La schiava di Luca (parte 4)
La pioggia tamburellava contro le finestre del loft di Luca, un suono costante che sembrava scandire i pensieri di Rebecca. Sdraiata ai piedi del letto, avvolta solo da una coperta leggera, sentiva ancora il peso del collare di pelle attorno al collo, un promemoria della sua resa, della notte appena trascorsa. Il calore del corpo di Luca, poco distante da lei, le dava una strana sensazione di sicurezza, ma anche di smarrimento. Non aveva dormito molto, la mente troppo piena di emozioni contrastanti. Ogni volta che chiudeva gli occhi, rivedeva il modo in cui lui l’aveva guidata, posseduta, e poi coccolata con una dolcezza che la disorientava. Non era solo sesso. Non era solo un gioco. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che la spaventava e la attirava in egual misura.
Quando il mattino arrivò, grigio e uggioso come sempre a Milano in autunno, Luca si alzò prima di lei. Rebecca lo sentì muoversi nella stanza, il suono dei suoi passi leggeri sul parquet, e poi la sua voce, calma ma autoritaria. “Alzati, Rebecca. È ora di parlare.” Lei aprì gli occhi, il cuore che già batteva un po’ più veloce, e si mise a sedere, la coperta che le scivolava dalle spalle. Era ancora nuda, e il collare le stringeva la gola, un simbolo che non aveva tolto, come lui aveva ordinato. Lo guardò: era già vestito, una camicia bianca e un paio di jeans scuri, i capelli leggermente spettinati ma comunque perfetti. Nei suoi occhi azzurri c’era un’intensità che la fece rabbrividire.
“Vieni qui,” disse, indicandole il divano nell’angolo del loft. Rebecca si alzò, consapevole della propria nudità, ma non osò coprirsi. Camminò verso di lui, sedendosi dove le aveva indicato, le gambe incrociate per un minimo di pudore. Luca si sedette di fronte a lei, su una poltrona, e la fissò per un lungo momento prima di parlare. “Quello che è successo ieri sera è stato intenso,” iniziò, la voce pacata. “E so che ti ha scosso. Non solo il sesso, ma quello che c’è dietro. Voglio che tu capisca una cosa: quello che stiamo facendo non è solo un gioco per me. Non è solo piacere fisico. È un legame, una responsabilità. E voglio proporrti qualcosa.”
Rebecca deglutì, sentendo una stretta allo stomaco. “Cosa?” chiese, la voce un po’ incerta. Lui si sporse in avanti, i gomiti sulle ginocchia, guardandola negli occhi.
“Un contratto verbale di sottomissione. Temporaneo, per un mese. Un periodo di prova, per vedere se questo è davvero quello che vuoi, quello che entrambi vogliamo. Significa che per trenta giorni tu sei mia, in un modo più profondo di quello che abbiamo fatto finora. Ci saranno regole, non solo quando sei qui, ma anche fuori. Orari, comportamenti, compiti. E ci saranno punizioni se non li rispetti. Ma ci sarà anche cura, protezione. Io mi prenderò cura di te, Rebecca, in ogni modo. Alla fine del mese, decideremo insieme se continuare o fermarci. Cosa ne pensi?”
Il cuore di Rebecca sembrava volerle uscire dal petto. Un contratto. Una sottomissione vera, non solo nelle ore che passava con lui, ma nella sua vita quotidiana. Era troppo. Troppo presto. Eppure, una parte di lei, quella che si era sentita così al sicuro tra le sue braccia la notte prima, desiderava dire di sì senza nemmeno pensarci. “E se… se non ce la faccio?” chiese, la voce tremante. “Se mi rendo conto che non è per me?”
Luca annuì, comprensivo. “Hai sempre la tua safeword, ‘rosso’. Se vuoi fermarti, in qualsiasi momento, lo faremo. Questo non è un obbligo, è una scelta. Ma devi essere sicura, perché una volta che accetti, io pretenderò la tua obbedienza. Non per crudeltà, ma perché credo che tu abbia bisogno di struttura, di qualcuno che ti guidi. E io voglio essere quella persona.”
Rebecca abbassò lo sguardo, fissando il pavimento. Sentiva le lacrime pungerle gli occhi, non di paura, ma di un’emozione che non riusciva a definire. Era come se Luca avesse visto dentro di lei, oltre le sue difese, oltre il sarcasmo e la ribellione. Aveva ragione. Lei aveva bisogno di qualcuno, di qualcosa a cui appartenere. Ma accettare significava rinunciare a una parte della sua indipendenza, e quella era l’unica cosa che l’aveva tenuta in piedi dopo la morte di suo padre, dopo anni di solitudine. “Ho bisogno di pensarci,” mormorò infine, alzando lo sguardo su di lui. “Solo un po’. Non sto dicendo di no, solo… ho bisogno di tempo.”
Luca le sorrise, un sorriso caldo che le sciolse un nodo nel petto. “Va bene. Prenditi il tempo che ti serve. Ma ricordati una cosa: non sei sola in questo. Qualsiasi cosa decidi, io ci sono.” Si alzò, avvicinandosi a lei, e le posò una mano sulla guancia, un gesto così semplice eppure così carico di significato. “Ora vai a casa, riposati. E scrivimi quando hai deciso. Ti aspetto.”
Rebecca annuì, sentendo il calore della sua mano contro la pelle. Quando lui le tolse il collare, con una delicatezza che la fece quasi piangere, si sentì improvvisamente vuota, come se le mancasse una parte di sé. Si rivestì in silenzio, il vestito nero della sera prima che le sembrava ora così fuori posto, e lasciò il loft con un groviglio di pensieri in testa.
I giorni successivi furono un tormento. Tornata nel suo monolocale a Gratosoglio, con le pareti scrostate e il freddo che filtrava dalle finestre mal isolate, Rebecca si sentiva fuori posto. Ogni cosa le sembrava grigia, insignificante. Non riusciva a concentrarsi sullo studio, né a rispondere ai messaggi di altri clienti che le scrivevano sul sito dell’escort. La sua mente tornava sempre a Luca, al modo in cui la guardava, al suono della sua voce quando le diceva “sei mia”. Si masturbava pensando a lui, immaginando il collare al collo, le sue mani su di lei, e ogni volta si sentiva più legata, più dipendente. Dopo tre giorni, non ce la fece più. Gli scrisse un messaggio, breve, diretto: “Ho deciso. Accetto. Sì, Signore.”
La risposta arrivò quasi subito. “Bene. Domani sera, alle 19, da me. Preparati a iniziare. E rispondi come ti ho insegnato.” Rebecca sentì un brivido correrle lungo la schiena mentre digitava: “Sì, Signore.” Non c’era più spazio per i ripensamenti.
Quando arrivò al loft, la sera successiva, trovò Luca ad aspettarla con un’espressione seria ma soddisfatta. Non perse tempo in convenevoli. “Da questo momento, sei sotto le mie regole,” disse, chiudendo la porta alle sue spalle. “Ti scriverò ogni mattina con una lista di compiti e orari. Mangerai a determinate ore, dormirai quando te lo dico, e mi manderai foto dei tuoi outfit per avere la mia approvazione. Se non obbedisci, ci saranno punizioni. Niente di estremo, ma lo sentirai. Capito?”
“Sì, Signore,” rispose lei, la voce ferma nonostante l’emozione che le stringeva il petto. Luca annuì, poi le porse il collare. “Lo indosserai ogni volta che sei con me. E presto, se tutto andrà bene, ne avrai uno che porterai sempre, in modo discreto. Ma per ora, questo basterà.” Le sue mani le sfiorarono il collo mentre glielo fissava, e Rebecca sentì un calore diffondersi in tutto il corpo.
“Stasera iniziamo con qualcosa di più strutturato,” continuò lui, guidandola verso il centro della stanza. “Ti mostrerò cosa significa davvero essere mia. Spogliati.” Rebecca obbedì senza esitazione, lasciandosi cadere il cappotto e poi il vestito, restando nuda davanti a lui. Luca prese qualcosa da un cassetto – un flogger leggero, con strisce di pelle morbida – e glielo mostrò. “Questo farà male, ma non troppo. È per insegnarti, non per ferirti. Ti fidi di me?”
“Sì, Signore,” rispose lei, anche se il cuore le batteva forte. Lui le indicò di sdraiarsi a pancia in giù sul letto, e quando il primo colpo arrivò, sulla parte bassa della schiena, fu più una sorpresa che un vero dolore. Ogni colpo successivo, però, si fece sentire di più, un bruciore che le arrossava la pelle ma che, in qualche modo, la eccitava. Luca parlava mentre la colpiva, la voce calma. “Questo è per ogni volta che dubiterai di essere mia. Per ogni volta che penserai di poterti ribellare. Sei mia, Rebecca. Dillo.”
“Sono tua, Signore,” ansimò lei, stringendo le lenzuola. Dopo una dozzina di colpi, lui posò il flogger e le sfiorò la pelle arrossata con le dita, un tocco che la fece gemere. Poi prese una candela dal comodino, accendendola. “Ora sentirai qualcosa di diverso,” disse. “Calore. Fidati di me.” Quando la prima goccia di cera calda cadde sui suoi seni, Rebecca sussultò, un misto di dolore e piacere che la travolse. Lui continuò, lasciando cadere la cera sulle cosce, sul ventre, ogni goccia un promemoria del suo controllo.
“Sei così bella quando ti lasci andare,” mormorò, posando la candela. Le sue mani scesero tra le sue gambe, sfiorandola, trovandola già bagnata. “Non venire. Non ancora. Non finché non te lo dico.” La torturò per quella che le sembrò un’eternità, portandola al limite con le dita, con la lingua, solo per fermarsi un istante prima. Rebecca implorava, le lacrime agli occhi, il corpo teso come una corda. “Ti prego, Signore, fammi venire. Ti prego!”
“Non ancora,” rispose lui, con un sorriso crudele. “Prima giura che sei mia. Che appartieni a me, in tutto e per tutto. Dillo.”
“Sono tua, Signore. La tua puttanella devota. Ti appartengo,” singhiozzò lei, disperata. Solo allora lui la penetrò, con una violenza controllata che la fece urlare. La prese in ogni modo possibile, spingendosi dentro di lei, prima nella figa, poi nel culo, mentre le ripeteva “sei mia, la mia troia, la mia proprietà”. Quando finalmente le diede il permesso di venire, l’orgasmo fu devastante, un’onda che la travolse lasciandola tremante, svuotata.
Dopo, Luca la prese tra le braccia, portandola nella vasca da bagno. L’acqua calda le accarezzava la pelle arrossata, e le sue mani la massaggiavano con una tenerezza che contrastava con la brutalità di poco prima. “Ti amo,” sussurrò lui, così piano che Rebecca quasi non lo sentì. Ma quelle parole le si conficcarono nel cuore, lasciandola senza fiato. “Ti amo anch’io, Signore,” mormorò, appoggiandosi contro il suo petto.
Nei giorni successivi, la sua vita cambiò radicalmente. Non rispondeva più ai messaggi di altri clienti, non ne aveva bisogno né voglia. Viveva per le regole di Luca, per i suoi messaggi mattutini, per il suono della sua voce al telefono quando le dava istruzioni. La sua ribellione si era trasformata in un’obbedienza eccitata, in un desiderio costante di compiacerlo. Ma una sera, mentre tornava a casa sotto la pioggia incessante, ricevette un messaggio da un numero sconosciuto. “Rebecca, so cosa stai facendo. Se non vuoi problemi, incontrami domani. Non dire niente a lui.” Il cuore le si fermò. Chi era? E come faceva a sapere di lei e Luca? Con le mani tremanti, fissò lo schermo, incerta se rispondere o ignorare, mentre un’ombra di paura le si insinuava nella mente.
