forte,” mi ha implorato, e io ho obbedito, spingendo con tutto quello che avevo. Sentivo il suo calore attorno a me, il suo corpo che tremava a ogni spinta, e il suo respiro che diventava sempre più corto. “Sto per venire,” ha detto a un certo punto, e io ho continuato, senza rallentare, finché non l’ho sentita stringersi attorno a me, un gemito strozzato che sembrava quasi un grido. Poco dopo sono venuto anch’io, con un grugnito, tenendola stretta mentre il piacere mi attraversava tutto.
Siamo rimasti lì un attimo, ansimando, con lei ancora appoggiata al muro e io dietro di lei. Poi ci siamo sistemati, senza dire molto. Lei si è tirata su il perizoma e si è aggiustata la gonna, io mi sono tirato su i pantaloni. Mi ha guardato, con un sorriso stanco ma soddisfatto, e ha detto: “Domani hai un’altra consegna, vero?” Io ho annuito, con un ghigno. “Certo, Patrizia. A domani.” Sono uscito dal retro, ho preso il furgone e me ne sono andato. Non so cosa succederà domani, ma una cosa è chiara: nessuno dei due ha intenzione di fermarsi. E va bene così.
