Voglia a tre nell’ascensore bloccato
Sono Giada, ho 43 anni, e gestisco gli eventi in un hotel del centro. La mia vita è un casino di scadenze, clienti rompipalle e un matrimonio che è più un contratto che altro. Non ho tempo per cazzate, e di sicuro non per flirtare con i dipendenti. Però, cazzo, ultimamente non riesco a togliermi dalla testa due tizi con cui lavoro: Marco, lo chef, 38 anni, separato, uno che ti guarda come se ti stesse sfidando a un duello, e Nabil, il facchino notturno, 24 anni, un armadio di muscoli che parla poco ma ti fissa in un modo che ti fa sudare. Con Marco è tutto un gioco di frecciate, lui che mi provoca e io che lo rimetto al suo posto. Con Nabil è diverso: mi guarda e basta, senza dire una parola, e quel silenzio mi fa venire i brividi.
Lavoro con loro da mesi, ma sempre a distanza. Marco in cucina, Nabil nei corridoi di servizio. Non si incrociano mai, o almeno non lo facevano fino a stasera. È un evento importante, un matrimonio da duecento persone, e sono le 23:18. Sono nervosa, corro da una parte all’altra con la radio in mano, assicurandomi che tutto fili liscio. Devo portare delle bottiglie di riserva al piano superiore, e prendo l’ascensore di servizio. Marco mi vede e si avvicina con quella sua aria da stronzo sicuro di sé. “Ti aiuto io, Giada, che sembri sul punto di esplodere.” Non faccio in tempo a rispondergli che Nabil spunta dal nulla con una cassa di ghiaccio sulle spalle. “Ci penso io,” dice, con quella voce bassa che sembra un ringhio. Li guardo entrambi, incazzata ma anche stranita. Sento che c’è qualcosa nell’aria, una tensione che non è solo lavoro. Marco ghigna, Nabil stringe la mascella. Saliamo tutti e tre in ascensore, stretti come sardine.
Appena le porte si chiudono, l’ascensore si ferma con un sobbalzo. Siamo bloccati tra due piani. “Ma che cazzo,” sbotto, premendo il pulsante di emergenza. Marco ride, appoggiandosi alla parete. “Rilassati, Giada. Tanto non scappi.” Nabil non dice niente, ma lo vedo avvicinarsi di un passo, il suo corpo enorme che occupa tutto lo spazio. Sento il cuore che mi batte forte, e non è solo per l’ansia di essere chiusa qua dentro. Marco mi guarda negli occhi, poi guarda Nabil. “Sai, amico, credo che stiamo pensando la stessa cosa.” Nabil annuisce appena, e io capisco subito di cosa parlano. Mi vogliono. Tutti e due. E il guaio è che io non riesco a dire di no, non voglio. Sono sempre stata quella che comanda, ma ora mi sento intrappolata tra due maschi che non hanno nessuna intenzione di fare i bravi.
Marco si avvicina per primo, mi sfiora il braccio con le dita ruvide. “Non fare finta di niente, Giada. Lo vediamo come ci guardi.” Mi irrigidisco, ma non mi sposto. Nabil mi è dietro, lo sento respirare vicino al collo, il suo calore che mi scalda la schiena. “Non dire stronzate,” riesco a dire, ma la voce mi trema. Marco sorride, un sorrisetto da bastardo, e mi mette una mano sulla vita, tirandomi appena verso di lui. “Non stiamo giocando, e lo sai.” Nabil, senza parlare, mi sfiora i capelli con una mano, e quel tocco leggero mi fa venire la pelle d’oca. Sono combattuta: so che dovrei mandarli a fanculo, ma il mio corpo sta già rispondendo, e mi odio per questo. Sono sposata, cazzo, ma in questo momento non me ne frega niente.
Marco si avvicina ancora, il suo viso a pochi centimetri dal mio. Mi bacia il collo, lento, con la barba che mi graffia la pelle. Sento un brivido che mi scende lungo la schiena. Nabil mi gira verso di lui, le sue mani grandi mi afferrano i fianchi, e mi bacia con una forza che quasi mi fa male. La sua lingua è invadente, sa di tabacco, e io non riesco a resistere. Marco mi preme contro il petto, le sue mani scivolano sotto la camicetta, toccandomi la pelle nuda. “Cazzo, Giada, sei bollente,” sussurra, e io mi sento andare a fuoco. Nabil mi morde il labbro, poi scende a baciarmi il collo, mentre le sue mani mi stringono il culo con una presa che mi fa quasi gemere. Non capisco più niente, sono solo mani, bocche, respiri pesanti. Marco mi slaccia un bottone, poi un altro, e mi infila una mano sotto il reggiseno, pizzicandomi un capezzolo. Gemo, senza riuscire a trattenermi, e Nabil mi guarda con quegli occhi scuri, come se volesse mangiarmi.
Passano minuti che sembrano ore. Sono sudata, il cuore mi martella nel petto. Marco mi spinge contro la parete dell’ascensore, mi alza la gonna con una mano mentre con l’altra mi stringe un seno. Nabil si inginocchia davanti a me, e sento il suo respiro caldo tra le cosce. “Cazzo, non ci credo che stiamo facendo questo,” dico, ma non li fermo. Nabil mi sposta le mutandine di lato e inizia a leccarmi, lento, con una lingua che sa esattamente dove andare. Mi mordo il labbro per non urlare, mentre Marco mi bacia di nuovo, soffocando i miei gemiti. “Brava, fai la silenziosa,” mi dice, ridendo piano. Le mani di Nabil mi tengono le cosce aperte, e io mi aggrappo alle spalle di Marco per non cadere. È troppo, troppo intenso, ma non voglio che smettano.
Poi Marco si slaccia i pantaloni, e vedo quanto è duro. “Tocca a me,” dice, con quella voce roca che mi fa tremare. Mi gira di spalle, mi piega in avanti, e io appoggio le mani alla parete. Nabil si alza, si slaccia anche lui, e me lo trovo davanti, il suo cazzo enorme a pochi centimetri dalla mia faccia. “Succhiamelo,” dice, e non è una richiesta. Mi inginocchio meglio che posso in quello spazio stretto, lo prendo in bocca, mentre Marco mi penetra da dietro con un colpo deciso. “Cazzo, sei stretta,” grugnisce, e io gemo intorno a Nabil, che mi tiene i capelli con una mano, guidandomi il ritmo. Sento Marco che mi scopa con spinte profonde, il rumore della sua pelle contro la mia che riempie l’ascensore. L’odore di sudore e sesso mi avvolge, i loro respiri pesanti mi fanno impazzire. Nabil geme piano, “Sì, così, brava,” mentre io cerco di non soffocare, la bocca piena, le mani che tremano. Marco accelera, mi schiaffeggia il culo con una mano, e io sento l’orgasmo che si avvicina, un’onda che non posso fermare. “Vengo, cazzo,” ringhia Marco, e si svuota dentro di me con un ultimo colpo. Nabil mi tira fuori dalla bocca, si sega un paio di volte e mi viene sul viso, caldo e appiccicoso.
Siamo tutti e tre senza fiato, sudati, con i vestiti in disordine. L’ascensore si sblocca con un rumore metallico, e le porte si aprono. Mi sistemo alla meglio, pulendomi il viso con la manica, mentre Marco si chiude i pantaloni con un ghigno. “Beh, direi che ci siamo divertiti,” dice, senza un briciolo di vergogna. Nabil mi guarda, un mezzo sorriso sulle labbra, e annuisce. “Quando vuoi, Giada.” Io non dico niente, ma dentro di me so che non è finita qui. Non so cosa cazzo mi sia preso, ma non mi pento di un secondo. Scendiamo al piano, ognuno per la sua strada, come se niente fosse successo. Ma sappiamo tutti che prima o poi ci ritroveremo. E io, cazzo, non vedo l’ora.
