Ascolta quanto sei troia
Sono Serena, ho 29 anni, e la mia vita è un casino. Lavoro in un bar, turni di merda, clienti che ti guardano il culo senza nemmeno nasconderlo. Abito in un monolocale che puzza di muffa, ma è tutto quello che posso permettermi. E poi c’è lui, Marco. L’ho conosciuto tre mesi fa, una sera che ero sbronza e lui era l’unico che non mi guardava come un pezzo di carne da scopare. O almeno, così sembrava. È un tipo normale, sulla trentina, capelli corti, un po’ di barba. Fa il tecnico informatico, uno di quelli che passano ore davanti a un computer. Ma dietro quella faccia da bravo ragazzo c’è un lato oscuro che mi ha fottuto il cervello.
All’inizio era tutto normale. Ci siamo visti un paio di volte, una birra, due chiacchiere. Ma già dalla terza uscita mi ha tirato fuori questa cosa della “memoria forzata”, come la chiama lui. Dice che vuole che io ricordi ogni cosa, che mi resti impressa nella testa. “Devi sapere chi sei davvero, Serena,” mi ha detto con quel tono calmo che mi fa venire i brividi. Non ho capito subito cosa intendeva, ma poi ha tirato fuori il registratore. Un coso piccolo, nero, che tiene sempre in tasca. “Parla,” mi ha ordinato la prima volta. “Dimmi le cose che non diresti mai a nessuno.” Ero confusa, ma anche curiosa. E, cazzo, eccitata. Non so perché, ma la sua voce, il modo in cui mi guardava, mi faceva sentire nuda anche con i vestiti addosso. Così ho parlato. Ho confessato fantasie che non avevo mai avuto il coraggio di ammettere nemmeno a me stessa. Cose umilianti, sporche. E lui registrava tutto.
La tensione tra noi è cresciuta piano, ma in modo inarrestabile. Ogni volta che ci vedevamo, mi toccava di più. Prima una mano sulla coscia, poi un bacio sul collo mentre mi sussurrava: “Lo sai che sei mia, vero?” Io annuivo, con il cuore che mi batteva all’impazzata. Una parte di me voleva scappare, ma un’altra voleva solo che continuasse. Ogni volta che mi sfiorava, sentivo un fuoco dentro, ma allo stesso tempo mi chiedevo se fossi pazza a lasciarlo fare. Però non riuscivo a dire di no. Era come se mi avesse in pugno, e la cosa peggiore è che mi piaceva.
Una sera, a casa sua, ha deciso di spingersi oltre. Mi ha fatto sedere sul divano, ha preso delle fascette di plastica e mi ha legato le mani dietro la schiena. “Non muoverti,” ha detto, e io ho sentito un nodo allo stomaco, ma anche un’eccitazione che non riuscivo a ignorare. Mi ha messo delle cuffie sulle orecchie, ha acceso il registratore e ha fatto partire l’audio. La mia voce. Cazzo, la mia voce che diceva cose che mi facevano arrossire solo a sentirle. “Voglio essere solo un oggetto per te,” dicevo, con un tono così disperato che quasi non mi riconoscevo. Marco mi guardava con un ghigno, mentre mi abbassava i pantaloni con calma, lasciandomi in mutande. “Ascolta quanto sei patetica,” ha ringhiato, sfiorandomi tra le gambe con le dita. Io tremavo, non di paura, ma di voglia. Mi ha accarezzato piano, sopra il tessuto, facendomi impazzire. Ogni tanto si fermava, mi guardava negli occhi e diceva: “Lo vuoi, vero?” Io annuivo, incapace di parlare, mentre la mia voce nelle cuffie continuava a implorare. Poi ha tirato giù le mutande, lentamente, e ha iniziato a leccarmi. La sua lingua era calda, insistente, e io stringevo i denti per non urlare. Mi ha lavorato per minuti che sembravano ore, alternando movimenti lenti a piccoli morsi che mi facevano sobbalzare. Non potevo muovermi, con le mani legate, e questo mi faceva sentire ancora più esposta, ancora più sua.
Quando ha smesso, si è alzato e si è slacciato i jeans. “Ora ascolta bene,” ha detto, mentre tirava fuori il cazzo, già duro. Mi ha preso per i capelli, con una presa decisa ma non violenta, e mi ha guidato verso di lui. “Apri la bocca,” ha ordinato. Io ho obbedito, mentre nelle cuffie la mia voce ripeteva: “Voglio essere usata.” Ha spinto dentro, piano all’inizio, ma poi sempre più forte, seguendo il ritmo delle mie parole registrate. “Ascolta quanto sei troia,” mi diceva, mentre mi scopava la bocca. Sentivo il suo odore, forte, maschio, e il sapore salato sulla lingua. Ogni tanto spingeva più a fondo, fino a farmi quasi soffocare, e io sentivo gli occhi lacrimarmi, ma non volevo che smettesse. Era una sensazione di abbandono totale, di essere solo sua. Ogni spinta era accompagnata dalla mia voce che implorava, e questo mi mandava fuori di testa. Gemevo intorno a lui, incapace di controllarmi, mentre lui ansimava e mi stringeva i capelli. “Brava, così,” grugniva, e io sentivo il suo cazzo pulsare nella mia bocca. Poi, con un ultimo affondo, è venuto, un getto caldo che mi ha riempito la gola. “Ingoia,” ha detto, con voce rauca, mentre l’audio finiva con la mia voce che diceva: “Grazie, Padrone, per usarmi.” Ho ingoiato tutto, sentendo ancora il sapore di lui, mentre lui mi guardava con un sorriso soddisfatto.
Dopo, mi ha slegato le mani e mi ha tolto le cuffie. Ero stanca, con la bocca ancora appiccicosa, ma dentro di me c’era una strana calma. Non so come spiegarlo, ma mi sentivo… appagata. Marco mi ha passato una bottiglia d’acqua, senza dire niente, e io ho bevuto in silenzio. Non c’era bisogno di parlare. Sapevamo entrambi cosa era appena successo, e sapevamo che lo avremmo rifatto. Non mi sentivo in colpa, né usata in senso negativo. Era una cosa nostra, qualcosa che mi faceva sentire viva in un modo che non avevo mai provato prima. E, cazzo, non vedo l’ora di sentire di nuovo quella voce nelle cuffie.
